Pagina roma-regione dell'Unità, pag. 19 giugno 1979La risposta di Roma, in roma-regione dell'Unità, 19 giugno 1979

“Come li porti male questi 33 anni! Non ricordo chi me l’ha detto, il giorno del mio compleanno (21 giugno), passato in ospedale quest’anno, a seguito dell’assalto fascista alla mia sezione Esquilino.”

(Dal diario di Vincenzo Luciani, ferito nell’attentato)



Ospitiamo la testimonianza di uno dei compagni feriti che sarà con noi il 19 giugno prossimo in Via Galilei (dettagli dell’appuntamento in un prossimo post su questo blog)

di Vincenzo Luciani

Attentato Esquilino pagine di diario giugno-luglio 1979

Quelle che seguono sono alcune pagine di diario scritte nel giugno-luglio 1979.

Come li porti male questi 33 anni! Non ricordo chi me l’ha detto, il giorno del mio compleanno (21 giugno), passato in ospedale quest’anno, a seguito dell’assalto fascista alla mia sezione Esquilino.

Poteva essere una strage e invece ce la siamo cavata, come si dice, a buon mercato: una ventina di feriti, tra i quali io, al piede destro, con fratture multiple al 4° e 5° dito, causate da un proiettile calibro 7,65.

Ora sono a casa, sul balcone, con mio figlio Enzo, disteso su una comoda sdraio, a scrivere queste righe, anche per ingannare il tempo, ma soprattutto per fissare alcuni pensieri e impressioni che mi covano dentro da alcuni giorni.

Mia moglie gira in faccende da una stanza all’altra, un po’ sgrida Enzo, di sei anni, che non sta mai fermo e che, piccola sanguisuga, la tiene sempre impegnata.

Sono già passati 14 giorni da quel sabato, 16 giugno 1979, un sabato che certamente non dimenticherò, un sabato che poteva essere il mio ultimo giorno di vita.

Eravamo nella sezione del Pci di via Cairoli. Discutevamo sui risultati elettorali del 3 e 10 giugno 1979, risultati deludenti e severi per il nostro partito, il Pci. E la discussione era seria, appassionata, ma anche serena, non mancavano neppure battute di spirito.

Era la volta di Giusto Trevisiol, un compagno della Cgil braccianti, che con la consueta foga esponeva le sue considerazioni, quando all’improvviso, uno, due colpi secchi e assordanti, poi un botto fragoroso; la luce si spegne; io mi butto a terra e così anche altri vicini a me, tutti a terra.

Vedo alcune fiammate vicino a me (siamo seduti di fronte ad una vetrinetta), sento altri colpi; penso: è finita; penso: qui crolla tutto, qui moriamo tutti bruciati e asfissiati. Sento grida strazianti, urla, un frastuono da inferno; un precipitarsi di sedie travolte verso l’ingresso di una porta laterale interna (quella dell’attigua sezione ferrovieri) nella quale ora mi trovo.

Nel panico generale recupero una incredibile calma e cerco di frenare altri compagni che, in preda al panico, si ammassavano verso la stessa porta; poi entro e nella stanza vedo Angelo Striano che si stringe un braccio ferito; c’è Wanda che si agita convulsamente (pensa di essere ferita ad una coscia) e grida in maniera straziante; cerco di calmarla, la faccio sedere su una sedia. Anche Angelo è stravolto dal dolore al braccio ferito; faccio sedere anche lui e invito: “calma, compagni, calma!”

In un altro angolo della stanza c’è il compagno Cianci della Federazione del partito che fa strani saltelli disperati, cerca di strappare uno striscione per ricavare una benda per tamponare una ferita alla moglie e grida cose incomprensibili. Chiedo un bicchiere d’acqua per Wanda che non riesce a calmarsi, che continua a gridare.

Intanto mi tocco il corpo, le gambe per vedere se sono ferito anch’io; non mi pare; noto solo uno squarcio alla scarpa destra, ma non sento dolore, solo un forte intorpidimento. Quindi prendo Wanda in braccio e cerco di trasportarla all’esterno; passo dalla sala della riunione ridotta a un caos indescrivibile di sedie fracassate, di pezzi di calcinaccio e di altri rottami; salgo a fatica le scale (la sezione è in un seminterrato: un’autentica trappola con un’unica uscita) e sono fuori.

C’è tanta gente in strada. Alcuni compagni si affannano attorno alle macchine per trasportare i feriti. Arriva intanto la polizia con armi spianate. Mi faccio da parte e poi carico finalmente Wanda su una macchina.

Vedo arrivare l’autoambulanza, aiuto alcuni compagni a salire: Antonietta che perde molto sangue, Fazio poi Viola, poi Mark Bernardini della Fgci.

Nel frattempo, vedo uscire del sangue dallo squarcio della mia scarpa, me la sfilo, mi tolgo la calza e vedo le dita del mio piede destro squarciate. Salgo così anch’io sull’autoambulanza che viene chiusa e parte veloce verso l’ospedale.

Sono stupito di essere rimasto così calmo in un simile frangente. Cerco di calmare Fazio che sembra un torello infuriato e impreca contro Berlinguer che ci manda tutti al macello. Anche Viola è sotto choc.

Antonietta mi chiede cosa ho. Le faccio vedere il mio piede che ora sanguina abbondantemente e mi accorgo che sono pieno di sangue anche sull’altra gamba, ma sono ferite da poco; lei invece perde sangue da una ferita alla testa, vicino all’orecchio e mi dice che il marito perdeva molto sangue dall’addome ed è stato trasportato con una macchina (si saprà poi al Policlinico).

Arriviamo così al San Giovanni; ci sono altri compagni feriti, rivedo Striano, vedo D’Agostini: è ferito ad un ginocchio.

Sono loro due i più gravi. Mentre attendo la medicazione, scorgo una macchia di sangue sulla maglietta all’altezza del costato. Esce sangue; faccio notare la ferita ad un infermiere che si mostra preoccupato. Fortunatamente l’Agenda Quo Vadis che portavo sul lato sinistro mi ha fatto da scudo ed è stata trapassata da una parte all’altra frenando in parte la scheggia della bomba SRCM.

Poi finalmente qualcuno di loro mi estrae dal piede il proiettile, che aveva trapassato il 4° e il 5° dito del piede destro ed esclama: “Ecco il terzo proiettile mancante!”

Mentre mi fanno delle lastre al costato e al piede e mi medicano, mi accorgo di essere pieno di ferite da schegge di bomba. Chiedo se in giro ci sono feriti gravi; mi rispondono di no, ci sono però 23/24 feriti in tutto.

È andata bene! È questa la frase che ricorre di più ed è la più giusta: poteva essere una strage.

Penso a mia moglie Rosa e al piccolo Enzo. Chiedo ad un compagno di avvisare mia moglie e di dirle di stare tranquilla.

Intanto mi portano su in Ortopedia e mi danno un letto in una stanza dove ci sono anche un compagno edile, ferito a un piede per un incidente sul lavoro ed un altro paziente con una vasta ingessatura nella parte superiore del corpo.

Intanto il piede ferito mi fa un male boia e fitto fitto come il battito del cuore: durerà così per due notti insonni.

Intanto incominciano a venire a trovarci compagni; tanti; a tutti ripeto la stessa storia di come sono andati i fatti.

Ad un certo punto una delegazione folta di compagni entra nella stanza e con loro c’è Pietro Ingrao; anzi gli occhi lucidi, penetranti e umanissimi di Ingrao, il suo cespuglio rado e ispido di capelli, la sua voce suadente e calda che mi dice di non alzarmi, di stare comodo. “Come ti senti – mi dice – ti occorre qualcosa” e allora io mi sento un groppo in gola, gli occhi gonfi di pianto, il prurito al naso, allo stesso modo di quando sento o canto alle manifestazioni l’Internazionale o Bandiera Rossa. Ingrao ascolta le stesse cose che ho detto a chi sa quanti, poi mi stringe le mani, sorride ai miei compagni di stanza e si allontana con la piccola folla di compagni.

Il compagno edile mi dice “visite importanti oggi”. Lui ha conosciuto Ingrao nel suo cantiere: “Un grande compagno, Ingrao!” mi dice.

Arriva anche mia moglie Rosa, l’abbraccio, sono commosso, lei mi sembra tranquilla, le chiedo di Enzo; è a casa di compagni. “Digli che papà è caduto e si è rotto un piede”. Tornerà poi in visita il giorno dopo con Enzo e il piccolo, ignaro di tutto, mi punterà come al suo solito l’inseparabile pistola di plastica. Ma questa volta non riesco a ridere e ad alzare le braccia in segno di resa.

Nei giorni successivi ci aggregarono, noi tre feriti (Angelo, Rodolfo ed io) in una stessa stanza anche per non creare disagi agli altri malati a causa delle frequenti delegazioni in visita.

Ricordo che la solidarietà dei compagni di Roma è stata grande, affettuosa, concreta e in certi momenti addirittura soffocante. È stato in quei giorni un affluire continuo di compagni dirigenti del Pci.

Venne a trovarci la sera stessa dell’attentato il sindaco di Roma Giulio Carlo Argan, entrò nella nostra stanza e ad un certo punto vidi la sua faccia in evidenza a causa dei fari della TV, e siccome ero assopito provai un attimo di spavento nel vedere il suo viso emaciato.

Il giorno dopo venne Giancarlo Pajetta che ci incoraggiò con la sua voce stentorea. Vennero anche semplici militanti di sezione a porgerci la loro solidarietà: Tutto ciò mi ha continuamente commosso e in più di un’occasione sono stato sul punto di mettermi a piangere come un bambino. Specialmente quando vennero in massa i compagni del mio sindacato, il Sunia di cui ero segretario nazionale responsabile dell’Organizzazione.

Mi rimarranno impresse nella memoria in particolare due compagne cilene che, con il loro strano “italieno”, ci hanno rivolto parole molto affettuose e ci hanno lasciato un bel mazzo di garofani rossi.

E non dimenticherò neanche le porzioni di penne all’arrabbiata che l’amico e compagno Rodolfo Carpaneto, presidente del Sunia di Roma, portò a me, a D’Agostini e a Striano, direttamente e belle calde da “Nerone” che ci confortarono molto nel corpo e nello spirito.

Un’altra considerazione dominò nella mia mente in quei giorni: la morte. Pensai a quante persone erano morte in quegli anni di piombo, a me che potevo essere morto, lasciando una moglie e un bambino, a come dovessi tenerne conto negli anni avvenire.

Mi venne in mente anche un verso di una mia poesia che ancora non ha visto la fine e il cui incipit è: “Noi che abbiamo visto la morte in faccia…” Quanto accaduto, a me che ho visto la morte in faccia ha cambiato qualcosa nella mia vita, ad esempio a non darla per scontata, a goderla giorno per giorno, a riflettere su come si può morire banalmente, come del resto banalmente si vive, di come la morte ci accompagna, di ignorare di che morte e quando si morirà. Un pensiero, quello della morte, che è diventato da allora inseparabile.

Quell’attentato segnò per me un nuovo inizio e da quel 16 giugno ho imparato a festeggiare i compleanni della mia nuova vita, una vita maggiormente consapevole. E quest’anno festeggio i miei 45 anni post attentato.

Quell’attentato arrecò in tutti noi che l’avevamo subito un trauma: ricordo che per diversi anni quando mi capitava di incrociare un semplice western, lo sparo delle pistole lo avvertivo non più come una cosa innocua e lo spavento per i botti divenne per diversi anni più marcato. So di compagni traumatizzati, che non andarono più in una sezione.

Penso in conclusione che noi sopravvissuti a quell’attentato abbiamo il dovere di ricordare e di trasmetterne la memoria, in un paese spesso in preda all’Alzheimer e che non si rende conto che la libertà e le altre conquiste non sono affatto scontate.

Sempre Vincenzo, sulla pagina Internet della rivista che dirige, Abitare a Roma, il 16 luglio del 2017, ha pubblicato un altro ricordo dell’attentato, significativamente intitolato: « Oggi 16 giugno 2017 compio 38 anni», di seguito il link

Oggi 16 giugno 2017 compio 38 anni

Di Roberto Del Fiacco

Libero professionista, consulente tributario, esperto nell'economia dei servizi comunali di raccolta rifiuti. Si illude di essere ancora iscritto al Partito Comunista Italiano e alla Federazione Giovanile Comunista Italiana (quelli veri). E' nato e morirà comunista

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