La Q di Qomplotto

QAnon e dintorni. Come le fantasie di complotto difendono il sistema

Wu Ming 1

Pubblicazione: 03/2021

Pagine: 592

ISBN: 9788832067415

Wu Ming Foundation


Il nuovo libro di WuMing 1, “La Q di Qomplotto. QAnon e dintorni. Come le fantasie di complotto difendono il sistema” è un libro voluminoso e denso che prende spunto dal fenomeno “QAnon” per allargare la lettura all’intero ambito delle “nuove” forme di comunicazione.

Un tema assolutamente interessante che, come Gruppo Formazione, abbiamo già ipotizzato di mettere in cantiere.

E’ difficile definire cosa QAnon sia stato: setta, movimento politico, minaccia terroristica… Fa il suo ingresso nel 2017 attraverso il forum di estrema destra “4chan” con un post che annuncia l’arresto imminente di Hillary Clinton.

Secondo “Q”, così si firma l’autore del post, la Clinton, come pure George Soros, Tom Hanks, Barack Obama e molti altri, fanno parte del Deep State, una massonica congrega di poteri occulti avente per obiettivo il dominio del mondo. Una società segreta di satanisti pedofili e bevitori di sangue.

Per quanto possa sembrare una trama da romanzo distopico, si tratta di fatti reali e ampiamente documentati che hanno fatto presa non solo negli Stati Uniti con la promozione di Trump – unico “eroe” oppositore del Deep State – ma allargando il campo d’azione a molti altri paesi: in Italia, ad esempio, attraverso varie piattaforme social, gli Anon si sono schierati dapprima col primo governo Conte, ritenendolo l’omologo di Trump, per poi approdare a Matteo Salvini.

Un fenomeno che si è allargato a macchia d’olio e che, pur ridimensionato dalla caduta di Trump (si consideri che molti degli assalitori di Capitol Hill erano adepti dell’organizzazione), resta, nell’ambito di cospirazionismo e complottismo, una realtà ancora fortemente presente non solo in rete.

Nel corso degli anni lo stesso collettivo WuMing ha tentato operazioni di demolizione del fenomeno attraverso la satira, verificando nel tempo un reale rischio di assimilazione nelle logiche complottiste

Conoscevo solo vagamente questa realtà inquietante che dà però spunto, attraverso il libro, ad una serie di considerazioni più ampie in merito alla comunicazione e alle varie forme di negazionismo e complottismo.

Un libro difficile da recensire per la varietà di argomenti trattati ma assolutamente da leggere. Ritengo opportuno fornire di seguito alcune considerazioni che mi hanno colpito


Complotto e cospirazione

Chi credeva che il sistema dipendesse in toto dalla volontà dei potenti – anzi, di pochi malvagi – abbaiava al loro complotto, confinato nella propria impotenza. Intanto il sistema continuava a funzionare, anzi, mercificava i suoi latrati. Il mercato delle fantasie di complotto era fiorentissimo: libri, video, t-shirt, introiti pubblicitari sul web, chi più ne aveva più ne metteva […]

Omeostasi del sistema

Dal greco ὅμοιος, simile, e στάσις, sostantivo del verbo ἵστημι, «stare». Tendenza del capitalismo a conservare le proprie caratteristiche di base e la propria logica di fondo a dispetto delle turbolenze esterne e interne. Ogni sistema sociale tende all’omeostasi, ma il capitalismo è il primo a essersi imposto come totalità su scala planetaria, perciò la sua omeostasi opera ovunque e in ogni momento. All’insieme dei sottosistemi che compongono il capitalismo corrisponde una rete di dispositivi di controllo, la cui interazione regola i flussi di energia e informazione. Le opzioni che minacciano le caratteristiche di base del sistema vengono scartate a priori, a volte tanto a priori da non essere nemmeno immaginate. Dal concetto di omeostasi del sistema ne derivava un altro:

Narrazione diversiva

Rappresentazione di una situazione politica o di un problema sociale che, concentrandosi su cause e responsabilità fittizie o concause di poco rilievo, distoglie la critica dal funzionamento reale e dalle contraddizioni del capitalismo, proponendo false soluzioni spesso incentrate su capri espiatori. Una narrazione diversiva ritarda la reale presa in carico dei problemi, disperde energie e sfoca il quadro, aggravando la situazione di partenza. Tra le narrazioni diversive che svolgono tali funzioni, le fantasie di complotto sono le più frequenti ed efficienti.

Per usare una metafora da elettricisti, il cospirazionismo era la messa a terra del capitalismo: scaricava in basso la tensione e impediva che le persone fossero folgorate dalla consapevolezza che il sistema andava cambiato.


Il problema non è presente solo a destra

[…] In quello slittamento generale, volta per volta lo spauracchio di ieri – il “più peggio” contro cui si era invocato il «voto utile» – era diventato l’opzione accettabile di oggi. In Italia di fronte a Berlusconi la “sinistra” neoliberale aveva rivalutato il pentapartito, di fronte a Salvini aveva rivalutato Berlusconi e forse, di fronte a chissà chi, un giorno avrebbe rivalutato Salvini. Negli Stati Uniti di fronte a Trump la “sinistra” neoliberale aveva rivalutato addirittura George W. Bush. E di fronte a una setta come QAnon, a un’estrema destra armata a cui Trump dava di gomito, come non sperare nella vittoria di Biden, come non votarlo, anche turandosi il naso?

Cospirazionismo e menopeggismo erano entrambi narrazioni diversive, e si alimentavano a vicenda. Spacciato per «realismo», il menopeggismo aveva via via reso impensabile ogni alternativa, lasciando prive di rappresentanza – e soprattutto di visione, di immaginazione – porzioni sempre più ampie di società, che nella disperazione avevano scelto populismi vari e adesso, deluse anche dai populismi, sguazzavano nelle fantasie di complotto. Che diventavano sempre più spaventose, spingendo altri a cercare rifugio nel meno peggio.

Antonio Gramsci aveva scritto del meno peggio nei Quaderni del carcere:

Un male è sempre minore di un altro susseguente possibile maggiore. Ogni male diventa minore in confronto di un altro che si prospetta maggiore e così all’infinito. La formula del male minore, del meno peggio, non è altro dunque che la forma che assume il processo di adattamento a un movimento storicamente regressivo, movimento di cui una forza audacemente efficiente guida lo svolgimento, mentre le forze antagonistiche (o meglio i capi di esse) sono decise a capitolare progressivamente, a piccole tappe e non di un solo colpo (ciò che avrebbe ben altro significato, per l’effetto psicologico condensato, e potrebbe far nascere una forza concorrente attiva a quella che passivamente si adatta alla “fatalità”, o rafforzarla se già esiste).


Intorno ai social

Sgombriamo il campo da un equivoco. Esiste una critica ai social elitaria, da scureggioni, tipica dei gatekeeper di una sedicente «sinistra» – su tutti, gli opinionisti fissi di Repubblica. Son quelli che disprezzano il popolo bue, fan le battutine contro il suffragio universale, elogiano acriticamente Burioni che «blasta» gli ignoranti, tifano per il principio d’autorità contro la libertà di parola e si atteggiano a proprietari dell’Illuminismo, ottenuto per usucapione.

Costoro criticano i social media in modo generico e superficiale, perché per loro il problema è uno solo: che permettono di esprimersi a troppa gente. “Problema” che si dovrebbe affrontare con più leggi, controlli, mordacchie, patentini, ecc.

Questa roba ci ha sempre fatto cagare. Per dirla con Jacques Rancière, non è altro che «odio per la democrazia», ostilità verso «le forme di interazione sociale che provocano una moltiplicazione delle aspirazioni e delle richieste». È disprezzo per la molteplicità, espresso in nome di una “democrazia” tutta formale, che all’osso si riduce alla «governabilità» ed è di fatto oligarchia.

Una “critica” del genere ai social media è per noi inservibile, incompatibile con tutto ciò che siamo e facciamo. Togliamola dunque dal quadro, e proviamo ad andare nello specifico.

Nel 2011 si era ancora in luna di miele col web «2.0», c’era il mito della Silicon Valley e i tecnoentusiasti si dividevano in tre categorie:

una minoranza di sognatori in ritardo, convinti che la rete fosse ancora quella dei tempi “eroici” e dell’«etica hacker», e se la criticavi eri un «apocalittico»;

un’altra minoranza, composta di startuppari e apologeti dello startuppismo, che se criticavi la Santa Rete gli rovinavi il potenziale business (gente che poi s’è vista sfilare alla Leopolda);

una grande maggioranza di inconsapevoli, vasta massa di neofiti che arrivava in rete grazie a Facebook e usava le tecnologie digitali senza porsi chissà quali questioni.

Facebook si vende i miei dati? E che c’è di male? Il controllo? Controllo di cosa? La privacy? Ma perché, hai qualcosa da nascondere? Io no! Male non fare, paura non avere, ecc. ecc. […]


Sull’autonomia e l’uso “responsabile” dei social

[…] Facebook induce processi di soggettivazione individualizzanti: induce una visione monolitica e coesa dell’identità, vietandoci in modo esplicito di giocare con riposizionamenti creativi del Sé. Questo aspetto del dispositivo […] potenzia enormemente l’effetto di somiglianza al reale del nostro alter ego digitale: così come noi siamo indotti a dare di noi stessi un’immagine “vera”, assegniamo anche agli altri “avatar”, agli alter ego digitali dei nostri “amici”, una consistenza che in altri luoghi della rete non possiede la stessa forza persuasiva. […]

[…] Come, scusa? Socc’mel, ancora con ’sta storia? Che due maroni… No, non è vero che «ogni tecnologia dipende da come la usi». È una frasetta fuorviante.

«Dipende da come la usi» presuppone un’idea di tecnologia neutra, un mero utensile che in mano mia diventa, o può diventare, proiezione diretta della mia volontà. Non funziona così. Ogni tecnologia ha inscritta in sé una logica di fondo che stabilisce come usarla. Anche la tecnologia più semplice funziona in base a un algoritmo, cioè una sequenza di istruzioni per compiere un’operazione definita. L’algoritmo inscritto nel crick è il modo giusto di usarlo per cambiare una ruota. Prova a fare lo stesso con uno stick di burro cacao e vediamo quanto vai lontano. Prova a usare una lametta per pulirti il culo. Prova a dire che il gas nervino dipende da come lo usi.

In questo caso la tecnologia di cui parliamo è una complessa infrastruttura planetaria di comunicazione, progettata e continuamente weaponizzata, acuminata per pungolare in ogni modo scambi e interazioni tra persone, e trasformare quegli scambi e quelle relazioni in merce. E non è la «mercificazione» in senso figurato di cui parlava la teoria critica del Novecento (francofortese, situazionista, pasoliniana, ecc.): no, quelle relazioni diventano big data da vendere, dunque letteralmente merce.

Se parliamo di una tecnologia del genere, è veramente ingenuo pensare che il singolo individuo abbia chissà quale margine di scelta sugli utilizzi, o chissà quale spazio di manovra per fare hacking del mezzo. Tanto più se il pungolo e l’estrazione di valore avvengono mediante un crescente processo di gamification, molto simile a quello che si usa per il videogioco d’azzardo, dalla programmazione delle slot machine ai siti di scommesse passando per il poker on line. Una slot machine non «dipende da come la usi»: la usi come l’hanno programmata, punto. E l’hanno programmata per indurre a una dipendenza comportamentale: l’azzardopatia (siamo d’accordo con chi invita a non chiamarla «ludopatia») […]

[…] Facebook è coercitivo, addictive e, per la sua logica di fondo, narcisizzante. La sua cifra è la «pornografia emotiva»: parlare continuamente di sé, farsi pubblicità, esporre le minuzie della propria vita al giudizio dei propri «amici» (mai parola fu più pervertita, dato che molti “amici” sono in realtà estranei o vaghe conoscenze), fare spettacolo dei propri stati d’animo, umori, emozioni anche passeggere, persino della sofferenza e del dolore, il tutto sulle bacheche di un’azienda privata.

Le metafore possibili sono svariate: su Facebook sono in vetrina, sono in onda 24 ore su 24 col mio reality individuale, sono un pesce nell’acquario aziendale… O, per dirla coi Pink Floyd di Wish You Were Here, su Facebook ho rinunciato a «un ruolo da comparsa nella guerra» per «un ruolo da protagonista in una gabbia».

E così, eccomi qua. Un algoritmo mi ha persuaso a ritenere interessante per gli altri, e quindi notiziabile, ogni momento della mia vita, dunque mi impegno a far sapere di continuo dove sono, con chi sono, cosa sto facendo, cosa sto mangiando… Spesso è roba talmente irrilevante che un tempo non l’avrei scritta nemmeno nel mio diario a fine giornata; oggi invece la sbandiero coram populo.

«Sono qui, nel cesso, a fare la cacca!» rispondeva un esasperato Dustin Hoffman a Stefania Sandrelli che telefonava più volte al giorno chiedendogli «Dove sei, cosa fai?» (Alfredo Alfredo, regia di Pietro Germi, 1972).

All’epoca quel comportamento, quella pretesa di “condivisione” perenne, era ritenuta invadente, persino da parte dell’innamorata. […] Una volta il tizio che infliggeva agli altri i filmini delle proprie vacanze era considerato un seccatore, una macchietta, un personaggio da vignetta loffia della Settimana enigmistica. Oggi sono io quel tizio, e l’algoritmo mi premia, mi fa sentire l’eroe di una storia eccitante, e se gli «amici» mettono il like ai miei aggiornamenti vuol dire che non sono poi così tediosi. Che bello! Ricambierò mettendo il like ai loro. Per pura cortesia, chiaro, che vuoi che me ne freghi di cosa stanno mangiando? […] Condividere e condividere compulsivamente sono due cose diverse […]


La vera «grande sostituzione»: Facebook e i media indipendenti

C’è chi tenta di fare di Facebook un uso militante. Non solo i frequenti episodi di censura politica rendono il compito sempre più difficoltoso, ma bisogna chiedersi se, in un simile contesto, i contro non soverchino i pro, e se non sia meglio sperimentare altro. Certo, non esiste un «altrove assoluto», un «fuori» dal sistema; ma possono esistere contesti meno sfavorevoli e tossici.

Sia chiaro, non stigmatizziamo chi ha scommesso sul portare anche su Facebook la propria informazione militante e la propria agit-prop. C’è chi lo ha fatto dopo molte considerazioni e valutazioni. Ma c’è pure chi lo ha fatto per mero automatismo, senza pensarci troppo, perché «su Facebook ci sono tutti». […]

Questo per dire che «le masse» sono in un sacco di posti, ben più concreti dei social media. Stare su Facebook col proprio collettivo, gruppo politico o sito di controinformazione è una scelta legittima, ma non obbligata.

Se poi per stare su Facebook si è rinunciato ad altri spazi e strumenti, e si è portata là sopra tutta la propria comunicazione on line, presto o tardi ci si troverà in braghe di tela.

Sì, ci sono realtà di movimento che, trovando la pagina Facebook (ingannevolmente) più semplice e veloce da gestire, hanno cominciato a trascurare il loro sito finché non è diventato un fossile. E ce ne sono altre che manco ce l’hanno, il sito, che è come mettere i maroni nella morsa e dire «I agree!» a Zuckerberg che ha la mano sulla leva.

Nella tradizione dei movimenti rivoluzionari, antagonisti, controculturali è sempre stato cruciale crearsi i propri media. Ogni volta si trattava di esperienze molto avanzate rispetto al mainstream dell’epoca: rotture creative che introducevano nuovi linguaggi e nuove prassi di comunicazione, e favorivano nuove modalità di organizzazione. In Italia si va dai giornali e fogli d’agitazione socialisti, comunisti o anarchici alla stampa underground, dalle radio libere degli anni Settanta agli esperimenti di telematica indipendente e dal basso fatti negli anni Ottanta, Novanta e Zero: la rete fax della “Pantera”, le Bbs, Ecn/Isole nella rete, Indymedia, Autistici/Inventati…

Con l’utilizzo prevalente di Facebook da parte di realtà di movimento si è prodotta una grave discontinuità. In nome del “facile”, non solo si è rinunciato a “scartare” e innovare rispetto al mainstream, ma ci si è messi in balia di diktat politici, capricci algoritmici e «termini di servizio» della piattaforma. Una situazione precaria e di ricattabilità.

Bisogna liberare il mediattivismo da questa cattura (e cottura), riprendendo la paziente costruzione di mezzi di informazione e ambienti comunicativi indipendenti. […]


Antivaccinismo

Perché l’antivaccinismo era una narrazione diversiva. Al solito, era anticapitalismo che sbagliava bersaglio. Pensando di nuocere ai megaprofitti che l’industria farmaceutica traeva dai vaccini, l’antivaccinista si poneva, il più delle volte in buona fede, contro il sistema.

Quei profitti, tra l’altro, tendeva a sovrastimarli. Nel 2019, a livello planetario, la quota di mercato dei vaccini superava di poco il tre per cento di quella dell’industria medico-farmaceutica. Il restante novantasette per cento circa era appannaggio di medicinali e attrezzature.226

Nel 2018 i tre farmaci più venduti al mondo – Humira (un antiartritico), Eliquis (un anticoagulante) e lenalidomide (un chemioterapico) – avevano generato più profitti di tutti i vaccini piazzati quell’anno. Tre farmaci, su parecchie migliaia in commercio. […]

Mi sembrava che concentrarsi sui profitti di Pfizer et alii stornasse l’attenzione da meccanismi di omeostasi più profondi. Nella narrazione dominante il vaccino anti Covid era il deus ex machina, la speranza suprema, la svolta delle svolte. Ma era una toppa. Per quanto necessaria, una toppa. Si trattava di cassare la sgradita conseguenza (la pandemia) senza toccare le cause. Avevamo il vaccino, ormai era fatta. Questione di qualche mese e l’avremmo scampata. Se non una volta per tutte, andava bene anche scamparla una volta all’anno. In breve tempo si era affermata un’escatologia – anzi, una soteriologia – del vaccino: trombe e fanfare ne avevano accolto l’arrivo, e la campagna vaccinale era rappresentata in modi pacchiani e persino idolatrici. Tutto comprensibile, dopo un anno di terrore e isolamento: la voglia di girare pagina era giusta. Ma girata la pagina, il libro sarebbe rimasto lo stesso. Il desiderio di lasciarsi il Covid alle spalle, di tirare finalmente un sospiro di sollievo, era barattato con l’oblio, con un salvacondotto per continuare come prima, inquinando, deforestando, sfruttando il vivente, macellando miliardi di animali e continuando a surriscaldare il pianeta. […]


Sul filantropismo delle multinazionali

Quest’ultimo, per dirla con lo stesso Gates, consisteva nel «coniugare i fini della beneficenza con il potere dell’impresa privata». Detto meglio: usare i fini della beneficenza per aumentare il potere dell’impresa privata. Come aveva osservato Tim Schwab in un articolo su The Nation, il filantrocapitalismo aveva imposto un nuovo modello di beneficenza nel quale i beneficiari diretti non sono i poveri del mondo ma i più ricchi del pianeta, perché il fine non è aiutare i bisognosi bensì aiutare i ricchi ad aiutare i bisognosi. Indagando su più di diciannovemila sovvenzioni concesse dalla Gates Foundation […] The Nation ha scoperto circa due miliardi di dollari in donazioni a scopo benefico e scaricabili dalle tasse elargiti ad aziende private, comprese alcune tra le più grandi al mondo, come GlaxoSmithKline, Unilever, IBM e NBCUniversal Media, incaricate di sviluppare nuovi farmaci, migliorare l’igiene nei paesi poveri, creare prodotti finanziari per consumatori musulmani e diffondere la buona novella su questo lavoro […]. Linsey McGoey, professoressa di sociologia all’Università dell’Essex e autrice del libro No Such Thing as a Free Gift [ha commentato]: «Hanno creato uno dei precedenti più problematici nella storia delle fondazioni filantropiche, consentendo a grandi multinazionali di presentarsi come meritevoli destinatari di donazioni in un momento in cui i loro profitti sono alle stelle».

Quanto all’«aiutare i bisognosi», si traduceva nel calare dall’alto ricette capitalistiche con modalità neocoloniali. La Gates Foundation lavorava con colossi come Monsanto e Cargill per imporre all’Africa un modello di agricoltura basato sul controllo delle sementi tramite i brevetti e sull’uso massiccio di fertilizzanti chimici.

Idem per l’idea di sanità portata avanti dai Gates: saldamente in mano a multinazionali come BASF, Dow Chemicals, GlaxoSmithKline, Novartis e Pfizer, e basata sulla strenua difesa della proprietà intellettuale, per Gates minacciata da «nuovi comunisti». Modern-day communists, così il miliardario aveva definito i suoi critici. […]

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