Il 22 maggio del 1874 saliva sul podio, nella chiesa di San Marco a Milano, Giuseppe Verdi per dirigere il “Requiem” da lui composto ad un anno dalla morte di Alessandro Manzoni. Oggi, a 150 anni dal giorno della scomparsa del grande scrittore milanese, portando con noi il suono forte ed angosciato delle note verdiane continuamente scandito dal “Dies irae”, vogliamo ricordarlo con alcune riflessioni gramsciane sulla sua opera.

L’attenzione di Gramsci per Manzoni non è mai solo letteraria; si pensi alla nota dei Quaderni del 1934 intitolata Popolarità del Tolstoj e del Manzoni nella quale si individua il nesso dialettico umile-uomo colto nello scrittore russo, mentre nello scrittore italiano esiste una differenza, una separazione. In Tolstoj “la saggezza ingenua ed istintiva del popolo” può determinare una crisi nell’uomo colto e questa circostanza testimonia dell’interpretazione democratica del Vangelo; ad esempio, in Guerra e pace, l’umile Platon Karatajev agisce fortemente sul colto Piotr Biezuchov. In Manzoni, in specie ne I Promessi Sposi, gli umili, i popolani “sono rappresentati come gente meschina, angusta, senza vita interiore”. Non è Lucia, ad esempio, a determinare la crisi dell’Innominato; la sua influenza, scrive Gramsci, è puramente meccanica. Questo atteggiamento di Manzoni verso il popolo è emblematico di un atteggiamento più diffuso da cui deriva il “carattere non popolare-nazionale della letteratura italiana”. In una nota precedente quella a cui si è appena fatto riferimento, Gramsci sottolinea il carattere aristocratico del cattolicesimo manzoniano e il “compatimento” con cui vengono trattati gli umili, “ciò che non appare in Tolstoj”, mentre invece per gli appartenenti alla classe alta (Fra Cristoforo, Innominato, cardinal Borromeo) l’atteggiamento è ben diverso. Si tratta, aggiunge Gramsci, di un atteggiamento di casta nella forma cattolica, e verso gli umili si può provare la benevolenza “di una cattolica società di protezione degli animali”. Per questo, l’atteggiamento manzoniano è schiettamente cattolico, “di condiscendente benevolenza, non di medesimezza umana”, al contrario di quello di Tolstoj che riassume lo “spirito evangelico del cristianesimo primitivo”. Ma tutto il discorso sul ruolo del romanzo storico manzoniano nella letteratura italiana va ricondotto alla risposta ad una domanda fondamentale: è esistito un romanticismo italiano? Gramsci risponde non sottolineando l’aspetto “letterario” del problema, ma quello storico-politico, in quanto più direttamente legato allo sviluppo del movimento per l’Unità d’Italia; in sostanza Gramsci, attribuendo al romanticismo una valenza strettamente politica, intende presentarlo come “particolare riflesso della democrazia nelle lettere”, come “uno speciale rapporto o legame tra gli intellettuali e il popolo, la nazione”.

In alcune note Gramsci usa l’espressione I nipotini di padre Bresciani. Questi era Antonio Bresciani (1798-1862), uno scrittore, gesuita, antiliberale e antiromantico, autore di alcuni romanzi storici, uno dei quali, L’ebreo di Verona, ristampato nel 1851, era stato stroncato da Francesco De Sanctis. La stroncatura aveva origine dall’uso di tesi illiberali da parte dell’autore del libro e dal fatto che povertà artistica e debolezza umana fossero, in Bresciani, la stessa cosa. Quindi è De Sanctis a suggerire a Gramsci l’uso della categoria del “brescianesimo” per indicare una tendenza tipica della letteratura italiana e contraddistinta da individualismo, illiberalismo, opposizione al nazionale-popolare, aristocraticismo, paternalismo di stampo gesuitico. Questi vizi Gramsci li rinviene anche in autori del suo tempo che vanno per la maggiore e, per questo, li sottopone ad una critica tanto feroce quanto necessaria. Costoro sono I nipotini di padre Bresciani che, nei Quaderni del carcere, vanno da Croce a Gentile, da Papini a Ungaretti e altri ancora tutti caratterizzati da “bassezza morale, vigliaccheria morale e civile”, buffoneria: in una parola, conformismo.

Scrive Gramsci a proposito del suo modo di prendere in considerazione le questioni letterarie:

Si tratta di una ricerca di storia della cultura, non di critica artistica in senso stretto: si vuole dimostrare che sono gli autori esaminati che introducono un contenuto morale estrinseco, cioè fanno della propaganda e non dell’arte, e che la concezione del mondo implicita nelle loro opere è angusta e meschina, non nazionale-popolare ma di casta chiusa[1].

Vengono proposte alcune note dei Quaderni del carcere dalle quali è possibile evincere il giudizio gramsciano su Manzoni. Pur nella durezza di diversi fra questi giudizi, essi non mettono in discussione l’intellettuale cattolico-democratico quanto, piuttosto, lo scrittore i cui pareri intorno alle classi subalterne sono condizionati dall’appartenenza all’alta borghesia aristocratica.

Avvertenza: le note sono riportate indicando il Quaderno e il numero del paragrafo. Nei titoli, quelli fra parentesi quadre sono redazionali mentre il resto è dell’originale gramsciano. Si potrà incontrare in alcuni casi la dicitura “Seconda stesura”: si intende che quella nota è stata scritta da Gramsci una prima volta e poi riscritta in un secondo momento. Le note senza questa dicitura sono di stesura unica.

Tra il febbraio del 1929 e gli ultimi mesi del 1933, con una grafia chiara e sottile, Gramsci aveva riempito 17 quaderni di tipo scolastico di annotazioni su vari argomenti. Altri 4 quaderni raccoglievano esercizi di traduzione dal tedesco, dal russo e dall’inglese. Fra il dicembre del 1933 e l’agosto del 1935 compila ancora 12 quaderni. Quindi i Quaderni del carcere sono 33.

La stesura inizia l’8 febbraio del 1929 con l’indicazione degli argomenti che saranno trattati:

PRIMO QUADERNO (8 febbraio 1929)

Note e appunti

Argomenti principali:

1) Teoria della storia e della storiografia.

2) Sviluppo della borghesia italiana fino al 1870.

3) Formazione dei gruppi intellettuali italiani: svolgimento, atteggiamenti.

4) La letteratura popolare dei «romanzi d’appendice» e le ragioni della sua persistente fortuna.

5) Cavalcante Cavalcanti: la sua posizione nella struttura1 e nell’arte della Divina Commedia.

6) Origini e svolgimento dell’Azione Cattolica in Italia e in Europa.

7) Il concetto di folklore.

8) Esperienze della vita in carcere.

9) La «quistione meridionale» e la quistione delle isole.

10) Osservazioni sulla popolazione italiana: sua composizione, funzione dell’emigrazione.

11) Americanismo e fordismo.

12) La quistione della lingua in Italia: Manzoni e G. I. Ascoli.

13) Il «senso comune» (cfr 7).

14) Riviste tipo: teorica, critico-storica, di cultura generale (divulgazione).

15) Neo-grammatici e neo-linguisti («questa tavola rotonda è quadrata»).

16) I nipotini di padre Bresciani[2].

Alla morte di Gramsci (27 aprile 1937) i 33 quaderni saranno presi in consegna dalla cognata Tatiana che prima di inviarli a Mosca, dove giungono nel luglio del 1938, li cataloga e numera con cifre romane. Il 3 marzo del 1945 i manoscritti tornano in Italia e da essi sono tratti i sei volumi editi dalla casa editrice torinese Einaudi fra il 1948 e il 1951 con i seguenti titoli:

Il materialismo storico e la filosofia di Benedetto Croce (1948);

Gli intellettuali e l’organizzazione della cultura (1949);

Il Risorgimento (1949);

Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo Stato moderno (1949);

Letteratura e vita nazionale (1950);

Passato e presente (1951).

Nel 1975 sono ripubblicati da Einaudi nell’edizione critica curata, per l’Istituto Gramsci, da Valentino Gerratana. Si tratta di tre grossi volumi più un quarto di note ed apparati. I quaderni sono disposti nell’ordine cronologico di compilazione da parte di Gramsci. L’Edizione nazionale degli scritti di Antonio Gramsci, edita dall’Istituto dell’Enciclopedia italiana, prevede la suddivisione dei Quaderni in Quaderni di traduzioni (già pubblicati), Quaderni miscellanei (già pubblicato un volume) e Quaderni speciali.

Vanno inoltre ricordate l’edizione del 1971 degli Editori Riuniti di Roma (edizione tematica che di fatto riproponeva quella einaudiana) e quella anastatica, in 18 volumi, del 2009 in collaborazione fra la Biblioteca Treccani e il quotidiano “L’Unione Sarda”.

DAI “QUADERNI DEL CARCERE”

Q6, § 〈56〉. [Un giudizio su Manzoni.] I nipotini di padre Bresciani. Filippo Crispolti. Ho già notato in altro paragrafo come il Crispolti non esiti a porre se stesso come paradigma per giudicare il dolore del Leopardi[3]. Nel suo articolo Ombre di romanzi manzoniani il Manzoni diventa paradigma per autogiudicare il romanzo effettivamente scritto dal Crispolti Il duello e un altro romanzo Pio X che poi non fu scritto[4]. L’arroganza del Crispolti è persino ridicola: i Promessi sposi trattano di un «impedimento brutale ad un matrimonio», il Duello del Crispolti tratta del duello[5]; ambedue si riferiscono al dissidio che esiste nella società tra l’adesione al Vangelo che condanna la violenza, e l’uso brutale della violenza. C’è una differenza tra il Manzoni e il Crispolti; il Manzoni proveniva dal giansenismo, il Crispolti è un gesuita laico; il Manzoni era un liberale e un democratico del cattolicesimo (sebbene di tipo aristocratico) ed era favorevole alla caduta del potere temporale; il Crispolti era un reazionario nerissimo e lo è rimasto; se si staccò dagli intransigenti papalini e accettò di essere senatore è stato solo perché voleva che i cattolici diventassero il partito ultradestro della nazione.

È interessante la trama del romanzo non scritto Pio X solo perché riferisce alcune difficoltà obbiettive che si presentano nella convivenza a Roma di due potenze come la monarchia e il papa, riconosciuto come sovrano già dalle guarentigie. Ogni uscita del papa dal Vaticano per attraversare Roma domanda: 1) ingenti spese statali per l’apparato d’onore dovuto al papa; 2) è una minaccia di guerra civile perché bisogna obbligare i partiti progressivi a non fare dimostrazioni e implicitamente pone la quistione se questi partiti possano mai andare al potere col loro programma, cioè interferisce sulla sovranità dello Stato sinistramente.

Q7, § 〈50〉. [Il popolo nei Promessi Sposi.] Letteratura popolare. Del carattere non popolare-nazionale della letteratura italiana. Atteggiamento verso il popolo nei Promessi Sposi. 〈Il〉 carattere «aristocratico» del cattolicismo manzoniano appare dal «compatimento» scherzoso verso le figure di uomini del popolo (ciò che non appare in Tolstoi) come fra Galdino (in confronto di frate Cristoforo), il sarto, Renzo, Agnese, Perpetua, la stessa Lucia, ecc. (…). Vedere se spunti interessanti nel libro di A. A. Zottoli, Umili e potenti nella poetica di A. Manzoni, Ed. «La Cultura», Roma-Milano 1931.

Sul libro dello Zottoli cfr Filippo Crispolti, Nuove indagini sul Manzoni, nel «Pègaso», di agosto 1931[6]. Questo articolo del Crispolti è interessante di per se stesso, per comprendere l’atteggiamento del cristianesimo gesuitico verso gli «umili». Ma in realtà mi pare che il Crispolti abbia ragione contro lo Zottoli, sebbene il Crispolti ragioni «gesuiticamente». Dice il Crispolti del Manzoni: «Il popolo ha per sé tutto il cuore di lui, ma egli non si piega ad adularlo mai; lo vede anzi collo stesso occhio severo con cui vede i più di coloro che non sono popolo». Ma non si tratta di volere che il Manzoni «aduli il popolo», si tratta del suo atteggiamento psicologico verso i singoli personaggi che sono «popolari»; questo atteggiamento è nettamente di casta pur nella sua forma religiosa cattolica; i popolani, per il Manzoni, non hanno «vita interiore», non hanno personalità morale profonda; essi sono «animali» e il Manzoni è «benevolo» verso di loro proprio della benevolenza di una cattolica società di protezione degli animali. In un certo senso il Manzoni ricorda l’epigramma su Paolo Bourget: che per il Bourget occorre che una donna abbia 100 000 franchi di rendita per avere una psicologia. Da questo punto di vista il Manzoni (e il Bourget) sono schiettamente cattolici; niente in loro dello spirito «popolare» di Tolstoi, cioè dello spirito evangelico del cristianesimo primitivo. L’atteggiamento del Manzoni verso i suoi popolani è l’atteggiamento della Chiesa Cattolica verso il popolo: di condiscendente benevolenza, non di medesimezza umana. Lo stesso Crispolti, nella frase citata, inconsapevolmente confessa questa «parzialità» (o «partigianeria») del Manzoni: il Manzoni vede con «occhio severo» tutto il popolo, mentre vede con occhio severo «i più di coloro che non sono popolo»: egli trova «magnanimità», «alti pensierì», «grandi sentimenti» solo in alcuni della classe alta, in nessuno del popolo, che nella sua totalità è bassamente animalesco.

Che non abbia un gran significato il fatto che gli «umili» abbiano una parte di prim’ordine nel romanzo manzoniano, è giusto, come dice il Crispolti. Il Manzoni pone il «popolo» nel suo romanzo, oltre che per i personaggi principali (Renzo, Lucia, Perpetua, fra Galdino, ecc.) anche per la massa (tumulti di Milano, popolani di campagna, il sarto, ecc.), ma appunto il suo atteggiamento verso il popolo non è «popolare-nazionale», ma aristocratico.

Studiando il libro dello Zottoli, occorre ricordare questo articolo del Crispolti. Si può mostrare che il «cattolicismo» anche in uomini superiori e non «gesuitici» come il Manzoni (il Manzoni aveva certamente una vena giansenistica e antigesuitica) non contribuì a creare in Italia il «popolo-nazione» neanche nel Romanticismo, anzi fu un elemento anti – nazionale-popolare e solamente aulico.

Q8, § 〈3〉. Formazione e diffusione della nuova borghesia in Italia.

(…)

Foscolo e Manzoni in un certo senso possono dare i tipi italiani. Il Foscolo è l’esaltatore delle glorie letterarie e artistiche del passato (cfr i Sepolcri, i Discorsi civili, ecc.), la sua concezione è essenzialmente «retorica» (sebbene occorra osservare che nel tempo suo questa retorica avesse un’efficienza pratica attuale e quindi fosse «realistica»).

Nel Manzoni troviamo spunti nuovi, più strettamente borghesi (tecnicamente borghesi). Il Manzoni esalta il commercio e deprime la poesia (la retorica). Lettere al Fauriel. Nelle Opere inedite ci sono dei brani in cui il Manzoni biasima l’unilateralità dei poeti che disprezzano la «sete dell’oro» dei commercianti, disconoscono l’audacia dei navigatori mentre parlano di sé come di esseri sovrumani. In una lettera al Fauriel scrive: «pensi di che sarebbe più impacciato il mondo, del trovarsi senza banchieri o senza poeti, quale di queste due professioni serva più, non dico al comodo, ma alla coltura dell’umanità». (Cfr Carlo Franelli, Il Manzoni e l’idea dello scrittore, nella «Critica Fascista» del 15 dicembre 1931). Il Franelli osserva: «I lavori di storia e di economia politica li mette più in alto che una letteratura piuttosto (?!) leggera. Sulla qualità della coltura italiana d’allora ha dichiarazioni molto esplicite nelle lettere all’amico Fauriel. Quanto ai poeti, la loro tradizionale megalomania lo offende, Osserva che oggidì perdono tutto quel gran credito che godettero in passato. Ripetutamente ricorda che alla poesia ha voluto bene in “gioventù”»[7].

Q8, § 〈9〉. Assenza di un carattere nazionale-popolare nella letteratura italiana. Da un articolo di Paolo Milano nell’«Italia letteraria» del 27 dicembre 1931: «Il valore che si dà al contenuto di un’opera d’arte non è mai troppo – ha scritto Goethe. Un simile aforisma può tornare in mente a chi rifletta sullo sforzo, da tante generazioni (?) avviato (sic) e che si sta tuttora compiendo, di creare una tradizione del moderno romanzo italiano. Quale società, anzi quale ceto dipingere? I tentativi più recenti non consistono forse nel desiderio di uscire dai personaggi popolareschi che tengono la scena nell’opera manzoniana e verghiana? E le mezze riuscite non si possono forse ricondurre alle difficoltà e all’incertezza nel fissare un ambiente (fra alta borghesia oziosa e gente minuta e bohème marginale)?»[8].

Il brano è sorprendente per il modo meccanico ed esteriore di porre le quistioni. Infatti avviene che «generazioni» di scrittori tentino a freddo di fissare l’ambiente da descrivere senza con ciò stesso manifestare il loro carattere «astorico» e la loro povertà morale e sentimentale? Del resto per «contenuto» non basta intendere la scelta di un dato ambiente: ciò che è essenziale per il contenuto è l’atteggiamento dello scrittore e di una generazione verso questo ambiente. L’atteggiamento solo determina il mondo culturale di una generazione e di un’epoca e quindi il suo stile. Anche nel Manzoni e nel Verga, non i «personaggi popolareschi» sono determinanti, ma l’atteggiamento dei due scrittori verso di essi, e questo atteggiamento è antitetico nei due: nel Manzoni è un paternalismo cattolico, una ironia sottintesa, indizio di assenza di profondo istintivo amore verso quei personaggi, è un atteggiamento dettato da un esteriore sentimento di astratto dovere dettato dalla morale cattolica, corretto appunto e vivificato dall’ironia diffusa. Nel Verga è un atteggiamento di fredda impassibilità scientifica e fotografica, dettata dai canoni del verismo applicato più razionalmente che dallo Zola. L’atteggiamento del Manzoni è il più diffuso nella letteratura che rappresenta «personaggi popolareschi» e basta ricordare Renato Fucini; esso è ancora di carattere superiore, ma si muove su un filo di rasoio e infatti degenera, negli scrittori subalterni, nell’atteggiamento «brescianesco» stupidamente e gesuiticamente sarcastico.

Q8, § 〈13〉. Passato e presente. Manzoni dialettico. Cap. VIII dei Promessi Sposi, episodio della tentata sorpresa di Renzo e Lucia a Don Abbondio per farsi sposare in casa: «Renzo che strepitava di notte in casa altrui, dove s’era introdotto di soppiatto, e teneva il padrone stesso assediato in una stanza, ha tutta l’apparenza di un oppressore; eppure alla fin dei fatti, era l’oppresso. Don Abbondio, sorpreso, messo in fuga, spaventato, mentre attendeva tranquillamente a’ fatti suoi, parrebbe la vittima; eppure in realtà era lui che faceva un sopruso. Così va spesso il mondo… voglio dire, così andava nel secolo decimosettimo».

Q11, § 〈56〉 [Seconda stesura di Q8, § 19] Buon senso e senso comune. Il Manzoni fa distinzione tra senso comune e buon senso (cfr Promessi Sposi, cap. XXXII sulla peste e sugli untori). Parlando del fatto che c’era pur qualcuno che non credeva agli untori, ma non poteva sostenere la sua opinione contro l’opinione volgare diffusa, scrive; «Si vede che era uno sfogo segreto della verità, una confidenza domestica; il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune».

Q14, § 〈25〉. Passato e presente. La logica di don Ferrante. Si può avvicinare la forma mentale di don Ferrante a quella che è contenuta nelle così dette «tesi» di Roma (ricordare la discussione sul «colpo di Stato» ecc.)[9]. Era proprio come il negare la «peste» e il «contagio» da parte di don Ferrante e così morirne «stoicamente» (se pure non è da usare un altro avverbio più appropriato). Ma in don Ferrante in realtà c’era più ragion «formale» almeno, cioè egli rifletteva il modo di pensare dell’epoca sua (e questo il Manzoni mette in satira, personificandolo in don Ferrante), mentre nel caso più moderno si trattava di anacronismo, come se don Ferrante fosse risuscitato con tutta la sua mentalità in pieno secolo XX.

Q14, § 〈39〉. Letteratura popolare. Manzoni e gli «umili». L’atteggiamento «democratico» del Manzoni verso gli umili (nei Promessi Sposi) in quanto è d’origine «cristiana» e in quanto è da connettere con gli interessi storiografici che il Manzoni aveva derivato dal Thierry e dalle sue teorie sul contrasto tra le razze (conquistatrice e conquistata) divenuto contrasto di classi. Queste teorie del Thierry sono da vedere in quanto sono legate al romanticismo e al suo interesse storico per il Medio Evo e per le origini delle nazioni moderne, cioè nei rapporti tra razze germaniche invaditrici e razze neolatine invase, ecc.[10] (…). Anche su questo punto dei rapporti tra l’atteggiamento del Manzoni e le teorie del Thierry è da vedere il libro dello Zottoli, Umili e potenti nella poetica di A. Manzoni.

Queste teorie di Thierry nel Manzoni si complicano, o almeno hanno aspetti nuovi nella discussione sul «romanzo storico» in quanto esso rappresenta persone delle «classi subalterne» che «non hanno storia», cioè la cui storia non lascia tracce nei documenti storici del passato. (Questo punto è da connettere con la rubrica «Storia delle classi subalterne»[11], in cui si può fare riferimento alle dottrine del Thierry, che del resto hanno avuto tanta importanza per le origini della storiografia della filosofia della prassi)[12].

Q14, § 〈45〉. Letteratura popolare. Manzoni. Adolfo Faggi nel «Marzocco» del 1° novembre 1931 scrive alcune osservazioni sulla sentenza «Vox populi vox Dei» nei Promessi Sposi[13]. La sentenza è citata due volte (secondo il Faggi) nel romanzo: una volta nell’ultimo capitolo ed appare detta da Don Abbondio a proposito del marchese successore di Don Rodrigo: «E poi non vorrà che si dica che è un grand’uomo. Lo dico e lo voglio dire. E anche se io stessi zitto, già non servirebbe a nulla, perché parlan tutti, e vox populi, vox Dei». Il Faggi fa osservare che questo solenne proverbio è impiegato da don Abbondio un po’ enfaticamente, mentre egli si trova in quella felice disposizione d’animo per la morte di don Rodrigo, ecc.; non ha particolare importanza o significato. L’altra volta la sentenza si trova nel cap. XXXI, dove si parla della peste: «Molti medici ancora, facendo eco alla voce del popolo (era, anche in questo caso, voce di Dio?) deridevano gli auguri sinistri, gli avvertimenti minacciosi dei pochi, ecc.». Qui il proverbio è riportato in italiano e in parentesi, con intonazione ironica. Negli Sposi Promessi (cap. III del tomo IV, ediz. Lesca) il Manzoni scrive a lungo sulle idee tenute generalmente per vere in un tempo o in un altro dagli uomini e conchiude che se oggi si possono trovare ridicole le idee diffuse tra il popolo al tempo della peste di Milano, non possiamo sapere se idee odierne non saranno trovate ridicole domani, ecc. Questo lungo ragionamento della prima stesura è riassunto nel testo definitivo nella breve domanda: «Era anche in questo caso voce di Dio?».

 Il Faggi distingue tra i casi in cui per il Manzoni la voce del popolo non è in certi casi voce di Dio, da altri in cui può esser tale. Non sarebbe voce di Dio «quando si tratti d’idee o meglio di cognizioni specifiche, che soltanto dalla scienza e dai suoi continui progressi possono essere determinate; ma quando si tratti di quei principii generali e sentimenti comuni per natura a tutti quanti gli uomini, che gli antichi comprendevano nella ben nota espressione di conscentia generis humani». Ma il Faggi non pone molto esattamente la quistione, che non può essere risolta senza riferirsi alla religione del Manzoni, al suo cattolicismo. Così riporta per esempio il famoso parere di Perpetua a don Abbondio, parere che coincide con l’opinione del card. Borromeo. Ma nel caso non si tratta di una quistione morale o religiosa, ma di un consiglio di prudenza pratica, dettato dal senso comune più banale. Che il card. Borromeo si trovi d’accordo con Perpetua non ha quella importanza che sembra al Faggi. Mi pare sia legato al tempo e al fatto che l’autorità ecclesiastica aveva un potere politico e un’influenza; che Perpetua pensi che don Abbondio debba ricorrere all’arcivescovo di Milano, è cosa naturale (serve solo a mostrare come Don Abbondio avesse perduto la testa in quel momento e Perpetua avesse più «spirito di corpo» di lui), come è naturale che Federico Borromeo così parli. Non c’entra la voce di Dio in questo caso. Così non ha molto rilievo l’altro caso: Renzo non crede all’efficienza del voto di castità fatto da Lucia e in ciò si trova d’accordo col padre Cristoforo. Si tratta anche qui di «casistica» e non di morale. Il Faggi scrive che «il Manzoni ha voluto fare un romanzo di umili», ma ciò ha un significato più complesso di ciò che il Faggi mostri di credere. Tra il Manzoni e gli «umili» c’è distacco sentimentale; gli umili sono per il Manzoni un «problema di storiografia», un problema teorico che egli crede di poter risolvere col romanzo storico, col «verosimile» del romanzo storico. Perciò gli umili sono spesso presentati come «macchiette» popolari, con bonarietà ironica, ma ironica. E il Manzoni è troppo cattolico per pensare che la voce del popolo sia voce di Dio: tra il popolo e Dio c’è la chiesa, e Dio non s’incarna nel popolo, ma nella chiesa. Che Dio s’incarni nel popolo può crederlo il Tolstoi, non il Manzoni.

Certo questo atteggiamento del Manzoni è sentito dal popolo e perciò i Promessi Sposi non sono mai stati popolari: sentimentalmente il popolo sentiva il Manzoni lontano da sé e il suo libro come un libro di devozione non come un’epopea popolare.

Q21, § 〈3〉. [Seconda stesura di Q9, § 135] Gli «umili». Questa espressione – «gli umili» – è caratteristica per comprendere l’atteggiamento tradizionale degli intellettuali italiani verso il popolo e quindi il significato della «letteratura per gli umili». Non si tratta del rapporto contenuto nell’espressione dostoievschiana di «umiliati e offesi». In Dostojevschij c’è potente il sentimento nazionale-popolare, cioè la coscienza di una missione degli intellettuali verso il popolo, che magari è «oggettivamente» costituito di «umili» ma deve essere liberato da questa «umiltà», trasformato, rigenerato. Nell’intellettuale italiano l’espressione di «umili» indica un rapporto di protezione paterna e padreternale, il sentimento «sufficiente» di una propria indiscussa superiorità, il rapporto come tra due razze, una ritenuta superiore e l’altra inferiore, il rapporto come tra adulto e bambino nella vecchia pedagogia o peggio ancora un rapporto da «società protettrice degli animali», o da esercito della salute anglosassone verso i cannibali della Papuasia.

Q23, § 〈51〉. [Seconda stesura di Q3, § 148 e § 151] «Popolarità» del Tolstoi e del Manzoni. Nel «Marzocco» dell’11 novembre 1928 è pubblicato un articolo di Adolfo Faggi, Fede e dramma[14], nel quale sono contenuti alcuni elementi per istituire un confronto tra la concezione del mondo del Tolstoi e quella del Manzoni, sebbene il Faggi affermi arbitrariamente che i «Promessi Sposi corrispondono perfettamente al suo (del Tolstoi) concetto dell’arte religiosa», esposto nello studio critico sullo Shakespeare: «L’arte in generale e in particolare l’arte drammatica fu sempre religiosa, ebbe cioè sempre per iscopo di chiarire agli uomini i loro rapporti con Dio, secondo la comprensione che di questi rapporti s’erano fatta in ogni età gli uomini più eminenti e destinati perciò a guidare gli altri… Ci fu poi una deviazione nell’arte che l’asservì al passatempo e al divertimento; deviazione che ha avuto luogo anche nell’arte cristiana». Nota il Faggi che in Guerra e Pace i due personaggi che hanno la maggior importanza religiosa sono Platone Karatajev e Pietro Biezuchov: il primo è uomo del popolo, e il suo pensiero ingenuo ed istintivo ha molta efficacia sulla concezione della vita di P. Biezuchov.

Nel Tolstoi è caratteristico appunto che la saggezza ingenua ed istintiva del popolo, enunciata anche con una parola casuale, faccia la luce e determini una crisi nell’uomo colto. Ciò appunto è il tratto più rilevante della religione del Tolstoi che intende l’Evangelo «democraticamente», cioè secondo il suo spirito originario e originale. Il Manzoni invece ha subìto la Controriforma: il suo cristianesimo ondeggia tra un aristocraticismo giansenistico e un paternalismo popolaresco gesuitico. Il rilievo del Faggi che «nei Promessi Sposi sono gli spiriti superiori come il padre Cristoforo e il cardinale Borromeo che agiscono sugli inferiori e sanno sempre trovare per loro la parola che illumina e guida» non ha connessione sostanziale con la formulazione di ciò che è l’arte religiosa di Tolstoi, che si riferisce alla concezione generale e non ai particolari modi di estrinsecazione: le concezioni del mondo non possono non essere elaborate da spiriti eminenti, ma la «realtà» è espressa dagli umili, dai semplici di spirito.

Bisogna inoltre notare che nei Promessi Sposi non c’è popolano che non sia «preso in giro» e canzonato: da don Abbondio a fra Galdino, al sarto, a Gervasio, ad Agnese, a Perpetua, a Renzo, alla stessa Lucia: essi sono rappresentati come gente meschina, angusta, senza vita interiore. Vita interiore hanno solo i signori: fra Cristoforo, il Borromeo, l’Innominato, lo stesso don Rodrigo.

Perpetua, secondo don Abbondio, aveva detto presso a poco ciò che disse poi il Borromeo, ma intanto si tratta di quistioni pratiche e poi è notevole come lo spunto sia oggetto di comicità. Così il fatto che il parere di Renzo sul valore del voto di verginità di Lucia coincide esteriormente col parere di padre Cristoforo. L’importanza che ha la frase di Lucia nel turbare la coscienza dell’Innominato e nel secondarne la crisi morale è di carattere non illuminante e folgorante come ha l’apporto del popolo, sorgente di vita morale e religiosa, nel Tolstoi, ma meccanico e di carattere «sillogistico». In realtà anche nel Manzoni si possono trovare notevoli tracce di brescianesimo. (È da notare che prima del Parini, furono i gesuiti a «valorizzare» «paternalisticamente» il popolo: cfr La giovinezza del Parini, Verri e Beccaria di C. A. Vianello (Milano, 1933), dove si accenna al padre gesuita Pozzi «che tanto prima del Parini insorse a difendere ed esaltare – innanzi al consesso del migliore patriziato milanese – “il plebeo” o proletario, come ora si direbbe»[15] (vedi «Civiltà Cattolica» del 4 agosto 1934, p. 272). (…)

Crediti e attribuzioni: Immagine di Alessandro Manzoni Stefano Ferrario da Pixabay ; Immagine di Antonio Gramsci, Licenza CC BY-SA 4.0, attraverso Wikimedia Commons (per completezza il sito kaiserreich.fandom.com è un sito di “fantastoria” in cui si ipotizza quali sarebbero state le conseguenze della vittoria della Germania nella prima guerra mondiale, ovviamente non ha nessun rapporto con quanto espresso in questo articolo)


[1] A. Gramsci, Quaderni del carcere, a cura di V. Gerratana, Einaudi, Torino, 1975, p. 2247.

[2] Ivi, p. 5.

[3] “Q5, § 〈101〉. I nipotini di padre Bresciani. Filippo Crispolti. Uno dei documenti più brescianeschi del Crispolti è l’articolo La madre di Leopardi nella «Nuova Antologia» del 16 settembre 1929. Che dei puri eruditi, appassionati anche delle minuzie biografiche dei grandi uomini, come il Ferretti, abbiano cercato di «riabilitare» la madre del Leopardi, non fa meraviglia: ma le allumacature gesuitiche che il Crispolti sbava sullo scritto del Ferretti, fanno ribrezzo. Tutto il tono è ripugnante, intellettualmente e moralmente. Intellettualmente perché il Crispolti interpreta la psicologia del Leopardi con i suoi «grandi dolori» giovanili (certamente suo è il manoscritto inedito di memorie cui si riferisce due volte) per essere povero, cattivo ballerino e noioso conversatore: paragone ripugnante. Moralmente perché il tentativo di giustificare la madre del Leopardi è meschino, cavilloso, gesuitico nel senso tecnico della parola. Davvero che tutte le madri aristocratiche dei primi del secolo XIX erano come Adelaide Antici? […] La difesa della madre del Leopardi non è un puro fatto d’erudizione curiosa, è un elemento ideologico, accanto alla riabilitazione dei Borboni, ecc.”. Filippo Crispolti (Rieti25 aprile 1857 – Roma2 marzo 1942): alle prime elezioni post-belliche, nel 1919, si candidò nei collegi di Torino e Cuneo per il Partito Popolare Italiano (PPI), venendo eletto. Nel 1922 fu nominato senatore. Nel 1923 uscì dal PPI ed entrò nel Centro Nazionale Italiano, formazione creata da ex-popolari che raccolse i cattolici favorevoli alla collaborazione con il fascismo. Rimase attivo in Parlamento fino agli ultimi anni di vita.

[4] Filippo Crispolti, Ombre di romanzi manzoniani in «Nuova Antologia», 16 febbraio 1930 (anno LXV, fasc. 1390), pp. 433-450.

[5] Filippo Crispolti, Un duello, romanzo, Treves, Milano 1900. Gramsci definì il romanzo di Crispoliti “di propaganda” (Q3, § 37, prima stesura di Q23, § 35).

[6] Filippo Crispolti, Nuove indagini sul Manzoni (Lettera ad Angelo A. Zottoli) in «Pègaso», agosto 1931 (anno III, n. 8), pp. 129-144.

[7] Carlo Franelli, Il Manzoni e l’idea dello scrittore in «Critica fascista», 15 dicembre 1931 (anno IX, n. 24), pp. 478-479.

[8] Paolo Milano, «Luce fredda» in «L’Italia letteraria», 27 dicembre 1931 (anno III, n. 52): si tratta di una recensione al romanzo di Umberto Barbaro, Luce fredda, Carabba, Lanciano.

[9] Le Tesi di Roma furono chiamate le «tesi sulla tattica» scritte da Bordiga, segretario del Partito comunista, e da lui presentate, insieme a Terracini, al II Congresso del Partito tenutosi a Roma dal 20 al 24 marzo del 1922 (cfr. Paolo Spriano, Storia del Partito Comunista Italiano, vol. I: Da Bordiga a Gramsci, Einaudi, Torino 1967, pp. 177-191).

[10] Il rapporto fra Manzoni e Augustin Thierry è preso in considerazione da Gramsci in Q7, § 50 e nel paragrafo 51 dello stesso Quaderno: “§ 〈51〉. Storia delle classi subalterne. L’elemento di lotta di razza innestato nella lotta di classe in Francia dal Thierry ha avuto importanza e quale, in Francia, nel determinare la sfumatura nazionalistica dei movimenti delle classi subalterne? Il «gallicismo» operaio di Proudhon sarebbe da studiare, come espressione più compiuta della tendenza democratico-gallicistica rappresentata dai romanzi popolari di Eugenio Sue”.

[11] Su questo argomento le note del Q25 intitolato Ai margini della storia (storia dei gruppi sociali subalterni).

[12] Gramsci fa qui riferimento a passi delle opere di Marx e di Engels in cui vengono espressi giudizi su Thierry (ad esempio Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca, per quel che concerne Engels, oppure una lettera del 27 luglio del 1854 di Marx allo stesso Engels).

[13] Adolfo Faggi, Vox populi vox Dei in «Il Marzocco», 1° novembre 1931 (anno XXXVI, n. 44).

[14] «Il Marzocco», 11 novembre 1928 (anno XXXIII, n. 46).

[15] Cfr. l’articolo-rassegna di padre Enrico Rosa s. J., Intorno al «Settecento milanese» in «La Civiltà Cattolica», 4 agosto 1934 (anno LXXXV, vol. III), pp. 264-273.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *