Il 15 gennaio del 1921 si apriva a Livorno il XVII Congresso nazionale del Psi. Gramsci non prese la parola. La maggioranza massimalista di Serrati (o comunisti unitari) ottenne 98.000 voti, 58.000 i comunisti “puri” e 14.000 i riformisti turatiani. Il 21 gennaio, nel Teatro San Marco, la minoranza dei comunisti “puri” dava vita al Pcd’I del quale Amadeo Bordiga e la sua “allucinazione particolaristica”, come la definiva Gramsci, erano dominatori assoluti. Intorno all’inclusione di Gramsci nel Cc ci fu uno scontro aspro (qualcuno riesumò le accuse di filointerventismo). Alla fine Gramsci entrò, unico ordinovista insieme a Terracini, che fu anche membro dell’Esecutivo, nel Cc: ‹‹La reazione si è proposta di ricacciare il proletariato nelle condizioni in cui si trovava nel periodo iniziale del capitalismo: disperso, isolato, individui, non classe che sente di essere una unità e aspira al potere. La scissione di Livorno (il distacco della maggioranza del proletariato italiano dalla Internazionale comunista) è stata senza dubbio il più grande trionfo della reazione›› (Lettera a Togliatti da Mosca dell’agosto del 1923).

Oltre ad essere membro del Cc Gramsci era anche direttore, dal 1° gennaio, dell’Ordine nuovo quotidiano. Il dominio assoluto di Bordiga all’interno del neonato partito era facilmente verificabile dal taglio assunto dalle tre testate comuniste: L’Ordine Nuovo (direttore Gramsci a Torino), Il Lavoratore (direttore Pastore a Trieste), Il Comunista (direttore Togliatti a Roma); la libertà di elaborazione teorica era diventata un “optional”. Perché Gramsci, pur sostenitore di un punto di vista alternativo a quello bordighiano, non contrattaccava? Perché era consapevole del prestigio di cui Bordiga godeva all’interno del partito e presso i dirigenti dell’Internazionale dopo la sua formale denuncia dell’estremismo. E poi, c’era il fascismo: sempre più violento, sempre più armato; da tale belva bisognava difendersi uniti. D’altronde avrebbe potuto entrare in polemica con il segretario del partito un compagno come Gramsci battuto nelle candidature alle elezioni politiche del 15 maggio del 1921? Tutta l’originalità dell’analisi gramsciana del fascismo, della sua vocazione reazionaria, dell’appoggio di cui beneficiava da parte della piccola borghesia veniva offuscata dal formale allineamento alle posizioni bordighiane anche se, soprattutto nella conduzione dell’Ordine Nuovo, erano presenti aperture nei confronti dei lavoratori non comunisti e verso gli intellettuali di opposizione in genere, attenzioni particolari verso i cattolici di sinistra e battaglie contro l’anticlericalismo di molti ambienti del proletariato piemontese.

Il Pcd’I, con la scissione dal Psi, aveva compiuto quello che Lenin aveva definito il “certo passo a sinistra”; ora, sempre sulla base di un’indicazione leniniana, andava compiuto “qualche passo a destra”: insomma, dopo essersi separati da Turati, i comunisti dovevano creare con lui un fronte unico per resistere all’offensiva reazionaria. Questa era l’indicazione del III Congresso dell’Internazionale (giugno-luglio 1921); tradotto in termini politici ciò significava che obiettivo primario della classe operaia italiana non era da intendersi la dittatura del proletariato bensì la difesa delle libertà democratiche e, per questo, c’era bisogno dell’alleanza con i socialisti.

La posizione di Bordiga nei confronti dell’Internazionale fu di resistenza; una resistenza alla quale, per certi versi, si allineò Gramsci, salvo riconoscere le sue divergenze qualche anno dopo.

Nel marzo del 1922 si tenne a Roma il II Congresso nazionale del Pcd’I. Le tesi congressuali, ovviamente di ispirazione bordighiana, respingevano il fronte unico, sconfessavano l’Internazionale. Contrari a tale impostazione erano Tasca e la destra del partito; Gramsci enunciava le sue critiche soltanto in privato; in seguito scriverà: ‹‹A Roma abbiamo accettato le tesi di Amadeo [cioè Bordiga] perché esse erano presentate come una opinione per il IV congresso [dell’Internazionale] e non come un indirizzo d’azione. Ritenevamo di mantenere così unito il partito attorno al suo nucleo fondamentale, pensavamo che si potesse fare ad Amadeo questa concessione, dato l’ufficio grandissimo che egli aveva avuto nell’organizzazione del partito: non ci pentiamo di ciò; politicamente sarebbe stato impossibile dirigere il partito senza l’attiva partecipazione al lavoro centrale di Amadeo e del suo gruppo. (…) Allora ci ritiravamo e si doveva fare in modo che la ritirata avvenisse ordinatamente, senza nuove crisi e nuove minacce di scissione nel seno del nostro movimento, senza aggiungere mai nuovi fermenti disgregatori a quelli che la disfatta determinava di per sé nel movimento rivoluzionario›› (Lettera a Togliatti, Scoccimarro ed altri da Vienna del 5 aprile del 1924).

Una posizione sapientemente equidistante dall’Internazionale e da Bordiga. Il Congresso designò Gramsci a rappresentare i comunisti italiani nell’Esecutivo dell’Internazionale a Mosca (va notato che, per incarico dell’Internazionale, si era già recato a Lugano e a Berlino). Dopo undici anni di residenza torinese lasciava la città piemontese e la direzione dell’Ordine nuovo. A Mosca lo attende un incarico politico di impegno assoluto e totale. Appena arrivato è costretto, soprattutto dietro le insistenze di Zinoviev, a ricoverarsi nel sanatorio di Serebriani Bor. Qui, alla metà di luglio, conosce Giulia Schucht, la sua futura compagna e madre dei suoi due figli, Delio e Giuliano.
28 ottobre del 1922: la marcia su Roma, il re affida a Mussolini l’incarico di formare il governo. Nell’aprile del 1920 Gramsci aveva scritto: ‹‹La fase attuale della lotta di classe in Italia è la fase che precede: o la conquista del potere politico da parte del proletariato rivoluzionario … o una tremenda reazione da parte della classe proprietaria e della casta governativa›› (Per un rinnovamento del Partito socialista, documento redatto da Gramsci nella prima metà di aprile del 1920 e comparso sull’Ordine Nuovo dell’8 maggio).

Il 5 novembre si apre a Mosca il IV congresso dell’Internazionale. All’ordine del giorno il modo con cui affrontare le violenze reazionarie. In ordine sparso, per conto proprio oppure uniti agli altri partiti antifascisti, compreso, com’è ovvio, il Psi? Bordiga, appoggiato da Terracini, continuava ad opporsi al fronte unico. La differenza fra gli antifusionisti e i fusionisti la faceva l’analisi del fascismo. Per i primi, infatti, fascisti e socialdemocratici, Mussolini e Turati, governo fascista e governo borghese erano la stessa cosa. Insomma, a nessuno veniva in mente che una dittatura borghese che usava il fascismo come strumento era un’altra cosa dalla democrazia borghese. A nessuno, ma non a Gramsci che, proprio grazie alla sua originale analisi del fascismo, fu avvicinato da alcuni dirigenti dell’Internazionale che gli offrirono di diventare il capo dei comunisti italiani scalzando Bordiga. Gramsci si oppose.

Nel frattempo propose la fusione con i “terzini”, ossia la frazione terzinternazionalista all’interno del Psi, sulla base del rispetto di 14 punti a fissare e ad applicare i quali fu nominata un’apposita commissione così composta: Bordiga, che rifiutò, e fu sostituito da Gramsci; Scoccimarro e Tasca per i comunisti; Serrati e Maffi per i socialisti. Nonostante le resistenze della maggioranza di comunisti e socialisti, il lavoro per la fusione procedette malgrado l’arresto di Serrati e l’espatrio di Tasca. Gramsci stava, in sostanza, lavorando sodo.

Era il febbraio del 1923 quando a Mosca giunse la notizia che contro Gramsci era stato spiccato un mandato di arresto. In Italia era in corso un giro di vite poliziesco che aveva condotto in carcere Bordiga e Grieco disgregando il Partito già molto provato dall’immobilismo e dal settarismo del gruppo dirigente. Inoltre i compagni scampati all’ondata di arresti non sembravano interessati più di tanto alle questioni della riorganizzazione del partito quanto piuttosto alle dispute verbali intorno alla fusione. Di fronte a questa evidente situazione di crisi fu Gramsci stesso a richiedere l’intervento d’imperio dell’Internazionale che designò per il Partito italiano un nuovo Esecutivo il quale, però, sorpreso nella sua totalità dalla polizia a Milano, non ebbe neanche il tempo di avviare il lavoro. Allora, per seguire più da vicino le vicende del Partito italiano, Gramsci fu incaricato di trasferirsi a Vienna nel novembre del 1923. Questo incarico, di fatto, voleva dire che per l’Internazionale era lui il nuovo leader dei comunisti italiani.

A Vienna, come si evince dall’epistolario, la solitudine e l’isolamento erano le condizioni normali del vivere quotidiano. Avere notizie sia dalla Russia sia dall’Italia era complicato. Comunque, Gramsci era a conoscenza delle divergenze all’interno del Partito comunista russo, acuite anche dalla paralisi che aveva colpito Lenin allontanandolo di fatto dalla vita politica. Non è che il Partito italiano stesse granché meglio: Bordiga in carcere e quindi estromesso dall’Esecutivo; lo scontro pressoché continuo fra la maggioranza di Togliatti, Scoccimarro e Terracini e la minoranza di Tasca, Vota e Graziadei. In questo clima di estrema confusione e di conflittualità interna Bordiga lanciò dal carcere l’iniziativa della rottura della maggioranza con l’Internazionale. A tal fine propose la stesura di un manifesto che fosse firmato da tutti i dirigenti esclusi quelli della destra. Il no di Gramsci fu secco e deciso, come spiegò qualche tempo dopo: ‹‹In verità dopo la pubblicazione del manifesto la maggioranza potrebbe essere squalificata del tutto e anche esclusa dal Comintern. Se la situazione politica dell’Italia non si opponesse a ciò io ritengo che l’esclusione avverrebbe. Alla stregua della concezione di partito che deriva dal manifesto la esclusione dovrebbe essere tassativa. Se una nostra federazione facesse solo la metà di ciò che la maggioranza del partito vuol fare verso il Comintern, il suo scioglimento sarebbe immediato. Non voglio, firmando il manifesto, apparire un completo pagliaccio›› (Lettera a Scoccimarro da Vienna il 5 gennaio del 1924).

Se questa può sembrare una contrapposizione solo dal punto di vista formale, dietro c’era la sostanza di un atteggiamento da sempre antisettario, favorevole al dialogo e alle aperture. Al dunque, a Gramsci si ponevano due problemi: dissuadere Bordiga e creare un nuovo gruppo dirigente allineato con l’Internazionale. Sulla prima questione, conoscendo Bordiga, non si faceva troppe illusioni arrivando a sostenere la necessità di una polemica chiara ed esplicita che pervenisse anche a soluzioni per nulla compromissorie con il primo segretario del Pcd’I. Quindi, si dedicò alla soluzione del secondo problema, alla formazione, cioè, di un nuovo gruppo dirigente comunista. Attraverso un contatto sempre più assiduo con Togliatti e Scoccimarro, soprattutto, il nuovo gruppo dirigente cominciava ad assumere connotati chiari.
Intanto, il 12 febbraio del 1924 usciva il primo numero dell’Unità e il mese dopo la terza serie dell’Ordine Nuovo, quindicinale.
Il 6 aprile fu eletto deputato in un collegio veneto e il 12 maggio lasciava Vienna per rientrare in Italia con l’immunità parlamentare.

Trovò un partito disomogeneo, scisso fra gruppo dirigente e quadri, senza un elemento intermedio, di filtro. Infatti, mentre il nuovo gruppo dirigente seguiva le indicazioni dell’Internazionale, la base era ancora schierata con Bordiga. Ne prese atto nel corso di un convegno clandestino convocato a Como pochi giorni dopo il suo rientro. Delle tre mozioni presentate nell’occasione, quella che ottenne la maggioranza dei consensi fu la bordighiana.

A Roma, dove si trasferì anche per l’impegno parlamentare, teneva incontri con i giovani. Il 10 giugno del 1924 scomparve Giacomo Matteotti nelle circostanze che tutti conoscono. Il fascismo sbanda, ma si riprende in quanto dai suoi oppositori arriva soltanto la proposta di disertare l’aula del Parlamento per protesta facendo affidamento sull’unità di un fronte eccessivamente articolato e variegato dal punto di vista ideologico e politico. Gramsci propone lo sciopero generale politico. Gli altri aventiniani lo guardano con diffidenza. È il risultato dell’estremismo di cui ancora il partito è saturo e che non consentiva di vedere il fine immediato, ossia la restaurazione della democrazia borghese, da raggiungere insieme alle altre opposizioni antifasciste. Che in fondo alla strada ci fosse la rivoluzione, Gramsci non lo metteva in dubbio; sosteneva, però, a differenza di Bordiga e di gran parte della base comunista, che ci si potesse arrivare attraverso il ristabilimento delle cosiddette libertà borghesi: insomma bisognava resistere al fascismo, uniti agli altri, e, dopo averlo battuto, in regime di democrazia borghese, poteva essere preparata la via al socialismo. Certo lavorare al raggiungimento di un tale obiettivo con un partito lacerato dal frazionismo dei bordighiani non era cosa facile: «…bisogna intanto riorganizzare il partito che è debole e che lavora molto male nel suo complesso. Faccio parte del Centro politico e sono segretario generale [era stato eletto nella riunione del Cc del 13-14 agosto del 1924]: dovrei anche essere direttore del giornale [l’Unità], ma le forze non mi bastano. Posso lavorare ancora poco. Bisognerebbe aver l’occhio per tutto, seguire tutto… Manchiamo di lavoratori responsabili, specialmente a Roma; dalle riunioni alle quali partecipo traggo soddisfazione per il quadro di buona volontà e di ardore dei compagni, ma anche pessimismo per la mancanza di preparazione generale. (…) noi siamo ancora troppo pochi e troppo male organizzati» (Lettera a Giulia da Roma del 18 agosto del 1924).

Il fascismo intanto rialzava la testa. Mussolini definisce l’Aventino “una vociferazione molesta”. Riprendono le violenze di cui fa le spese Piero Gobetti. Il fascismo tutto è meno che in crisi. Il 20 ottobre, su suggerimento di Gramsci, il gruppo parlamentare comunista propone alle altre opposizioni la trasformazione dell’Aventino in Antiparlamento, unica assemblea rappresentativa della volontà popolare. Proposta respinta.

Appena rientrato da un periodo in Sardegna, nel corso del quale abbracciò per l’ultima volta sua madre, Gramsci assistette alla seduta del Parlamento del 12 novembre, dedicata ad una commemorazione di Matteotti alla presenza di deputati fascisti e filofascisti, nel corso della quale il deputato comunista Repossi, dopo aver fatto notare che non è permesso agli assassini commemorare le loro vittime, lesse una dichiarazione con la quale informava che il gruppo comunista sarebbe tornato in aula per continuare da lì la sua battaglia antifascista. Il rientro avvenne due settimane dopo.

Il 3 gennaio del 1925 Mussolini tenne il famoso discorso con cui di fatto si inaugurava il vero e proprio regime tanto che i giorni seguenti furono contraddistinti da una violenza continua nei confronti di ogni associazione anche soltanto vagamente antifascista. Dall’Aventino continuavano a giungere risposte astratte.
Gramsci scriveva articoli, correva l’Italia in lungo e in largo per chiarire ai compagni le posizioni del partito. Redigeva dispense per una scuola di partito per corrispondenza. Passeggiava di notte per Roma con i compagni e passeggiando discorreva, discuteva e faceva scuola, come negli anni di Torino. Fra gennaio e febbraio del 1925 conobbe la cognata Tatiana e il primo figlio Delio, durante un viaggio a Mosca per una riunione dell’Internazionale.

Rientrato in Italia il 16 maggio tenne il suo unico discorso alla Camera a proposito della legge che, proponendosi di colpire la massoneria, avrebbe sicuramente spianato la strada ad altre leggi liberticide indirizzate soprattutto contro il Partito comunista e le organizzazioni operaie.

Il lavoro politico aveva un obiettivo unico: rendere sempre più salda la linea dell’Internazionale che prevedeva, in Italia, come obiettivo intermedio il recupero delle libertà democratico-borghesi. Si trattava di combattere, ancora una volta, contro il settarismo bordighiano. In vista del III Congresso nazionale del Partito che si sarebbe svolto a gennaio del 1926 a Lione, Gramsci partecipò a diverse iniziative fra le quali una riunione dell’attivo della federazione di Milano nel corso della quale disse: ‹‹Il popolo italiano in questo momento non lotta per la dittatura del proletariato ma per la democrazia. Non comprendere questo significa non comprendere il significato degli avvenimenti che si svolgono sotto i nostri occhi›› (Dal ricordo di Giovanni Farina riportato nella biografia di Gramsci di Giuseppe Fiori). Gramsci socialdemocratico? Alla sinistra del Partito qualcuno sicuramente lo pensò. Ma il progredire degli eventi in relazione alle decisioni dell’Internazionale non lasciavano spazio ad alcuna perplessità: Gramsci stava rifondando il Pcd’I.

Redasse le tesi congressuali. A leggerle oggi ci si rende conto sempre di più che si tratta di un saggio di storia finalizzato a cogliere la specificità del ruolo del proletariato in quella fase. Il proletariato deve proclamare la sua egemonia nella lotta antifascista avvalendosi della distinzione fra le forze borghesi tendenzialmente antifasciste, con cui allearsi per raggiungere l’obiettivo della riconquista delle libertà democratico-borghesi, e quelle irrimediabilmente schierate con il fascismo; in questo diventava primario il ruolo del Partito comunista e delle sue cellule presenti nei luoghi di lavoro.

L’atmosfera generale si faceva via via più pesante. Gli squadristi seminavano il terrore, la stessa stanza di Gramsci in via Morgagni era stata messa a soqquadro. Gramsci era ancor più preoccupato perché, nel frattempo, era stato raggiunto da Giulia e dal figlio. Poi, un ulteriore inasprimento della situazione dovuto alla scoperta di un tentativo di attentato nei confronti di Mussolini.

Nella seconda metà del mese di gennaio del 1926, Gramsci passa clandestinamente la frontiera e si reca a Lione per il III congresso del Partito. Prendendo la parola il 20 gennaio Gramsci disse: ‹‹In nessun paese il proletariato è in grado di conquistare il potere e di tenerlo con le sole sue forze: esso deve quindi procurarsi degli alleati, cioè deve condurre una tale politica che gli consenta di porsi a capo delle altre classi che hanno interessi anticapitalistici e guidarle alla lotta per l’abbattimento della società borghese. La quistione è particolarmente importante per l’Italia, dove il proletariato è una minoranza della popolazione lavoratrice ed è disposto geograficamente in forma tale che non può presumere di condurre una lotta vittoriosa per il potere se non dopo aver dato una esatta risoluzione al problema dei suoi rapporti con la classe dei contadini. Alla impostazione e risoluzione di questo problema dovrà dedicarsi in particolar modo il nostro Partito nel prossimo avvenire›› (Intervento alla commissione politica tenuto il 20 gennaio alla vigilia del III Congresso del Pcd’I di Lione, 21-26 gennaio 1926). Le tesi della maggioranza ottennero il 90,8 dei voti congressuali; a Bordiga il restante 9,2; il ricorso di quest’ultimo all’Internazionale per irregolarità procedurali fu respinto.

Mentre anche i deputati del Partito Popolare si staccavano dall’Aventino per rientrare in aula a Montecitorio, la scure fascista si abbatteva sulle opposizioni: il Partito socialista unitario di Turati fu sciolto, Gobetti espatriò, Amendola e Salvemini erano già emigrati. Un altro attentato a Mussolini scatenò ulteriori violenze squadriste.
Nel mese di ottobre Gramsci iniziò la stesura del saggio sulla questione meridionale, incompiuto a causa dell’arresto, e il 14 dello stesso mese scrisse, su incarico dell’Ufficio politico del Pcd’I, una lettera al Cc del Partito comunista dell’Urss nella quale esprimeva tutta l’apprensione creata nei comunisti italiani dalle lotte interne al gruppo dirigente del Pcus stesso.

L’attentato di cui fu oggetto Mussolini il 31 di ottobre a Bologna diede vita a una nuova ondata di violenze fasciste che impedì a Gramsci di recarsi a Valpolcevera, presso Genova, ad una riunione dell’Ufficio politico del Partito alla quale avrebbe partecipato, per conto dell’Internazionale, Jules Humbert-Droz.
L’attentato di Bologna fu il pretesto che i fascisti attendevano per un definitivo giro di vite: mentre il governo deliberava l’annullamento di tutti i passaporti, l’uso delle armi contro chi tentasse l’espatrio clandestino, la soppressione dei giornali antifascisti, lo scioglimento dei partiti e delle associazioni contrarie al regime, era stato predisposto un disegno di legge che istituiva la pena di morte e il Tribunale speciale. La Camera lo avrebbe discusso ed approvato il 9 novembre. A Gramsci, che aveva trascorso la sera dell’8 con i compagni nella preparazione della dichiarazione contro il disegno di legge e contro la mozione che prevedeva la revoca del mandato parlamentare per i deputati dell’Aventino, non fu permesso di parteciparvi. La sera stessa dell’8, alle 22,30, nonostante l’immunità parlamentare, fu arrestato.

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