Chi siamo

Questo documento nasce dall’iniziativa di alcuni comunisti, che hanno avuto la fortuna di militare nel Partito Comunista Italiano sin dagli anni ‘70 e la sfortuna di non avere la forza di impedire che quell’esperienza venisse innaturalmente conclusa. Noi che scriviamo siamo, da lungo tempo, fuori da organizzazioni politiche “strutturate”. Abbiamo elaborato questo testo perché sentiamo l’urgenza di promuovere un dibattito, pubblico e partecipato, sulle possibilità di ripresa di iniziativa della sinistra e del movimento dei lavoratori, in favore di una economia non ridotta a semplice esercizio di mercato, in favore della difesa dell’ambiente non come semplice mezzo per raggiungere un fine ma come risultato di politiche di sviluppo sostenibile, in favore della possibilità che ciascuno di noi deve avere di sviluppare la propria personalità, sostenendo il diritto di tutti a vivere in pace, liberi dalla fame e dallo sfruttamento, per il diritto delle donne e degli uomini a perseguire l’obiettivo di realizzare se stessi, collettivamente ed individualmente, in una umanità migliore.

Non ci dilungheremo in dettagliate analisi politiche perché questo lavoro andrà svolto insieme a chi vorrà aderire a questa nostra iniziativa. Vogliamo solo chiarire il percorso che ci ha portato a decidere sulla necessità di “salire in politica”. Usiamo questa espressione per contrapporci a chi ha dichiarato di “scendere in politica”, per ridare alla politica stessa la dignità che merita. Dignità che quasi tutti gli attori (il termine non è casuale) che sono “scesi” in politica, in questi ultimi anni, non hanno dimostrato di possedere.

Ai giovani, alle donne, ai cittadini è stato mostrato lo spettacolo indecente di un personale politico inetto, impreparato e corrotto. Ai loro occhi questi figuranti hanno rappresentato solo la politica di chi mette al primo posto la carriera, il potere, i soldi; senza avere né una cultura politica, né strumenti adatti ad analizzare la società, senza dare una visione di proposte concrete per il futuro e per la soluzione dei problemi. Ma soprattutto, le giovani generazioni non hanno conosciuto i militanti, quelli dei partiti della sinistra e del Partito Comunista Italiano, quelli che siamo stati noi e quelli che ancora oggi siamo fieri di essere. Non perché sentiamo di avere la “verità in tasca”, o perché siamo migliori, ma perché le nostre passioni, lotte, sacrifici le vogliamo, ancora oggi, porre al servizio di coloro che insieme a noi vogliono cambiare il mondo. Lo vogliamo fare mettendo in contatto il nostro modo di essere, con quello dei lavoratori, degli studenti, delle donne, delle nuove generazioni.

Vogliamo ricostruire quel tessuto di militanti su cui si è basato il rapporto capillare con la gente, “rapporto capillare” che è l’unico modo per avere una feconda fusione di idee, confrontando le reciproche esperienze e conoscenze, ricreando un approccio comune alla partecipazione, ormai quasi completamente sparita, fondamentale per il rilancio della politica stessa. Vogliamo “salire in politica”, quella vera, quella di individui che, insieme, edificano un agire comune, con il solo fine di mettersi in gioco per costruire un mondo migliore. Questa è la sola politica che conosciamo. Rivendichiamo il motto “fa ciò che devi, accada ciò che può” che vogliamo esplicitare gramscianamente nei termini di “«passione politica» come di impulso immediato all’azione che nasce sul terreno «permanente e organico» della vita economica, ma lo supera, facendo entrare in gioco sentimenti e aspirazioni nella cui atmosfera incandescente lo stesso calcolo della vita umana individuale ubbidisce a leggi diverse da quelle del tornaconto individuale ecc.”

Come siamo arrivati a questa situazione?

La crisi della sinistra europea in generale si è acuita dopo la caduta del muro di Berlino. Molti partiti socialdemocratici, socialisti, comunisti vissero questo evento come prova della inevitabilità e ineludibilità della vittoria del capitalismo e della superiorità del suo sistema economico e sociale. Tra i leader europei ci furono due distinti schieramenti:

  • chi ha scelto la mera difesa delle conquiste raggiunte (stato sociale, conquiste sindacali, ecc.), rinunciando, spesso, alla loro espansione;
  • chi ha rincorso il liberismo adeguandosi il più in fretta possibile alle sue regole.

Del resto, l’Europa unita già spingeva in questo senso e l’idea di riformarla dal suo interno, come speravano alcuni partiti della sinistra europea (tra cui anche il PCI), si è rivelata, allo stato dei fatti, velleitaria. La sinistra ha finito per perdere, in questo processo, la sua capacità di analisi, la sua progettualità, la capacità di pianificare le sue scelte, i suoi valori fondanti.

In Italia la situazione è stata ancora peggiore. Se il partito socialista già con il craxismo aveva segnato una precisa scelta di campo nell’economia di mercato e liberista, il PCI con la disgraziata scelta della Bolognina operata da Occhetto, ma appoggiata da buona parte del gruppo dirigente, iniziò una rincorsa a destra, prima trasformandosi in PDS, poi in DS e poi in PD. In pochi anni è stato smantellato tutto l’impianto del vecchio PCI, modificando anche i tradizionali interlocutori sociali: agli operai ed alle fasce più deboli della società si sostituirono i ceti medi, le professioni e gli imprenditori.

Il Partito subì una trasformazione profonda, adeguandosi agli altri partiti. Le classi dirigenti che crescevano nei nuovi partiti erano prive di idealità e chiunque tentasse di arginare questo processo veniva accusato di “ideologismo” (l’ideologia fu presentata e vista come un nemico satanico). Finì la “diversità comunista” ed il Partito che aveva toccato i cuori e i sentimenti delle persone, alimentando la speranza di cambiamento della società, era ormai morto. Progressivamente il nuovo partito accentuò il suo allontanamento dalle masse popolari, che fu il frutto e la conseguenza (in un circolo vizioso) di una militanza sempre più attenuata, distaccata, e di una presenza sul territorio sempre più aleatoria, fino a lasciare spazio alla destra populista ed estrema, come abbiamo visto con gli avvenimenti recenti nelle periferie delle grandi città e come gli ultimi eventi di Roma ci hanno mostrato.

Con la sinistra che ha “ripiegato le ali”, sullo scenario politico italiano sono comparsi i protagonisti della politica legata al personaggio, colui che arringa le folle con mirabolanti promesse di risolvere tutti i problemi con un colpo solo; così ecco Berlusconi che vorrebbe un’Italia a misura delle sue aziende, l’uomo dei milioni di posti di lavoro promessi e mai visti, che con le sue incredibili gaffes ha fatto ridere tutta Europa, e poi Renzi “il grande rottamatore”. Con lui il mondo del lavoro ha perso quarant’anni di conquiste sindacali in un anno e i lavoratori hanno subito la beffa di constatare che quello che non era riuscito alla destra e alla Confindustria (togliere tutele e ridurre salari) era riuscito alla sinistra (leggi articolo 18 e, purtroppo, non solo). E poi il “Contratto per il Governo del Cambiamento” dei 2due vicepremier e la ventata reazionaria (politica sui migranti e leggi sulla sicurezza, ecc.) che Salvini propina come collante nazionalista. Infine, il tentativo di Salvini di ottenere i “pieni poteri” ed il suo comizio in Senato, dal quale emerge la pochezza dell’uomo ma la pericolosità del personaggio e della sua base elettorale.

E la sinistra?

Abbiamo assistito, proprio per i motivi che sopra abbiamo elencato, all’impantanarsi della sinistra in un dibattito interno senza vie d’uscita, segnato da scissioni, divisioni e personalismi e scandito da umilianti rovesci elettorali. La sinistra in difficoltà sul terreno che predilige: quello della cultura. La sinistra che non riesce più a comunicare con la sua gente, non riesce più a portare al centro della sua iniziativa i concetti di uguaglianza, legalità, giustizia, la centralità e la dignità del lavoro e soprattutto la sinistra che non è presente nelle piazze. E allora bisogna ripartire dal basso! Dai giovani, dai lavoratori, dalle donne. Dalle tante realtà sociali che possono divenire la scintilla per il cambiamento. Riscoprire quell’intellettuale collettivo che era alla base del pensiero gramsciano e dobbiamo fare questo per colmare quel vuoto preoccupante di idee e di valori che si è aperto nella sinistra.

Diceva Gramsci: “Una delle più gravi lacune dell’attività nostra è questa: noi aspettiamo l’attualità per discutere dei problemi e per fissare le direttive della nostra azione”, il che fa sì che non tutti si impadroniscano “dei termini esatti delle questioni” […] L’associazione di cultura dovrebbe [quindi] curare questa preparazione […]. Disinteressatamente, cioè senza aspettare lo stimolo dell’attualità, in essa dovrebbe discutersi tutto ciò che interessa o potrà interessare un giorno il movimento.”

Il lavoro

Per affrontare questa tematica dobbiamo, necessariamente, partire dal 14 febbraio 1984 quando furono tagliati, con decreto del governo Craxi, quattro punti percentuali di contingenza. È in quel momento che viene data la prima picconata all’edificio delle tutele dei lavoratori che si era faticosamente costruito ad opera dei partiti della sinistra e dei sindacati nei due decenni precedenti. L’opera di demolizione ebbe un nuovo successo con la sconfitta del PCI nel referendum proposto contro il taglio dei quattro punti della scala mobile. Il 31 luglio 1992, il giorno prima della chiusura delle fabbriche, con un accordo tra CGIL – CISL – UIL e Confindustria, complice fattivo il governo Amato, fu poi del tutto abolita la scala mobile. La firma di quell’accordo non aveva comunque previsto nessuna forma di protezione di salari e stipendi. Nel frattempo, l’inflazione era ancora oltre il 5% annuo, andavano avanti le trattative per l’accordo di Maastricht, con un sostanziale spostamento dei centri decisionali in materia economica dai governi nazionali agli Organi della Comunità Europea che richiesero impegni via via stringenti in tema di contenimento del rapporto deficit / Prodotto Interno Lordo. In nome della “produttività aziendale” iniziò una vera e propria mattanza sociale che ancora continua, fino a produrre, oggi, circa 39 tipi di contratti di lavoro diversi che sono accomunati da una sola garanzia: la precarietà. Precarietà che viene spacciata come una conquista per la flessibilità del sistema-paese ma il cui significato vero è un aumento della povertà.

Il mondo del lavoro (dobbiamo anche riappropriarci del corretto linguaggio) è indubbiamente cambiato, in peggio, sia dal punto di vista salariale sia da quello normativo. Un sintomo chiaro anche a chi non è dipendente è la carenza di sicurezza. Oramai sono centinaia i morti sul lavoro ogni anno, ad ogni aumento formale delle tutele sulla sicurezza corrispondono nuovi modi di aggirarli o violarli senza alcuno scrupolo o controllo. La sinistra deve riprendere un percorso che ribadisca la centralità del “pianeta lavoro”, nella sua complessità, e che in prospettiva renda questo mondo il principale protagonista delle sue scelte. La sinistra deve riappropriarsi di una progettualità che, partendo dal mondo del lavoro di oggi (frammentato, disorganizzato, disorientato e che, ironicamente, guarda a destra per risolvere i propri problemi), torni ad avere punti di riferimento certi. Una stagione si è chiusa sul versante delle organizzazioni sindacali, oramai diventate vere e proprie agenzie di servizi. Vengono firmati contratti con paghe orarie assurde, due/quattro euro l’ora, contratti che non risolvono assolutamente la questione occupazionale se non sulla carta. Mondo del lavoro diviso al suo interno: si pensi solo alla differenza di retribuzione tra donna e uomo, tra chi è a tempo determinato e chi non lo è, tra chi a fine mese è pagato e chi non lo è.

Esempi semplici ma che propongono un profilo ben preciso di una situazione che non può più essere tollerata. Spesso troviamo sulle pagine di giornali notizie su conferenze, congressi e incontri che non riescono a proporre una sola rivendicazione sindacale o politica. In questi anni, al di là delle parole, i sindacati tradizionali, con pochissime eccezioni di categoria, non sono mai riusciti ad entrare nelle specificità e nelle tematiche del lavoro e proporre alternative. Certo non è facile, anzi, ma se parliamo di sinistra allora non possiamo lasciare questo stato di cose inalterato. Dobbiamo intervenire sotto molteplici punti di vista sia politici sia sindacali ma anche (e, probabilmente, soprattutto) culturali. Il lavoro deve tornare ad essere diritto e non concessione dei vari governi o delle organizzazioni datoriali e padronali. L’emergenza lavoro deve cessare di proporre il ricatto lavoro contro tutele e salario, ricatto nel cui nome sono state adottate pseudo riforme (job’s act, abolizione dell’art. 18) che hanno comportato l’annullamento della persona, in esplicita consonanza con quanto scriveva Marx a proposito dell’alienazione del lavoratore. Né possiamo accettare i falsi dati che ci propinano i vari governi. Quale significato ha conteggiare tra gli occupati i lavoratori stagionali che magari non superano neppure i tre mesi di lavoro e poi utilizzare queste vere e proprie falsificazioni di dati per dimostrare che il tasso di disoccupazione è diminuito?

E allora, quali prospettive può avere un giovane se, secondo gli studi fatti dal sindacato stesso, chi oggi ha quarant’anni andrà in pensione a settantatré anni? E allora, ci chiediamo, chi ne ha venticinque avrà qualche fondata speranza di arrivare alla pensione ancora in vita? Altro tema fondamentale è quello della precarietà del lavoro. Lo ribadiamo, la tanto decantata “flessibilità” del lavoro è stata ed è una vera e propria truffa in danno dei giovani, delle donne ed anche dei lavoratori più anziani. La formazione professionale continua, che dovrebbe attenuare le conseguenze della erosione delle tutele, si è rivelata una “truffa mediatica”. Ai lavoratori espulsi dai posti di lavoro, alle donne, ai giovani vengono proposti lavori e lavoretti (la famigerata “gig economy”) sempre meno qualificanti, con compensi da fame, al limite della schiavitù. Né il costo del lavoro può essere considerato un alibi per questa situazione. In questo momento investitori di paesi extra europei stanno aprendo nuovi enormi stabilimenti produttivi in Germania e Francia, dove il costo del lavoro è ben più alto e le tutele per i lavoratori incomparabilmente maggiori che in Italia.

L’ambiente e l’ecologia

Greta Thumberg, la 16enne svedese attivista contro il cambiamento climatico che ha ispirato gli studenti di tutto il mondo a boicottare le lezioni per protesta, si scaglia contro l’Unione Europea: il blocco deve raddoppiare i suoi obiettivi sul taglio di emissioni di CO2. Thumberg ha poi avvertito i politici: “se non contrasteranno il cambiamento climatico, saranno ricordati come i più grandi malfattori di tutti i tempi, per aver condotto il mondo verso il disastro”. “Se l’Ue deve dare il suo contributo equo per restare nell’obiettivo del limite di due gradi” dell’accordo sul clima di Parigi, ha detto, “significa un minimo dell’80% di riduzione entro il 2030”. “Le persone ci dicono sempre che sperano tanto che i giovani riusciranno a salvare il mondo. Ma non possiamo, semplicemente perché non c’è abbastanza tempo per permetterci di crescere e
prendere in mano la situazione.”


Abbiamo voluto iniziare questo paragrafo con il pensiero (tratto da un articolo del “Fatto quotidiano”) di questa giovane e combattiva attivista che ha saputo mobilitare giovani di tutto il mondo. Ai nostri occhi è evidente che una politica ambientale non può prescindere da accordi internazionali mentre il movimento ambientalista si sta spontaneamente aggregando a livello mondiale. Il fatto però è che anche questo movimento (peraltro importante e lodevolissimo) incorre in un equivoco di fondo, cioè che sia possibile una difesa costante e protratta nel tempo degli equilibri ambientali nell’ambito di una economia di sviluppo capitalistico, soltanto un po’ attenuato da un sistema di regole e regolette.

Diamo per scontato che i destinatari di questo documento siano consci dei profondi danni ambientali che tre secoli di sviluppo industriale capitalistico hanno portato all’ambiente, ma giova porre in evidenza che la comunità scientifica internazionale è unanime e concorde nel concludere che: 1) il cambiamento climatico e l’estinzione accelerata di specie animali e vegetali sono fatti e non errori di rilevamento; 2) le cause sono lo sviluppo industriale incontrollato, l’utilizzo di combustibili fossili, la deforestazione, l’allevamento intensivo. In sintesi, quindi, possiamo concludere che la causa della catastrofe ambientale è il capitalismo! L’essenza stessa del capitalismo è la massimizzazione del profitto. Le politiche ambientali hanno un costo, spesso notevole, e nessun capitalista se non costretto, affronterà questi costi.

Noi siamo convinti che la difesa e la tutela dell’ambiente non possano avvenire in ambito capitalistico, cioè in assenza di una pianificazione economica. Se lasciato “allo spirito animale” del mercato, l’ambiente è destinato a soccombere. Della correttezza di questa convinzione ne è plastica dimostrazione quello che sta accadendo, proprio mentre redigiamo questo documento, in Brasile. In quel paese la potentissima lobby che unisce tutto il mondo agroindustriale è riuscita a far eleggere un Presidente prono ai suoi voleri (oltre a far eleggere una solida rappresentanza parlamentare).

Dopo questa “presa di potere” a danno degli Indios amazzonici, dei lavoratori e delle forze del progresso è iniziato un sistematico svuotamento delle politiche ambientali di difesa dell’Amazzonia che è culminato, in questi mesi, negli incendi della foresta che, finalmente, hanno attirato l’attenzione (a parole, per ora) dell’opinione pubblica internazionale.

Veramente possiamo pensare che, fuori dal quadro di una economia socialista, gli agrocapitalisti brasiliani siano disposti a cessare la scellerata politica in favore di insediamenti strappati ai popoli nativi dell’Amazzonia? Ma situazioni simili si possono trovare praticamente in ogni continente, dall’Africa sino al Circolo Polare Artico, con nuovi attori potentissimi che estendono la propria rapacità su tutte le riserve del pianeta in nome di un progresso che è soltanto rapina.

Le nuove tecnologie

Le nuove tecnologie rispondono, senza alcun controllo, solo alle logiche dell’economia di mercato perché sono gestite da ristrette oligarchie di capitalisti; la sinistra e il mondo progressista in generale su questo tema non sono stati capaci di esprimere un indirizzo o una critica e, soprattutto, nessuna proposta rispetto al loro uso, sviluppo e pervasività. In particolare nessuna forza politica o sociale ha espresso un pensiero organizzato e organico sulle nuove frontiere dell’intelligenza artificiale. Esistono, già ora, algoritmi e “sistemi esperti” che, in poche frazioni di secondo, supportano quelli che una volta si chiamavano agenti di borsa negli investimenti sui mercati mondiali. Anzi questi algoritmi (che sono i segreti industriali meglio protetti di alcuni investitori istituzionali) possono prendere decisioni con un notevole grado di autonomia. Altri esempi di intelligenza artificiale, anche se meno complessi e sviluppati, li sperimentiamo ogni giorno sui social: è un algoritmo quello che decide se un “contenuto” è accettabile su Facebook, è un algoritmo (peraltro abbastanza semplice) quello che decide quali pubblicità vediamo sui vari siti che visitiamo, quali sono le pubblicità che ci interessano in base al nostro “profilo” ed ai nostri acquisti. Questo determina (per quelle che qualcuno ha definito le sette sorelle dell’informazione) un potere immenso che di fatto sta finendo per concentrarsi nelle mani di una sola persona, Zuckerberg, e di poche aziende, come Google.

Già alcuni analisti ipotizzano la scomparsa o una forte riduzione di ruolo di talune professioni fortemente intellettualizzate come i commercialisti e gli avvocati, che nel volgere di pochi decenni potrebbero essere sostituiti da “sistemi esperti” e non solo nei compiti più di routine.

Quanti esponenti politici sanno cosa sia il “blockchain” o hanno capito cosa sia il fenomeno dei “bitcoin”, al di là dell’aspetto quasi metafisico di questa operazione economica? Con questo noi non dobbiamo essere i nemici dell’innovazione tecnologica, ma semplicemente dobbiamo porre il problema. Dobbiamo dire, ad esempio, che Internet non può essere una proprietà privata, che non risponde ad alcuna regola; è stato ed è uno straordinario mezzo d’informazione ed anche di democratizzazione della società mondiale, ma se non si faranno scelte politiche di controllo diventerà un terribile monopolio in un settore delicatissimo come quello dell’informazione e del trattamento dei “big data” (modello di business totalmente ignorato dalla sinistra), per di più lo sarà su scala mondiale. Siamo, inoltre, convinti che proprio nel controllo sociale delle “nuove tecnologie” sia la chiave di una nuova stagione del socialismo. Attraverso l’utilizzo dei big data in economia e nell’analisi sociale, si può dare nuova vita all’idea di economia pianificata in ausilio al concetto di sviluppo sostenibile che, in una economia liberista e capitalista, siamo convinti, resterebbe un miraggio.

Vogliamo concludere questo paragrafo con le tecnologie che sempre più limitano l’utilizzo del lavoro umano e con quelle che ne determinano il suo maggiore sfruttamento. Facciamo dei semplicissimi esempi:

  • la robotica che rende superflua la presenza dell’uomo per la guida di auto, treni, macchine o catene di montaggio (che sono spesso completamente automatizzate). Quanti posti di lavoro verrebbero tagliati?
  • le App che ci forniscono ormai tutto a casa (dall’elettrodomestico al cibo), chi materialmente porta questi oggetti, quanto viene retribuito e quali garanzie lavorative ha?

E allora deve esistere un’etica anche per la ricerca? per gli scienziati? per i tecnici? O anche per loro la preoccupazione primaria è il profitto? Vendere al migliore offerente qualsiasi cosa ci venga richiesta.
Questo è un problema fondamentale per il futuro dell’umanità. Scegliere cioè se l’automazione deve essere un nuovo strumento di sfruttamento oppure deve essere volta a sollevare l’uomo dai lavori più alienanti. La sinistra deve essere in grado di elaborare una proposta forte e credibile che polarizzi intorno a sé le intelligenze di quanti lavorano nei settori della scienza e della ricerca e ancora si muovono nel solco di un’etica e una morale che mette al primo posto il valore del miglioramento delle condizioni di vita e la maggiore libertà delle donne e degli uomini.

Le donne e la politica

Pur non essendoci tra noi, redattori di questa prima stesura, alcuna compagna, riteniamo che l’essere comunisti ci imponga di esprimerci sulla situazione delle donne, anche al di là dello “specifico femminile”. La situazione delle donne, nonostante tutte le lotte delle compagne e delle femministe, è complessivamente non meno drammatica di quella dei lavoratori e dei giovani.

Nei Paesi dove al governo ci sono maggioranze o governi di destra, populisti o nazionalisti, assistiamo alla messa in discussione o, nei casi peggiori, all’abrogazione di conquiste di civiltà che erano il risultato di lunghe lotte per l’emancipazione femminile (vedi soprattutto i paesi dell’est Europa). In Italia ci stanno provando. Il disegno di Legge Pillon è solo la punta di un iceberg.

In tutte le regioni italiane (con l’eccezione della Val D’Aosta) i ginecologi obiettori in tema di interruzione della gravidanza sono la maggioranza (si va dal 51,8% dell’Emilia Romagna al 93,3% del Molise, ma se si guardano i dati vedremo che in otto regioni gli obiettori superano l’80%) è evidente che, in queste condizioni, l’accesso alla prestazione garantita dalla Legge 194 è quasi impossibile.

L’autonomia economica delle donne, prerequisito per l’indipendenza dalle logiche patriarcali, è spesso un miraggio, la discriminazione sui posti di lavoro triste e dura realtà.

La pari dignità nel trattamento economico lavorativo è un punto fondamentale del percorso verso la giustizia sociale, e sanerebbe finalmente un’ingiustizia atavica.
Riteniamo però che il “femminismo delle quote rosa” sia una foglia di fico che risulta, al massimo, “accettabile” come misura emergenziale, in un quadro di discriminazione pervicace e crescente, ma non può essere una “misura a tendere” della società che vogliamo.

La politica in Europa

L’Unione europea si è rivelata, alla lunga, una realtà ben lontana dagli ideali del Manifesto di Ventotene (su cui, pure, non si può esprimere una adesione acritica). Del resto, la sinistra ha sperimentato a più riprese come il tentativo di cambiarla dall’interno sia stato fallimentare, senza alle spalle un movimento politico.

Ciò non toglie che, sia per ragioni ideali sia (e soprattutto) per la realtà dei fatti, non possiamo cavalcare ondate neo-nazionaliste o ultraconservatrici. Non citiamo volutamente il termine sovranismo, perché dietro questo neologismo si celano insidiosi tentativi della destra di intestarsi i concetti di autodeterminazione dei popoli e di sovranità nazionale, che sono stati sempre sostenuti con convinzione dalla sinistra marxista. Per noi l’importante è che questi concetti e queste aspirazioni siano finalizzati alla costruzione dello Stato operaio.

Dobbiamo lottare, con tutte le nostre forze, anche e soprattutto in mezzo a coloro che sono sedotti da queste sirene, per spiegare che, di fronte ad un mondo in cui il capitale si è internazionalizzato ancor più che nel passato, le forze del lavoro non possono chiudersi in una ottica nazionale, pena la sicura sconfitta. Insomma, dobbiamo riscoprire il valore fondante, per noi comunisti e socialisti, dell’internazionalismo proletario. Per questo, con tutta l’amarezza possibile per un futuro che non si è realizzato, non possiamo proporre improbabili abbandoni della moneta unica, uscite unilaterali dall’Unione, dazi, dogane o muri. Dobbiamo invece lottare affinché il pareggio di bilancio non sia il valore irrinunciabile della democrazia, affinché il Parlamento europeo non sia più solo il posto in cui si ratificano accordi bilaterali o volontà dei governi, in chiave di interesse nazionale, ma diventi la palestra in cui ci si confronta sulle scelte e le appartenenze politiche e di classe e non sulla base della nazionalità. Siamo a fianco di tutti i lavoratori, italiani, francesi, tedeschi, ungheresi, lituani, polacchi, ecc. al di là delle nazionalità.

A chi ci rivolgiamo

Questo documento viene distribuito alle compagne ed ai compagni in due versioni, una versione di base in PDF perché di quello che diciamo ci assumiamo la piena paternità, sotto ogni aspetto. Una versione nel formato digitale più aperto possibile perché invitiamo tutti a stravolgerlo, ad aggiungere temi, a correggerci. Abbiamo premesso che il compito è difficile, probabilmente al di là delle nostre forze, anche con il contributo dei tanti compagni e compagne cui speriamo di rivolgerci. Gioca, in nostro favore, il fatto che nessuno di noi ha “vissuto di politica” nel senso che anche coloro che hanno continuato nella militanza non ne hanno ricavato alcun vantaggio, anzi. Il testo è destinato alla valutazione, in primo luogo, dei compagni che hanno intrecciato le loro vite con le nostre ma anche dei loro figli e degli amici dei loro figli. Non rivendichiamo alcun primato né lo riconosciamo. Riteniamo sia importante chiedere di sedere tutti ad un “tavolo rotondo” in cui le voci di tutti hanno la stessa importanza. Non accettiamo preclusioni di sorta, non giudichiamo i compagni in base alle scelte del passato né vogliamo censurare le scelte elettorali o di militanza di nessuno. La differenza è ricchezza e, senza voler alimentare amnesie, siamo disposti a confrontarci, come sempre, con tutte le esperienze.

È giunta l’ora di dire a tutti coloro che hanno la voglia di costruire qualcosa di nuovo e di unitario a sinistra: sediamoci tutti dalla parte “del pubblico” e insieme diveniamo i
protagonisti. Ora devono ascoltarci!