Le forme di comunicazione sono molto cambiate. Sono più rapide, sintetiche e spesso omologanti.

E sono cambiate in tutti gli ambiti. Basterebbe riflettere sulla distribuzione della musica, legata oggi a piattaforme che generano, “a favore” dell’utente, playlist, consigli e scelte. Una apparentemente infinita quantità di materiale ma una architettura che spesso priva, o quantomeno induce a privarsi, dello “sforzo” della scelta.

Una tv di stato che inonda i suoi palinsesti di trasmissioni dai contenuti artefatti quando non del tutto falsi per soddisfare i bisogni emotivi e morbosi di una platea complice.

Questo criterio è presente anche nell’informazione tradizionale. I pochi quotidiani rimasti in vita, a parte rare eccezioni, ricorrono a titoli ad effetto non necessariamente relazionati a contenuti ed analisi apprezzabili che ne garantiscano la veridicità.

Ormai l’informazione passa attraverso i social e spesso ci si accontenta di quella da questi fornita. Tentiamo di verificare l’attendibilità delle notizie ma non sono così certo che questa esigenza di verifica scatti in noi automaticamente quale premessa essenziale ad uccidere il dubbio.

Forme di comunicazione che hanno da tempo sostituito, almeno in parte, quelle relazioni dirette che una visione alternativa spingerebbe a recuperare per riappropriarsi di territori e realtà ormai dalla sinistra abbandonate.

Questa situazione è divenuta oltremodo evidente in questo periodo pandemico che l’ha enfatizzata.

Un processo che dovrebbe ferire qualunque persona di buon senso ma che ritengo in gran parte irreversibile ed al quale non sarà possibile opporsi con vetero visioni di dinamiche ormai storicamente superate.

E’ da decenni che i temi della comunicazione e del marketing sono oggetto di studio ed applicazione e sempre da decenni rappresentano il più valido strumento di convincimento e gestione dei “consumatori” da parte multinazionali e gruppi di potere.

Un processo facilmente prevedibile e che non intendo demonizzare anche perché sarebbe sostanzialmente inutile. Un cambiamento che non può produrre in noi sorpresa ma del quale non siamo sicuramente protagonisti.

Ed è questa passiva assuefazione, questo adattamento acritico che, per dirla alla Guzzanti, mi perplime.

Social e piattaforme quali Google e tante altre nascono e prosperano appositamente per alimentare quello che Fabrizio Barca chiama il “lago della conoscenza” e che quarant’anni fa la nostra generazione temeva essere in mano a stati e governi che l’utilizzavano per controllarci.

Non abbiamo fatto grandi passi da allora se oggi abbiamo appaltato ai privati l’utilizzo di questo lago, garantendone tra l’altro ai tenutari, per legge, la proprietà intellettuale.

Già questa considerazione sarebbe sufficiente a spingerci a riflettere sull’opportunità di essere di fatto lavoratori volontari e non pagati delle multinazionali. Forniamo quotidianamente notizie sui nostri interessi, sulle nostre abitudini e sulle nostre opinioni per aiutare quel mercato che combattiamo a generare algoritmi utili a definire, catalogare ed indurre i nostri bisogni.

Forse c’è qualcosa che non va, quantomeno sotto il profilo della coerenza.

Naturalmente il mio non è un invito a denigrare le piattaforme sopra citate che ritengo comunque utili ma ad utilizzare un metodo critico, selettivo ed equilibrato nell’utilizzo degli strumenti tecnologici a disposizione che, soprattutto in questo momento, sono gli unici che ci consentono di partecipare e promuovere le nostre sensibilità.

In questa logica semmai l’invito ad essere partecipi sul nostro blog che dovrebbe essere la voce, svincolata da altrui interessi, della costituenda nostra associazione.

Dalla sua apertura, avvenuta ormai più di due mesi fa, sorprende non vedere iscrizioni, registrazioni, commenti e post. Ed un blog ha senso se è uno strumento utile ad un progetto, se a quel progetto intende dare diffusione e visibilità. Capisco l’immediatezza e la rapidità di altre soluzioni ma, proprio perché più volte si è parlato di spazi espressivi e di visioni plurali, sarebbe il caso di dedicargli un po’ di tempo: provare a sentire il nostro blog come il megafono dell’associazione, come il luogo deputato ad espressione di idee e di confronto.

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