Con la cultura non si mangia” ebbe a dire un dimenticabile ministro delle finanze più di un decennio fa. Il nostro, passato alla storia per questa frase e per le sue teorizzazioni ed applicazioni di finanza creativa, aveva anche in questo torto.

La cultura e lo spettacolo sono una vera e propria industria che impegna capitali, imprenditori e dipendenti.

Questo nella realtà.

Nella rappresentazione politica, invece sembra che, complice la ventennale ingombrante presenza di un altrettanto dimenticabile conflitto di interessi ambulante che fu presidente del consiglio del sullodato, lo spettacolo si identifichi esclusivamente con la televisione commerciale.

Vista la dittatura culturale di questo modello non stupisce che, anche oggi, i due governi che hanno gestito l’emergenza pandemica si siano semplicemente dimenticati del settore e dei suoi lavoratori.

Eppure, anche a consultare i dati disponibili e pubblici si scopre che, nel 2018, il sistema creativo e culturale riguardava “416.080 imprese (6,8% del totale) che si dividono tra due tipologie di imprese. Le imprese con core business nel settore culturale (291.025) e quelle creative driven (125.054), ovvero quelle che non fanno parte della filiera ma utilizzano contenuti e competenze culturali e creative. Nell’insieme queste imprese impiegano 1,55 milioni di persone, pari al 6,1% del totale degli occupati, con una crescita dell’1,5% rispetto al 2017.” (vai alla fonte su Centro Studi Doc)

Il medesimo rapporto prosegue:

La ricerca della Fondazione di Vittorio mostra che oltre a questa caratteristica, nel settore dello spettacolo il lavoro è caratterizzato anche da multi-committenza e forte mobilità. Ne segue una generale difficoltà nelle condizioni economiche, poiché più della metà del campione (51,4%) recepisce un reddito al di sotto dei 5.000 euro all’anno.

La causa di questi bassi redditi è legata alla forte diffusione del sommerso nel settore, al lavoro non regolamentato (ad esempio, non vengono riconosciuti gli straordinari o le giornate di lavoro effettivamente svolte) e al fatto che spesso il lavoro nello spettacolo è affiancato a un altro impiego (ad esempio, nella ristorazione).

Dato che molti addetti lavorano in maniera discontinua, taluni “al nero“, moltissimi come freelance (i dati sono ricavabili dalla fonte sopra indicata che contiene un pregevole riassunto della situazione nel 2018) è del tutto evidente che la struttura dei vari “decreti ristori”, tutti incentrati su una puntuale e puntigliosa indicazione dei codici ATECO delle imprese cui vengono riconosciuti aiuti ed ai cui lavoratori dipendenti veniva pagata la Cassa Integrazione, ha impedito che a molti di questi lavoratori venisse pagato anche il pur minimo aiuto.

Non sto parlando, ovviamente, dei personaggi noti dello spettacolo e della cultura ma di tutte quelle maestranze e operatori che non salgono sul palcoscenico non meno dei professionisti che vivono di eventi, di rappresentazioni giornaliere nei teatri di tutta Italia, delle imprese, spesso piccolissime, che organizzano la cultura supplendo ad un ruolo di promozione che le Istituzioni hanno abbandonato da molti anni.

Per tutti questi operatori e lavoratori, spesso precari, giovani e meno giovani, l’unica soluzione poteva e doveva essere l’istituzione di un vero e proprio reddito universale. Ne avrebbero approfittato anche alcuni parassiti? sicuramente ma il nostro paese deve abbandonare la logica secondo cui se pochi approfittano del welfare questo deve essere negato a chi ne avrebbe bisogno.

Per questo come associazione non possiamo che essere vicini a chi, oggi, ha occupato il Globe di Villa Borghese, perché di cultura, normalmente, si vive e si mangia.

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