I temi di italiano su tracce di Leopardi, Della Casa e Ibsen. Erano tempi duri: “Risparmiavo la cena”

di Gad Lerner


Gad Lerner annuncia la pubblicazione, da domani, sul “Fatto quotidiano”, di tre inediti gramsciani.

Riportiamo il testo dell’anticipazione anticipandovi che provvederemo nei giorni successivi alla pubblicazione degli inediti.


Che emozione tenere fra le mani questi dodici fogli protocollo solo un po’ ingialliti, scritti con calligrafia ordinata solo su mezza facciata per lasciare spazio alle correzioni; e, in quarta pagina, insieme al giudizio del professore, quella firma inconfondibile: Antonio Gramsci.

Li abbiamo ritrovati tra le carte di un dirigente comunista milanese, Francesco Scotti, che fu antifascista della prima ora, condannato dal tribunale speciale, recluso a Civitavecchia, combattente nella guerra di Spagna, comandante partigiano delle Brigate Garibaldi, primo segretario della federazione di Milano dopo la Liberazione, deputato all’Assemblea costituente. La Fondazione Gramsci, alla quale il figlio Giuseppe Scotti (medico pioniere della radio-neurologia) e la nipote Alice Barrese hanno deciso di donare in custodia i manoscritti, ne ha immediatamente certificata l’autenticità. Si tratta di tre temi di italiano scritti da Antonio Gramsci quando aveva vent’anni e frequentava l’ultimo anno del liceo Dettori di Cagliari, nel 1911. Circostanza attestata dal nome dell’insegnante, Vittorio Amedeo Arullani, letterato e poeta piemontese che non ebbe difficoltà a riconoscere l’erudizione e il talento straordinari di quel giovane. Come già l’anno precedente era accaduto a un altro professore, Raffa Garzia, che decise di incoraggiare Gramsci a scrivere i suoi primi articoli su l’Unione sarda di cui era il direttore.

I tre temi, in perfetto stato di conservazione, hanno i seguenti titoli:

“Non si dee l’uomo contentare di fare le cose buone, ma dee studiare di farle anche leggiadre. Giovanni Della Casa”.

“…Conosciuto, ancor che tristo, ha i suoi diletti il vero. Leopardi”.

“Le verità, invecchiando, diventano errori. E. Ibsen”.

Li pubblicheremo a partire da domani su Il Fatto non solo per il loro valore documentario, ma perché – come sottolinea Maria Luisa Righi, coordinatrice dell’edizione nazionale Treccani delle Opere gramsciane – sono “di grandissimo interesse per mettere a fuoco la formazione del giovane Gramsci”. E, mi permetto di aggiungere, perché sono bellissimi, ricchi di anticipazioni sulla sua visione del mondo, ispirati dal suo amore per la cultura e dalla precoce sensibilità per la giustizia sociale, dunque assai commoventi.

Non possiamo dimenticare le condizioni materiali di estrema povertà in cui quel ragazzo venuto a Cagliari dal paese di Ghilarza sul finire del 1908 conduceva i suoi studi. Lo ospitava il fratello maggiore Gennaro, contabile già iscritto al Partito socialista. Dovevamo mantenersi in due con cento lire al mese. Nelle lettere alla famiglia Antonio lamentava di non disporre di vestiti decenti, tanto da vergognarsi di andare a scuola. Ricorderà anni dopo: “Incominciai col non prendere più il poco caffè al mattino, poi rimandai il pranzo sempre più tardi e così risparmiavo la cena. Per 8 mesi mangiai così una sola volta al giorno e giunsi alla fine del 3° anno del liceo in condizioni di denutrizione molto gravi”.

Conseguita con voti eccellenti la maturità, Gramsci ottenne una borsa di studio da 70 lire al mese al Collegio Carlo Alberto di Torino e nell’ottobre 1911 si trasferì nel capoluogo piemontese per frequentare l’università, facoltà di Lettere. Continuerà una vita di stenti, ma diventerà anche il principale ispiratore di un grande movimento di emancipazione sociale. Neanche Mussolini, che lo fece morire in carcere a soli 46 anni, riuscì a sopprimere la sua temuta intelligenza rivoluzionaria.

Di Gramsci erano già stati ritrovati e pubblicati quattro temi del liceo, il più noto dei quali è Oppressi e oppressori, sempre del 1911. Come segnala Eleonora Lattanzi, curatrice dell’archivio della Fondazione, giunsero da Mosca in Italia nel 1946 inviati da Tatiana Schucht alla sorella Giulia, moglie di Gramsci. Nel 1938 l’economista Piero Sfraffa informò Tatiana che altri quattro temi erano in possesso di Carlo Gramsci, il fratello minore nel frattempo trasferitosi a Milano, dove morì nel 1968. È dunque assai probabile che sia stato Carlo a donare, o lasciare in custodia, all’amico Francesco Scotti i tre temi oggi recuperati. Resta il dubbio che possa esisterne ancora un quarto, chissà dove, se Sraffa non si era sbagliato.

Di certo, i temi erano finiti in buone mani. Francesco Scotti e sua moglie Carmen Español, conosciuta nel 1936 sulla linea del fronte di guerra fra Saragozza e Huesca, rifugiati in Francia con i primi due figli prima che lui tornasse in Italia per affiancare Luigi Longo tra i più fidati dirigenti della Resistenza in Lombardia e Piemonte, erano persone di notevole spessore culturale oltre che di integerrima militanza. Se non fosse morto prematuramente a 62 anni, Francesco Scotti non avrebbe lasciato in fondo a un armadio un fascicolo così prezioso.

Sono grato al professor Giuseppe ‘Pepe’ Scotti e ad Alice Barrese cui debbo questa bella scoperta. E sono grato a Maria Luisa Righi – autrice del libro Concerti e sconcerti. Cronache musicali 1915-1919 (Mimesis) dove vengono raccolti gli articoli dedicati alla musica, attribuiti a Gramsci solo di recente – per la meticolosa trascrizione dei testi.

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