Alla Senatrice della Repubblica Elena Fattori

Alla Senatrice della Repubblica Paola Nugnes

Al Senatore della Repubblica Matteo Mantero

Alla Consigliera dell’Assemblea Capitolina Tiziana Biolghini

Al Consigliere dell’Assemblea Capitolina Giovanni Caudo

Al Consigliere dell’Assemblea Capitolina Paolo Ciani

Alla Consigliera dell’Assemblea Capitolina Michela Cicculli

Al Consigliere dell’Assemblea Capitolina Alessandro Luparelli

Ai presidenti dei Municipi di Roma Capitale

In questi giorni il Governo e il Parlamento stanno affrontando la manovra di Bilancio e la riforma fiscale, una parte del mondo sindacale contesta la redistribuzione dei carichi fiscali che (come al solito) non affronta il problema della redistribuzione del reddito nazionale verso il basso, ma premia i redditi più alti, e contro queste scelte CGIL e UIL hanno proclamato lo sciopero generale.

I partiti rappresentati in Parlamento stanno riposizionandosi in vista della prossima battaglia per la presidenza della repubblica e persino “il governo dei migliori” rischia di soccombere.

In tutto questo passa sotto silenzio una pesante riforma dei servizi pubblici locali che renderà praticamente impossibile la gestione pubblica dei servizi da parte dei comuni o dei loro consorzi.

Sono passati poco più di dieci anni da quando una analoga norma venne abrogata con un referendum popolare che espresse la chiara volontà di conservare la gestione dei “beni comuni” in mano pubblica.

A quel tempo si pose l’accento soprattutto sul tema dell’acqua pubblica, ma il problema non era e non è solo per quell’ambito, ma anche per la gestione dei rifiuti urbani e (più marginalmente data la sostanziale liberalizzazione della vendita) la distribuzione dell’energia e del gas. Nel frattempo, analoghe norme spingono per la totale privatizzazione dei servizi di trasporto locali.

Insomma, a dieci anni di distanza, con un referendum comunque largamente inapplicato (in violazione palese dell’Art. 75 della Costituzione), si torna al medesimo punto, nel silenzio assordante della politica istituzionale.

Nessuna voce si è levata contro questo progetto, neanche da parte dei cinque stelle, neanche da parte di quegli eletti che tanto debbono ai forum per l’acqua pubblica.

Solo su alcuni forum o pubblicazioni on line si sono avanzate analisi sulla portata del progetto di privatizzazione generalizzata e obbligatoria, ma nessuna mobilitazione è stata proposta.

Eppure, il tema non è indifferente all’impoverimento delle fasce più deboli della società né è lontano dalla sensibilità ecologica delle nuove generazioni.

Tutti i servizi pubblici coinvolti hanno fortissime e immediate conseguenze ambientali.

Tacendo del servizio rifiuti (in cui il legame ambientale è evidente a tutti), la gestione delle reti energetiche e ancor più degli acquedotti e delle acque reflue ha una ricaduta ineludibile sul livello di impoverimento di quelle che (anche il capitalismo mondiale, finanziario e imprenditoriale, se ne è reso conto) sono risorse scarse, non rinnovabili e altamente inquinanti (energia e gas) o inquinate (acqua).

Dal punto di vista delle fasce sociali più deboli è del tutto indifferente il fatto che i pochi soldi dei lavoratori, dei precari, dei disoccupati, se ne vadano per i contributi per una pensione miraggio, per le ritenute alla fonte delle imposte o per pagare gli oneri di sistema della bolletta elettrica o della Tassa Rifiuti.

Il fatto che i servizi locali sui “beni comuni” debbano obbligatoriamente fruttare utili e le tariffe sono da anni strutturate da ARERA in maniera da predeterminare l’esistenza degli stessi utili è per ciò stesso garanzia di aumenti insostenibili per le utenze.

Il fatto che sulle utenze si vengano a scaricare, obbligatoriamente, le inefficienze dei sistemi costituisce un ulteriore odiosa discriminazione nei confronti dei più poveri.

Abbiamo visto cosa è successo quando si è privatizzato il maggiore monopolio naturale italiano, quello delle autostrade.

Una volta privatizzata la gestione della rete gli investimenti sono crollati, le manutenzioni si sono ridotte al minimo e la tragedia del Ponte Morandi è stata emblematica.

La favola secondo cui agli Enti pubblici spetterà il “controllo” è, appunto, una favola a cui non credono neanche i bimbi.

Come osservato da Clericetti, su Micromega (1), «un effettivo controllo è impossibile, a meno di non duplicare le funzioni più importanti dell’impresa che gestisce, il che non avrebbe senso. I controlli che si fanno sono solo sulla carta, e si basano su informazioni che ha il gestore, ma non il concessionario [concedente, n.d.r.]: si deve giocoforza contare sulla buona fede (stavo per scrivere “buon cuore”) dei privati. Che però tendono molto spesso a pesare la sicurezza in base ai costi e a trascurare quelle che gli economisti chiamano “esternalità negative”. Al di fuori del discorso sulle concessioni, abbiamo visto come la famiglia Riva ha gestito le esternalità negative dell’Ilva, che consistevano nell’avvelenare un intero territorio.»

Ora, questo schema diviene praticamente obbligatorio per tutti i servizi a rete e penalizzerà non solo le famiglie e le imprese, ma anche i piccoli Comuni marginali e lontani dai capoluoghi, che si vedranno esclusi, per mancanza di appetibilità e alti costi, dai circuiti di distribuzione migliori.

Saranno penalizzati anche i lavoratori attualmente occupati in questi servizi perché una delle prime operazioni che, storicamente, avviene in caso di privatizzazione è l’attacco ai livelli occupazionali e salariali, alla sicurezza sul lavoro e alla certezza del posto. Si estenderà la precarizzazione anche in questi settori con la scusa del risparmio che non sarà mai trasferito ai cittadini ed agli utenti ma aumenterà il profitto di pochi.

Confindustria pressa da anni perché si apra questo nuovo mercato e molti, anche a sinistra, pensano “quello che va bene a Confindustria va bene anche per il paese”.

La lunga storia delle privatizzazioni ci insegna che non è così (fatta eccezione per la telefonia mobile e solo quando il mercato è stato invaso da operatori low cost, evento impossibile per i monopoli naturali).

Non ce ne è stata una che si sia risolta in un vantaggio per i consumatori e il paese, e l’elenco è lungo, dall’Alitalia, all’energia elettrica, dal Gas agli istituti di credito, per tacere gli esempi già fatti delle autostrade o dell’ILVA.

Non ce n’è stata una che non si sia evoluta in aumenti di costi per l’utenza, fallimenti di cordate, licenziamenti, nuovo intervento pubblico di salvataggio, in un circolo vizioso in cui la costante è sempre una sola: “privatizzazione dei profitti, socializzazione delle perdite”.

ATTAC Italia ha proposto alle assemblee elettive degli Enti Locali (gli enti maggiormente incisi dalla privatizzazione obbligatoria) l’adozione di un Ordine del Giorno cui la nostra associazione ha già espresso il proprio pieno favore(2).

Chiediamo agli eletti delle forze che si sono storicamente opposte alle privatizzazioni di farsi promotori della approvazione di questo OdG nelle rispettive assemblee.

Questa iniziativa istituzionale deve saldarsi con la mobilitazione delle piazze.

In questo senso, nel salutare positivamente il cambio di passo del sindacato nei rapporti con il governo, chiederemo che alla piattaforma dello sciopero del 16 dicembre prossimo si aggiunga una forte opposizione alla nuova stagione di privatizzazioni e in favore di una gestione democratica e non lucrativa dei beni comuni perché è inutile ottenere un salario maggiore, una defiscalizzazione per le classi subalterne, se questo miglioramento è più che riassorbito dagli aumenti per beni e servizi di prima necessità che sono patrimonio di tutti, se i più deboli debbono rinunciare alla cura della salute perché la sanità pubblica viene svuotata.

Non ci illudiamo, sappiamo bene che non basta un Ordine del giorno che non vincola nessuno e che la Norma delegherà al governo la decisione e la redazione di un Decreto Legislativo su cui persino il Parlamento avrà pochissimo potere di controllo.

Siamo coscienti che, probabilmente, si dovrà percorrere nuovamente l’ordalia referendaria, in un quadro politico del tutto diverso rispetto a dieci anni fa’, dopo altri dieci anni di propaganda unanime a favore del privato.

Sappiamo però che, come noi, molte associazioni, molte forze sociali, molte donne e uomini, sono contrari a questo modello di sviluppo che viene presentato come unico possibile.

Iniziamo la mobilitazione nelle piazze e nei quartieri, ma affrontiamola anche nelle assemblee elettive.

L’Associazione Parliamo di Socialismo

Link alle citazioni

(1) https://www.micromega.net/privatizzazione-servizi-pubblici/

(2) https://www.parliamodisocialismo.it/2021/11/10/opponiamoci-alle-privatizzazioni-obbligatorie/

credits: immagine da Pixabay

Un pensiero su “Quando tutto sarà privato, saremo privati di tutto – Lettera agli eletti”
  1. Il tema delle privatizzazioni mi sembra sia il grande assente dal dibattito pubblico del paese, come se il risultato fosse scontato. Scontato è il favore delle destre (sempre prone ai voleri di Confindustria), stupisce il silenzio degli eletti M5S, molti provenienti proprio dalla esperienza dei forum per l’acqua pubblica. Non mi stupisce affatto, il silenzio del PD dato che delle privatizzazioni è stato alfiere, in tutte le sue componenti originarie, sin dalla stagione dei DS (principali fautori di un certo “capitalismo municipale” di cui la privatizzazione è la naturale conseguenza). C’è un quadro sconfortante di fronte a noi e i sostenitori del “privato è bello a prescindere” sembrano sordi a qualsiasi sollecitazione basata su fatti e dati storici, come tanti no-vax economici, con una posizione, questa sì totalmente “ideologista” nel senso più deteriore. Dovremo risalire una china anche culturale e non è scontato.

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