Un libro sul destino della democrazia nella società attuale: non una situazione assolutamente disperata (ma poco ci manca), per la quale Crouch indica alcuni rimedi su cui meriterà riflettere. Eccezionalmente illuminante e suggestivo. Gianni Vattimo

Una lettura attenta dell’evoluzione del mondo politico, economico e sociale. Un ricostituente per esangui discussioni politiciste. Luigi La Spina, “La Stampa”

Crouch entra con precisione nel cuore dei più scottanti problemi della politica odierna. Michele Prospero, “l’Unità”

La democrazie rappresentativa è al tramonto. Siamo entrati in una fase nuova, in cui contano le lobbies, i leader populisti e i sondaggi di opinione: chiamiamola ‘postdemocrazia’.


Non è semplice riassumere tutti i temi affrontati da Postdemocrazia di Colin Crouch, un libro del 2005 assolutamente coinvolgente per la capacità di analizzare il percorso delle democrazie occidentali. Crouch divide questo percorso in tre fasi fondamentali:

  • la predemocrazia – fase embrionale di una democrazia che nasce nel dopoguerra con i suoi limiti e debolezze e ancora non completamente espressa;
  • la democrazia – fase effettiva che vede la sua massima affermazione ed espressione partecipativa nella seconda parte del secolo scorso, in una condizione in cui il mercato era ancora subordinato ai governi e alla politica. La fase nella quale il popolo, tanto attraverso il voto quanto attraverso l’impegno in organizzazioni e partiti, riusciva a rivendicare bisogni e a rappresentare priorità; le aziende erano soggette all’autorità dei governi nazionali che erano in condizione di limitare il potere dei potentati economici;
  • la postdemocrazia – è l’involuzione di fatto del concetto puro di democrazia che Crouch distingue dalla democrazia liberale in quanto quest’ultima è interessata ad esautorare politica, governi e parti sociali evitando che compromettano le scelte delle aziende e del mercato limitando l’esercizio popolare alle sole tornate elettorali, falsa espressione democratica se spogliata da una effettiva partecipazione e dalla possibilità di intervenire nelle scelte.

Si tratta quindi di una parabola discendente che ha effetti ben più devastanti di un ritorno alla prima fase in quanto, pur mantenendo apparentemente l’esercizio del voto popolare, ridotto a farsa/spettacolo e governato da tecniche mediatiche di persuasione, sottopone e condiziona la politica alle lobby economiche come avveniva ben prima dell’avvento della democrazia.

E’ dopo gli anni ‘80 che si comincia a realizzare una joint venture tra l’elite politica e le lobby economiche. Inizia la dismissione e/o l’appalto di gran parte delle attività pubbliche ai privati ed i governi si limitano a legiferare in modo opportuno alle esigenze rappresentate dal capitalismo. I partiti politici iniziano a perdere la loro credibilità ed i sindacati il loro ruolo contrattuale. Il welfare diviene residuale e, nel corso del tempo, delegato in gran parte ai privati che, oltre al potere economico, accrescono in questo modo anche il loro potere politico. Anche le infrastrutture pubbliche, se non cedute, vengono appaltate alle grandi aziende private.

Con l’affermarsi della globalizzazione, delle multinazionali e della Borsa quale indice di risultato, viene meno anche il core business stesso delle aziende che possono esternalizzare anche le loro attività preponderanti mettendo in seria crisi il mercato del lavoro ed una classe operaia non più esistente pur in costanza di diseguaglianze e precarietà mai tanto diffuse quanto oggi.

E questa identità volatile di questi predatori consente loro un maggior potere contrattuale nei confronti dei governi: non avendo necessita di strutturate sedi fisiche e forza lavoro stabile, possono tranquillamente paventare delocalizzazioni o esternalizzazioni, ottenendo, nella peggiore delle ipotesi, i consistenti sgravi fiscali tanto di moda.

Nel contempo anche tutti quei servizi, nati come universali e pubblici, vengono delegati o ceduti ai privati, rendendo il welfare state una zona di sempre più ampio profitto economico

Di contro, è proprio sulle classi più disagiate e su quella che era un tempo la classe operaia, ormai privata della sua coscienza di classe, che la propaganda tecnologica e mediatica riesce a fare presa producendo spesso forme di opposizione ininfluenti e mal indirizzate.

Un quadro assolutamente inquietante cui si aggiunge, in tutto l’occidente, una sedicente sinistra istituzionale che non riesce ad andare oltre ad una identità socialdemocratica assolutamente allineata alle politiche liberiste grazie alle quali riesce a mantenersi inutilmente in vita, totalmente privata di rapporto con la sua base e della rappresentanza dei bisogni della stessa.

A questa inesorabile caduta nella postdemocrazia e a questo evidente squilibrio tra gli interessi delle grandi aziende e tutti gli altri gruppi, Crouch non trova possibili soluzioni certe. Riconosce l’esigenza di mantenere il campo aperto a ciò che resta dei partiti perché abbandonare il campo equivarrebbe all’accelerazione di una involuzione definitiva. Prende in esame anche alcune proposte aternative in merito al finanziamento dei partiti che quantomeno riducano la dipendenza degli stessi dalle relazioni elitarie con i potentati economici: soluzioni comunque palliative di una situazione globale difficilmente ribaltabile.

Allo stesso tempo ritiene però fondamentale la costituzione di gruppi e movimenti esterni ai partiti che possano esercitare su questi una importante pressione realizzando nuove forme di partecipazione attiva ed una visione critica in grado di individuare le cause dei problemi e del malcontento al di fuori delle narrazioni mainstream.

Lettura assolutamente interessante.

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