A firma dello storico israeliano Ilan Pappé e del linguista statunitense Noam Chomsky, un testo essenziale per conoscere la storia del conflitto israelo-palestinese in maniera obiettiva ed onesta.

Gli autori partono dalla fine dell’800 per ricostruire responsabilità e contesto di una storia di barbarie troppo spesso parzialmente narrata: dalle responsabilità dei missionari cristiani che, nella speranza di migrare gli ebrei verso la loro religione, prendono le parti del sionismo contro i palestinesi, al potere delle lobbies sioniste statunitensi che governano di fatto le politiche internazionali americane, dagli interessi petroliferi delle cinque sorelle alle vere e proprie pulizie etniche perpetrate dai vari governi sionisti nel ‘48 con la “Nakba”, nel 2008 e 2009 con gli attacchi a Gaza, nel 2010 contro la “Flottiglia della Libertà”, ai crimini ed alle stragi di civili di cui neanche l’avvento di Obama ha invertito la tendenza. Anzi, Obama ha innalzato del 25% gli aiuti militari ad Israele.


Cosa aspettarsi da un governo il cui ministro della Difesa Moshe Dayan, al quale erano affidati i territori occupati, dichiarava: « Oggi la situazione assomiglia al rapporto complesso tra un beduino e la ragazza che lui rapisce contro la sua volontà […]. Voi palestinesi, come nazione, oggi non ci volete, ma noi cambieremo il vostro atteggiamento imponendovi la nostra presenza ». Voi « vivrete come cani, e chi vuole può andarsene », mentre noi ci prendiamo ciò che vogliamo.

Quasi un secolo di orrori, pulizia etnica e terrorismo che anche studiosi israeliani non hanno difficoltà ad associare a quanto vissuto dagli ebrei, in ruoli opposti, nell’ultimo conflitto.

Un quadro che lascia sgomenti e che fa trarre agli autori logiche conclusioni sull’impossibilità di realizzare due stati per due popoli e che avanzano invece l’ipotesi di un unico stato binazionale.

Prospettiva però possibile solo uscendo dalla lettura spesso falsa, mutilata e propagandistica degli eventi, fornendo le corrette informazioni in modo capillare all’opinione pubblica mondiale che generi la coscienza necessaria a combattere una barbarie che, col fattivo contributo degli Stati Uniti, va ormai avanti da troppo tempo.

E l’Europa non è certo senza colpe: il silenzio assordante la distingue nel non vedere e non denunciare le violazioni ai diritti umani ed alle leggi internazionali di Israele e Stati Uniti.

Una coscienza di cui l’occidente avrebbe tanto bisogno per fare l’inventario di tante guerre e crimini, che non vede o non vuol vedere, se non quando i potentati globali decidono di indirizzare le opinioni verso i loro interessi di bottega.

Al libro in questione, pubblicato nel 2010, fa seguito nel 2015 un nuovo libro degli stessi autori che possiamo considerare un aggiornamento “Palestina e Israele: che fare?” e che non ho ancora letto.


Ha ancora senso oggi parlare di Palestina e Israele usando espressioni come “processo di pace”, “soluzione a due Stati”, “partizione”? Ha senso continuare con un vuoto dibattito politico, facendo il gioco dei sionisti e mantenendo lo status quo? Le tesi di Noam Chomsky e Ilan Pappé raccolte in questo volume ruotano attorno all’idea che i tempi siano maturi per un cambio di rotta. Indugiare sulla questione israelo-palestinese significa condannare all’oblio un’intera popolazione, perciò, secondo i due autori, bisogna denunciare la natura di paese colonizzatore di Israele, spingere la comunità internazionale a prendere una posizione ferma contro le sue politiche d’occupazione e, soprattutto, ragionare in funzione di un unico Stato multietnico, dove palestinesi e israeliani possano convivere nel rispetto reciproco dei diritti umani. Si tratta di un nuovo approccio, i cui cardini scaturiscono innanzitutto dalla necessità di superare l’ipocrisia del lessico israeliano; non più “processo di pace”, dunque, ma “decolonizzazione” e “cambio di regime”. Come scrive Pappe, c’è bisogno di “un nuovo discorso che analizzi la realtà invece di ignorarla”, perciò “se si vuole superare la paralisi concettuale impostaci dalla soluzione a due Stati, chiunque sia nelle condizioni di farlo – a qualsiasi livello – dovrebbe proporre una struttura politica, ideologica, costituzionale e socioeconomica che valga per tutti gli abitanti della Palestina, non solo dello Stato di Israele”.

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