Gramsci legge il Canto X dell’Inferno della Divina Commedia di Dante

«No, il comunismo non oscurerà la bellezza e la grazia: bisogna comprendere lo slancio con cui gli operai si sentono portati alla contemplazione dell’arte, alla creazione dell’arte, come profondamente si sentono offesi nella loro umanità per il fatto che la schiavitù del salario e del lavoro li taglia fuori da un mondo che integra la vita dell’uomo, che la rende degna di essere vissuta. (…) il proletariato arrivato al potere tende a instaurare il regno della bellezza e della grazia, tende a elevare la dignità e la libertà dei creatori di bellezza», così scrive Gramsci in un articolo de L’Ordine Nuovo del 14 giugno del 1919. Questa riflessione sembra proseguire quella iniziata da Marx alla metà del XIX secolo: «Se vuoi godere dell’arte, devi essere un uomo artisticamente educato» (K. Marx, Manoscritti economico-filosofici del 1844). In questo giorno, ribattezzato Dantedì, e nell’anno del 700° anniversario della morte del Sommo Poeta, ripercorriamo, insieme a Gramsci, un luogo della Divina Commedia da lui molto frequentato per cogliere la bellezza e la grazia della poesia attraverso il commento di uno dei maggiori rappresentanti dei subalterni i quali, così, parlano e mettono in discussione un patrimonio, quale quello della poesia dantesca, che sembrava essere appannaggio soltanto dei gruppi dominanti.

«Cavalcante Cavalcanti: la sua posizione nella struttura e nell’arte della Divina Commedia»: è il quinto degli argomenti principali annotati da Gramsci sulla prima pagina dei Quaderni del carcere, l’8 febbraio 1929. L’interesse del grande sardo per Dante, in specie per il Canto X dell’Inferno e per i suoi protagonisti principali, cioè Farinata degli Uberti e Cavalcante Cavalcanti, risale, però, a molto prima. Il 18 aprile 1918 compare sull’Avanti! un articolo intitolato Il cieco Tiresia nel quale Gramsci si riferisce esplicitamente alla capacità di Farinata e di Cavalcante di «vedere nell’al di là». Pren­dendo spunto da un fatto di cronaca legato alla profezia fatta da un fanciullo cieco intorno alla fine della prima guerra mon­diale (la guerra era ancora in corso), Gramsci propone il per­sonaggio di Tiresia che, cieco, prevedeva il futuro ma era «chiuso ad ogni impressione dell’attualità». Da questo punto di vista, il Canto X dell’Inferno dantesco (Farinata e Caval­cante) suggerisce all’autore, come si vedrà in seguito, di ampliare la sua riflessione: anche Cavalcante crede il figlio morto ma non può cogliere il pre­sente; e Cavalcante non è cieco come Tiresia. Sia nella letteratura sia nella tradizione popolare, la previsione è legata alla cecità del veggente che vede il futuro ma, a causa della sua infermità, non vede il presente. Quindi, conclude Gramsci, le vicende di cronaca da lui riportate nell’articolo sono «poesia, niente altro che poesia…».

Ancora il 14 maggio 1919, sempre sull’Avanti!, compare una cronaca teatrale intitolata La «vena d’oro» di Zorzi in cui Gramsci fa riferimento a Cavalcante: «Cavalcante ricade nell’arca appena gli pare di aver compreso che suo figlio è morto, senza parole, senza gesti, per Dante». Il fatto che Dante si limiti a far ricadere Cavalcante nell’arca viene ricondotto alla difficoltà, già presente nei greci, di descrivere il dolore al punto che «in un quadro di Pompei, Medea assiste all’uccisione dei figli, ma il suo volto è ricoperto da un drappo: il pittore non osò effigiarne la maschera atroce» (in realtà, nella pittura, Medea non ha il volto coperto ma è girata con le spalle rivolte ai figli che sta per uccidere). Gramsci tornerà su questa osservazione relativa alla pittura pompeiana nella lettera del 20/21 settembre 1931 alla cognata Tania e riprenderà la stessa osservazione proprio nel Quaderno 4 dedicato al Canto X dell’Inferno, la cui origine è, quindi, nei due articoli appena ricordati.

Subito dopo l’arresto (8 novembre 1926), Gramsci scrive una lettera (20 novembre, ma mai giunta a destinazione in quanto trattenuta dalla Questura e trasmessa al giudice istruttore del Tribunale militare di Milano il 6 aprile 1927) a Clara Passarge, la proprietaria della casa romana in Via Morgagni 25, dove alloggiava come pensionante, nella quale si dichiara gratissimo alla signora «se mi inviasse una Divina Commedia di pochi soldi, perché il mio testo lo avevo imprestato».

Il 26 agosto 1929 scrive alla cognata Tania e manifesta l’intenzione di realizzare una «nota dantesca» in quanto riteneva di aver fatto «una piccola scoperta che credo interessante e che verrebbe a correggere in parte una tesi troppo assoluta di B. Croce sulla Divina Commedia». In una successiva lettera (7 settembre 1931) annuncia a Tania che riassumerà la materia di un saggio sul Canto X dell’Inferno da trasmettere a Umberto Cosmo1, «specialista in danteria». Lo schema del saggio, che Gramsci stesso definisce «famigerato», viene esposto in una missiva a Tania del 20 settembre 1931 (in realtà 21 settembre, come fa presente Francesco Giasi nell’ultima edizione einaudiana delle Lettere dal carcere) nella quale il detenuto chiede che la sua nota, scritta di getto, «avendo presso di me solo il Dantino Hoepliano» (oltre ai volumi di Croce La poesia di Dante del 1921 e Poesia e non poesia del 1923, il saggio di De Sanctis Il Farinata di Dante del 1924, e il libro del giornalista Vincenzo Morello, detto Rastignac, Dante, Farinata, Cavalcanti del 1927 nonché testi di Russo e Fedele Romani), sia sottoposta all’attenzione di Cosmo. Tania, il 16 febbraio del 1932, scrive al detenuto riportando un brano di una lettera di Sraffa2 dal quale si capisce che «un amico piemontese» aveva letto lo schema aggiungendo di averne sentito parlare Gramsci «una volta». Rispondendo alla cognata il 22 febbraio, Gramsci ricorda: «infatti posso averne parlato con qualcuno gli anni passati» (probabilmente l’amico piemontese è Togliatti). La risposta di Cosmo, trasmessa a Sraffa che la inoltra a Tania, perviene a Gramsci che ne dà conferma alla cognata in una missiva del 21 marzo. La lettera di Cosmo è quasi integralmente trascritta in una delle note della sezione Il canto decimo dell’Inferno del Quaderno 4 con l’aggiunta della seguente postilla di Gramsci: «Ci sarebbe da osservare molte cose su queste note del prof. Cosmo». L’interesse gramsciano per Dante rimase costante come testimonia la lettera del 3 aprile 1933 (nel mese di marzo era stato colpito da una crisi di emottisi) alla cognata Tania, in calce alla quale scrive: «Ti prego di scrivere alla libreria perché mi spedisca il recente volumetto del prof. Michele Barbi: Dante – Vita. Opere. Fortuna, editore G.C. Sansoni, Firenze 1933. Non so resistere alla tentazione di avere questo lavoro, anche se non sarò in grado, ancora per qualche mese, di studiarlo» (anche in questo volume compariva un saggio su Farinata). Inoltre note dei Quaderni 5, 6, 7, 9, 23, 29 individuano in Dante un interlocutore fondamentale per il detenuto, in specie nella prospettiva della realizzazione di una storia degli intellettuali italiani.

«…chi legge Dante con amore? I professori rimminchioniti che si fanno delle religioni di un qualche poeta o scrittore e ne celebrano degli strani riti filologici», scrive Gramsci alla compagna Giulia il 1° giugno 1931; l’affermazione sembrerebbe contraddire in modo esplicito tutto il racconto fin qui fatto dell’interesse dell’intellettuale sardo per Dante, in specie per il Canto X dell’Inferno. Gramsci, in realtà, vuole sottolineare che il suo approccio a Dante non è quello degli accademici e della cultura ufficiale, bensì è quello ideale e metodologico del marxismo che sa distinguere la valutazione estetica dalla compartecipazione all’ideologia dell’artista: Gramsci definisce il suo approccio la «filologia vivente». È grazie a questa impostazione che il detenuto 7047 dice di aver compiuto una «piccola scoperta» nel Canto X che servirà in chiave anticrociana e di reinterpretazione dello stesso Canto e del ruolo dei due protagonisti (all’incirca un decennio dopo lavorerà sullo stesso Canto l’esule Auerbach in un saggio che compare in Mimesis. Il realismo nella letteratura occidentale pervenendo alla conclusione che un tale livello di realismo mai era stato raggiunto «in un volgare medievale)».

Farinata e Cavalcante sono accomunati dallo stesso peccato (ateismo ed epicureismo) nel sesto cerchio degli eretici, uno accanto all’altro. Umanamente, però, sono diversissimi. Farinata, capo ghibellino, è altero, superbo, fiero, in piedi nel fuoco «com’avesse l’inferno a gran dispitto» (v. 36). Cavalcante è in ginocchio, appare e scompare rapidamente, è percorso dalla per nulla nascosta emozione paterna che lo spinge, piangendo, a chiedere a Dante come mai il figlio Guido non fosse con lui «per questo cieco/carcere» (vv. 58-59). Alla risposta di Dante («forse cui Guido vostro ebbe a disdegno», v. 63), interpretando il verbo al passato come un annuncio della morte del figlio, si accascia nell’arca «e più non parve fora» (v. 72). Farinata non fa una piega, rimane indifferente nella sua fierezza e si appresta a preannunciare a Dante l’esilio, anche se Gramsci nota in Farinata una «ripresa» che «non è più così altera come la sua prima apparizione. Dante non interroga Farinata solo per “istruirsi”, egli lo interroga perché è rimasto colpito della scomparsa di Cavalcante. Egli vuole che gli sia sciolto il nodo che gli impedì di rispondere a Cavalcante; egli si sente in colpa dinanzi a Cavalcante. Il brano strutturale non è solo struttura, dunque, è anche poesia, è un elemento necessario del dramma che si è svolto».

Ancora nella lettera a Tania del 21 settembre 1931, Gramsci scrive: «Io sostengo che nel decimo canto sono rappresentati due drammi, quello di Farinata e quello di Cavalcante e non il solo dramma di Farinata». Questa è la «piccola scoperta»; mentre Farinata diventa quasi pedagogo, si fa struttura, Cavalcante è straziato dal dolore indicibile del padre che ignora la sorte del figlio, è lui il vero destinatario della legge del contrappasso riservata agli epicurei, vivere in un “cono d’ombra”. Il verbo «ebbe» del v. 63 racchiude il segreto del dramma, il cuore poetico del Canto e collocarlo in posizione centrale spiazza tutti quei critici che scorgevano nel «cui» e nel «disdegno» le parole significative del verso.

Quello di Gramsci è un grande lavoro di «filologia vivente», «molecolare», che consente, come scriverà nelle note del Quaderno 4, ai «rappresentanti di un gruppo sociale subalterno» (si riferisce a se stesso) di «far le fiche» (il richiamo è al v. 2 del Canto XXV dell’Inferno), ad intellettuali ruffiani e di bassa lega il cui accademismo stride con la realtà di ciò che è profondamente e poeticamente umano.

Nota di lettura

Tutti i luoghi citati sono consultabili negli scritti precarcerari di Gramsci (Einaudi), nelle varie edizioni delle Lettere dal carcere (la più recente, come ricordato nel testo, è edita da Einaudi per la cura di Francesco Giasi) e nei Quaderni del carcere (Einaudi).

Questo testo è la rielaborazione annotata dell’articolo comparso il giorno 24 marzo sul quotidiano “il manifesto” con il titolo Il Canto X dell’Inferno nella lettura di Gramsci.

Lelio La Porta

Note

1 Umberto Cosmo (1868-1944) fu insegnante di lettere in vari licei ita­liani e dal 1898 a Torino. Antifascista, fu costretto a lasciare l’insegnamento nel 1926. Fu critico letterario e contribuì particolarmente agli studi danteschi con opere quali la Vita di Dante (1930) e L’ultima ascesa (1936). Gramsci, studente universitario ap­pena giunto a Torino, frequentò a lungo Cosmo quando questi divenne incaricato di letteratura italiana presso l’Ateneo torinese. Ha scritto Fiori: «C’era tra il giovane studente spaesato nella grande città e il professore un legame che si irrobustiva anche nella reciprocità dell’affetto. Sopravverranno qualche tempo dopo, nell’incande­scenza della lotta politica, dispute nelle quali dal desiderio di ritorsione Gramsci sarà spinto all’intemperanza. Ma oltre simili svolte polemiche l’antico affetto rinverdirà» (G. Fiori, Vita di Antonio Gramsci, Laterza, Roma-Bari 1966 [la citazione è dall’edi­zione del 2008], p. 86).

2 Piero Sraffa (1898-1983) fu presentato a Gramsci a Torino da Cosmo. Sraffa era simpatiz­zante socialista e poi comunista e, pur non essendo attivo nella vita politica, frequentò e collaborò con L’Ordine Nuovo. Il ruolo di Sraffa nella vita di Gramsci diventò de­cisivo dopo l’arresto. Già da Ustica si misero in contatto e Sraffa fu importante per tutta una serie di vicende della vita del detenuto fino a divenire il suo tramite nella comunicazione con il Partito. Sraffa è anche il destinatario di molte lettere di Gram­sci e al contempo il mittente, attraverso la cognata Tania, di molte lettere a Gramsci (si veda a questo proposito Piero Sraffa, Lettere a Tania per Gramsci, introduzione e cura di V. Gerratana, Editori Riuniti, Roma 1991). Sraffa svolse il ruolo di tramite delle pratiche di revisione relative al processo contro Gramsci e dei tentativi di libe­razione intrapresi dall’URSS verso l’Italia. Sraffa fu economista e docente, dal 1927, a Cambridge. Nel suo Produzione di merci a mezzo di merci (1960) analizzò i movi­menti dei prezzi relativi al variare della distribuzione, dimostrando l’inconsistenza di alcuni presupposti della teoria neoclassica.

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