«Aiutateci, signori giudici, colla vostra sentenza, aiutate i morti che si sono sacrificati e aiutate i vivi a difendere questa Costituzione, che vuole dare a tutti i cittadini del nostro Paese pari giustizia e pari dignità».(1)
«Io sento penosamente la sofferenza altrui: dei più deboli, o più esattamente dei più offesi. Ma la sento perché pesa a me: per così dire, mi dà fastidio, mi fa star male. Quindi, in un certo senso, non è un agire per gli altri: è un agire per me. Perché alcune sofferenze degli altri mi sono insopportabili».(2)
Mi sono reso conto che, per una di quelle straordinarie coincidenze che la storia ci riserva, oggi ricorre l’anniversario della scomparsa di due giganti della nostra Repubblica.
Il 27 settembre del 2015, compiuti da qualche mese i cento anni, ci lasciava Pietro Ingrao.
Quasi sessant’anni prima, cinquantanove per l’esattezza, sempre un 27 settembre, moriva a 67 anni Piero Calamandrei.
Due uomini di generazioni diverse, due uomini di ispirazione ideale diversa: ostinatamente comunista Ingrao, liberalsocialista Calamandrei.
I rapporti tra Ingrao e il figlio di Calamandrei, Franco (gappista a Roma, giornalista, dirigente e più volte deputato del Partito Comunista Italiano) sono noti, documentati e consolidati. Consiglio a tutti, e soprattutto ai più giovani, la lettura de «La vita indivisibile», il diario che Franco Calamandrei tenne dal 1941 al 1947, tra la guerra e la Resistenza.
Non mi risultano invece documentati rapporti diretti tra Piero Calamandrei e Ingrao.
Certo è che i due si batterono insieme contro la legge-truffa del 1953, quando entrambi sedevano in Parlamento.
I punti di contatto tra le due figure sono più etici che tecnici: insigne giurista Calamandrei, totus politicus Ingrao, laureato in giurisprudenza ma sempre più incline alla poesia che all’aridità degli studi giuridici.
I due condivisero senza dubbio la visione della Costituzione come binario della vita della Repubblica: la videro entrambi come strumento di emancipazione sociale delle classi, e attribuirono al Parlamento una centralità assoluta nella vita della democrazia italiana.
Celebri le polemiche di Ingrao, quando fu presidente della Camera, contro l’eccesso di decretazione d’urgenza dei governi dell’epoca, nulla rispetto a quanto abbiamo registrato negli ultimi trent’anni.
Possiamo solo immaginare con quale durezza interverrebbe oggi Calamandrei sulle ultime uscite del governo. Penso al decreto legge approvato il 24 settembre, che fissa il famigerato tetto alla presenza di «stranieri» nelle classi, con disposizioni che entreranno in vigore fra un anno. Penso anche alla decisione, per ora annunciata, di porre la fiducia su una legge elettorale che stravolge quella attuale a pochi mesi dalle prossime elezioni.
Si tratta di una visione della politica e delle sue regole (fatta di pesi e contrappesi) del tutto estranea al decisionismo oggi in voga. Un decisionismo che, nell’attuale compagine governativa, si trasforma nella sua naturale conseguenza: la tentazione autoritaria, resa quasi inevitabile dalle ascendenze genetiche rivendicate ed esibite dalla presidente del Consiglio pro tempore.
Risulta quasi impossibile riassumere in poche righe il contributo che Calamandrei e Ingrao hanno dato alla nostra formazione: un compito che va sicuramente oltre le forze di un povero artigiano del diritto, quale chi scrive si ritiene.
Di Ingrao conservo però un ricordo personale. Arrivò subito dopo l’attentato che il 16 giugno 1979 i NAR portarono alla nostra sezione, guidando lui stesso, Presidente della Camera, la sua macchina (se ricordo bene, una normalissima Fiat 128), con l’umiltà tipica di tanti dirigenti comunisti, per rassicurare i compagni. Arrivò quasi prima o insieme ai compagni della Federazione romana, che pure stava a due passi.
Calamandrei e Ingrao sono certamente inattuali per una classe politica che non riesce a essere né efficiente né efficace, distinzione sottile ma fondamentale. Restano però due giganti sulle cui spalle dobbiamo tornare, marxianamente, a ergerci.
Crediti immagine: Elaborazione con IA di due immagini di PD tratte da Wikimedia
1 Piero Calamandrei, Arringa in difesa di Danilo Dolci nel processo a seguito dello sciopero alla rovescia, 1956.
2 Pietro Ingrao, Lettera a Goffredo Bettini dopo la decisone di non ripresentare la propria candidatura alle elezioni del 1992 (il testo integrale è reperibile negli archivi de il manifesto)