Il 20 febbraio del 1922 veniva costituita l’Alleanza del Lavoro, un cartello al quale aderirono sindacati e partiti politici antifascisti, che aveva come scopo la creazione di “un’alleanza delle forze proletarie” per rispondere allo squadrismo fascista e risolvere i problemi delle libertà politiche e sindacali attraverso la difesa della giornata lavorativa di otto ore. Il 31 luglio l’Alleanza proclamò uno sciopero generale che, per bocca di Turati([i]), avrebbe dovuto essere legalitario nel senso che “i lavoratori devono assolutamente astenersi dal commettere atti di violenza che tornerebbero a scapito della solennità della manifestazione e si presterebbero alla sicura speculazione degli avversari; salvi i casi di legittima difesa delle persone e delle istituzioni, contro le quali, malauguratamente, la violenza avversaria dovesse scatenare i suoi furori…”. Lo sciopero, iniziato il primo agosto, scarsamente organizzato e privo di guida, durò ventiquattro ore e si rivelò un fallimento permettendo ai fascisti di esercitare violenze di ogni tipo sui manifestanti. De Felice([ii]) ha sostenuto che proprio questo sciopero abortito inflisse un colpo mortale alla democrazia italiana spianando “il terreno a Mussolini, spazzando via di un colpo gli ostacoli e i pericoli di cui era cosparsa la sua strada verso il potere…”. Ma prima dello storico reatino c’era stato chi aveva analizzato quell’evento nel modo seguente: “Nel 1921 l’Avanti! e il Partito socialista erano contrari all’azione generale proposta dai comunisti e la sabotarono in ogni modo fino alla catastrofe dello sciopero legalitario dell’agosto 1922, che ebbe solo il risultato di spingere gli industriali e la Corona verso il fascismo e di far decidere l’on. Mussolini al colpo di Stato…” (A. Gramsci, Le elezioni, in L’Ordine Nuovo, marzo 1924; si può leggere in La costruzione del Partito comunista 1923-1926, Einaudi, Torino, 1978).

Peraltro le violenze fasciste erano state preannunciate dall’ultimatum lanciato dalla direzione del Pnf e pubblicato su Il popolo d’Italia, con il titolo Manifesto per la mobilitazione fascista contro lo sciopero antinazionale, lo stesso primo agosto: “I partiti antinazionali che si raccolgono ibridamente nell’Alleanza del lavoro hanno lanciato un guanto di sfida al fascismo e alla nazione (…) Diamo quarantotto ore di tempo allo Stato perché dia prova della sua autorità (…) Trascorso questo termine, il fascismo rivendicherà piena libertà di azione e si sostituirà allo Stato che avrà ancora una volta dimostrata la sua impotenza”. Le violenze durarono più di una settimana e crearono intorno al fascismo il consenso di quella parte della borghesia non ancora del tutto persuasa da Mussolini e dai suoi.

Degli indiscutibilmente positivi, ovviamente per lui, risultati raggiunti con le aggressioni e le brutalità che seguirono lo sciopero legalitario, Mussolini si vantò ancora nel discorso tenuto ad Udine il 20 settembre: “La nostra violenza è risolutiva, perché alla fine del luglio e di agosto in quarantotto ore (…) abbiamo ottenuto quello che non avremmo ottenuto in quarantotto anni di prediche e di propaganda”. E ancora: “La borghesia deve rendersi conto che nella nazione c’è anche il popolo, una massa che lavora, e non si può pensare a grandezza di nazione se questa massa che lavora è inquieta (…) il compito del fascismo è di farne un tutto organico con la nazione per averla domani, quando la nazione ha bisogno della massa, come l’artista ha bisogno della materia grezza per forgiare i suoi capolavori. Solo con una massa che sia inserita nella vita e nella storia della nazione noi potremo fare una politica estera”; il tono è già quello dei discorsi che costituiranno le fondamenta dello Stato totalitario.

Il terreno è pronto per un nuovo colpo di teatro.

26 settembre, Cremona: mentre il sodale Farinacci è intento nel macabro rito dell’appello dei “camerati” morti per la causa della rivoluzione fascista, con i convenuti che gridano “presente” ad ogni cognome pronunciato, Mussolini arringa le camicie nere e le esalta sentenziando: “È dalle rive del Piave che noi abbiamo iniziato una marcia che non può fermarsi fino a quando non abbiamo raggiunto la meta suprema: Roma”. Che il duce del fascismo fosse già persuaso di marciare su Roma in quest’occasione, non è certo; che ne divenne certo sotto gli stimoli di altre manifestazioni cui partecipò nei giorni seguenti, è più prossimo ad una verità che voglia definirsi storica.

Il 24 ottobre si apre al San Carlo di Napoli il Consiglio nazionale fascista; la parola a Mussolini: “Che cosa vogliono i fascisti? Noi abbiamo risposto molto semplicemente: lo scioglimento di questa Camera, la riforma elettorale e le elezioni a breve scadenza. Abbiamo chiesto un rinvio dello sgombero della terza zona dalmatica e abbiamo chiesto cinque portafogli più il Commissariato dell’Aviazione. Che cosa ci è stato risposto? Nulla. Peggio ancora, ci è stato risposto in modo ridicolo. Noi siamo per la pacificazione ma non possiamo sacrificare i nostri diritti, non possiamo sacrificare gli interessi della Nazione”. E mentre Mussolini torna a Milano, Facta([iii]), evidentemente rassicurato (beata ingenuità o altro?) dal discorso di Napoli, si affretta a telegrafare al sovrano, Vittorio Emanuele III, che si trovava nella tenuta di San Rossore nei pressi di Pisa: “Credo ormai tramontato progetto marcia su Roma” mentre, sotto la guida di De Bono, De Vecchi, Balbo e Bianchi, gli squadristi andavano organizzandosi.

Mentre i ministri mettono a disposizione del Capo del Governo i loro portafogli e il re torna a Roma, i fascisti diffondono il seguente manifesto: “Il movimento dei fascisti non è contro la Patria, non è contro il Re: noi marciamo su Roma per rendere all’Italia la piena libertà”. È il 27 ottobre.

Davanti a questa situazione di evidente confusione e di crisi, gli squadristi passano all’azione e arrivano a Roma nella notte fra il 27 e il 28 ottobre. Alle cinque del mattino il governo delibera lo stato d’assedio in base al seguente testo reso noto dall’Agenzia di stampa Stefani([iv]): “Il Consiglio dei ministri ha deciso la proclamazione dello stato di assedio in tutte le provincie del Regno, a cominciare da mezzogiorno di oggi 28 ottobre. Di fronte ai tentativi insurrezionali, il governo, dimissionario, ha il dovere di mantenere con tutti i mezzi e a qualunque costo l’ordine pubblico. E questo dovere compirà per intero a salvaguardia dei cittadini e delle libere istituzioni costituzionali”. Alle 11,30 viene resa pubblica la seguente notizia: “L’agenzia Stefani è autorizzata ad annunciare che il provvedimento per la proclamazione dello stato d’assedio non ha corso”. Vittorio Emanuele III non aveva firmato lo stato d’assedio. Il 30 ottobre il re riceveva Mussolini affidandogli l’incarico di formare il governo.

Il duce prese per sé l’interim degli esteri oltre che gli interni e il 16 novembre si presentò alla Camera con un discorso dal quale si cita il seguente passo: “Mi sono imposto dei limiti. Mi sono detto che la migliore saggezza è quella che non si abbandona dopo la vittoria. Con trecentomila giovani armati di tutto punto decisi a tutto e quasi misticamente pronti ad un mio ordine, io potevo castigare tutti coloro che hanno diffamato e tentato di infangare il fascismo. Potevo fare di quest’aula sorda e grigia un bivacco di manipoli (…) potevo sprangare il parlamento e costituire un governo esclusivamente di fascisti. Potevo: ma non ho, almeno in questo primo tempo, voluto”.

Quale fu la reazione della sinistra alla marcia su Roma? Ha scritto Paolo Spriano([v]): “La resistenza che oppone il movimento operaio è puramente simbolica”. Mentre i comunisti invitano allo sciopero generale, la Cgl si dissocia immediatamente. Iniziano i saccheggi delle sedi dei maggiori organi della sinistra e Togliatti, ad esempio, è costretto ad una rocambolesca fuga dalla redazione del Comunista, per sfuggire ai fascisti.

A Mosca, durante il IV Congresso dell’Internazionale, si parla della situazione italiana; fra gli estremismi bordighiani e le disinvolte analisi di Zinoviev([vi]), spicca l’avvedutezza di Radek([vii])che, dopo aver aspramente condannato il settarismo quale malattia infantile del comunismo italiano, valuta con precisione i motivi dell’avvento del fascismo: la piccola borghesia irrequieta, illusa che il fascismo possa fungere da intermediario fra capitale e lavoro, si fa portavoce dell’emarginazione in cui il socialismo italiano ha tenuto ceti intermedi, ex combattenti, anche i mutilati. Insomma, la piccola borghesia conquista il potere grazie all’appoggio della grande borghesia. Sembra di sentire Gramsci che, peraltro, era a Mosca e, come suggerisce Spriano, non è detto che non avesse parlato con Radek. Quindi l’analisi dell’avvento del fascismo al potere parte da Mosca, forse da quel Gramsci che del fascismo divenne analista impietoso e acerrimo avversario: come è noto, ciò gli costò il carcere e la vita!


[i] Filippo Turati (Canzo, 26 novembre 1857 – Parigi, 29 marzo 1932) è stato tra i primi e più importanti leader del socialismo italiano e tra i fondatori, a Genova nel 1892, dell’allora Partito dei Lavoratori Italiani (che diventerà, nel 1893 a Reggio Emilia, Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, avendo ancora questo nome al convegno di Imola nel 1894 e, nel 1895 con il congresso di Parma, Partito Socialista Italiano)

[ii] Renzo De Felice (Rieti, 8 aprile 1929 – Roma, 25 maggio 1996) è considerato uno dei maggiori studiosi del fascismo[2][3], alla cui approfondita analisi si dedicò sin dal 1960 e fino all’anno della sua morte. La sua monumentale opera affronta il Ventennio fascista partendo dalla vita di Benito Mussolini: il primo volume, Mussolini il rivoluzionario, è del 1965; l’ultimo, Mussolini l’alleato. La guerra civile, fu pubblicato incompleto e postumo nel 1997. La biografia mussoliniana uscì nell’arco di 30 anni in 8 volumi per 7.000 pagine

[iii] Luigi Facta (Pinerolo, 13 settembre 1861 – Pinerolo, 5 novembre 1930) ha svolto per ultimo l’incarico di presidente del Consiglio prima del governo Mussolini

[iv] L’Agenzia Stefani è stata la prima agenzia di stampa italiana. Nel 1920, fu stipulato un accordo con il governo che le affidava il compito di distribuire le informazioni ufficiali alla stampa, ai prefetti e agli uffici governativi

[v] Paolo Spriano (Torino, 30 novembre 1925 – Roma, 26 settembre 1988) nei cinque volumi della Storia del Partito Comunista Italiano (1967-1975 affrontò luci e ombre della storia dei comunisti italiani, basandosi sulle dirette fonti d’archivio

[vi] Grigorij Evseevič Zinov’ev, pseudonimo di Hirsch Apfelbaum (23 settembre 1883 – 11 settembre del calendario giuliano – Mosca, 25 agosto 1936) era a capo del Soviet, cittadino e regionale, di Pietrogrado, oltre che presidente dell’Internazionale Comunista e direttore dell’omonimo organo di stampa

[vii] Karl Berngardovič Radek, pseudonimo di Karol Sobelsohn (Leopoli, 31 ottobre 1885 – Verchneural’sk, 19 maggio 1939) elaborò la tattica del « fronte unico » dei Partiti comunisti e socialdemocratici e nel 1922 rappresentò con Bucharin il PCR al congresso di Berlino delle tre Internazionali

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