Prefazione di Lelio La Porta

Uno dei testi più brevi, o meno ponderosi, della tradizione filosofica occidentale, come si vede; sono le Tesi su Feuerbach redatte da Marx nel 1845 e pubblicate da Engels nel 1888 in appendice al volume Ludwig Feuerbach e il punto d’approdo della filosofia classica tedesca1.

A dispetto della loro brevità, nelle Tesi vengono affrontati diversi problemi (il materialismo e l’idealismo, Hegel e Feuerbach, l’alienazione e la prassi, il conservatorismo e la rivoluzione) al punto che non è fuori luogo sostenere che esse costituiscano un’autobiografia intellettuale di Marx proprio perché attraverso esse si segue il percorso da lui intrapreso per giungere alla formulazione di quella specie di parola d’ordine contenuta nell’XI Tesi che recita nel modo seguente: “I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta però di mutarlo.”; si tratta di assegnare un compito nuovo, rivoluzionario alla filosofia. Come fa Marx a passare dalla filosofia come pura e semplice speculazione alla filosofia intesa come fonte del cambiamento, della rivoluzione?

Già nella prima Tesi è apertamente dichiarato il nuovo punto di vista quando si parla di “attività rivoluzionaria, attività pratico-critica”; se c’è qualcosa di estraneo alla tradizione filosofica è il concetto di rivoluzione. Secondo Marx alcuni filosofi che lo hanno preceduto (Kant e Feuerbach, ad esempio) sono stati critici, ma non critici nel senso pratico, ossia nel senso di tradurre la critica in attività pratica; soltanto l’attività pratica è rivoluzionaria in senso rigoroso in quanto impone un programma che non abbia come suo oggetto specifico la critica delle astrazioni: “In realtà, per il materialista pratico, per il comunista, si tratta di rivoluzionare il mondo esistente, di metter mano allo stato di cose incontrato e di trasformarlo”2. Il concetto di “pratico-critico” corrisponde a quello di “praticamente rivoluzionario” e, presi nell’insieme, costituiscono la base della critica della filosofia intesa come speculazione o metafisica. Quindi la domanda intorno al fondamento filosofico della rivoluzione può essere formulata nei termini delle modalità di raggiungimento di un’attività intesa come materialismo pratico. La risposta si trova nelle Tesi VIII, IX e X.

Tesi VIII: “La vita sociale è essenzialmente pratica. Tutti i misteri che sviano la teoria verso il misticismo trovano la loro soluzione razionale nella attività pratica umana e nella comprensione di questa attività pratica”.

Tesi IX: “L’altezza massima a cui può arrivare il materialismo intuitivo, cioè il materialismo che non concepisce il mondo sensibile come attività pratica, è l’intuizione dei singoli individui nella “società borghese”.

Tesi X: “Il punto di vista del vecchio materialismo è la società “borghese”; il punto di vista del nuovo materialismo è la società umana, o l’umanità socializzata”.

Nell’ottava Tesi sono presenti alcuni elementi che costituiscono l’aspetto caratteristico del concetto marxiano di prassi: il suo carattere sociale, la sua peculiarità nel nesso teoria–prassi, la natura della sua razionalità.

a) Il carattere sociale. “La vita sociale è essenzialmente pratica”; in questo modo Marx imposta l’associazione fra sociale e pratico. Nelle Tesi precedenti o si parlava di prassi senza riferimento al sociale o si parlava di sociale senza riferimento alla prassi. Nell’ottava Tesi, invece, è posto l’accento sul fondamento sociale dell’attività umana, sul fatto che tutte le sue manifestazioni sono sociali, appartengono ad un’attività che, essendo esercitata dall’uomo, è pratica. In sostanza, anche la forma più apparentemente privata e individuale della nostra esistenza è in realtà sociale perché sottoposta alle condizioni create dal lavoro di generazioni di uomini, dai loro commerci, dai loro scambi, dai loro modi di vivere e di riprodursi, di sentire e di parlare.

b) Il nesso teoria–prassi. La teoria, attraverso i misteri, perviene al misticismo; questo fatto è reso possibile da due errori fondamentali: 1) la teoria non comprende la natura della vita sociale; 2) la teoria persiste a tal punto nell’incomprensione che si preclude qualsiasi strada per scoprire la vita sociale. In sintesi, si parte dalla convinzione che siamo noi ad ingannarci sulla realtà per arrivare alla conclusione che sia la realtà ad ingannare noi; in questo modo vediamo ovunque dei misteri e diventiamo dei mistici proprio come Feuerbach, il primo, comunque, a dimostrare il fondamento speculativo e mistico della filosofia. Questa deriva mistica conduce difilato all’ideologia che si fonda sulle illusioni, sui misteri, sui segreti, sulle mistificazioni, sui feticci, sui trucchi, sui fantasmi e sugli spettri. Di questo misticismo, che nulla spartisce con la teoria, si è nutrita, secondo Marx, tutta la filosofia a lui precedente, tutta la presunta teoria a lui precedente; la teoria come la intende Marx è conoscenza oggettiva che ha, come recita la Tesi VIII, la pratica umana, la prassi quale sua origine e suo oggetto.

c) La nuova razionalità della prassi. Essa consiste nello stretto legame che si stabilisce fra teoria e prassi, anzi è proprio questa nuova razionalità che lega la teoria alla prassi. Al di sotto dei misteri richiamati nell’ottava Tesi, la teoria mette a nudo contraddizioni che risolve praticamente. Per esemplificare, riassumendo le parole di Marx, la coscienza è un prodotto sociale che esiste da quando l’uomo è comparso sulla terra; eppure gli uomini non si pongono che quei problemi a cui possono trovare una soluzione. Il nesso fra teoria e prassi è posto nei termini della mediazione dalla quale scaturisce il processo della conoscenza. Ancora più chiaramente Marx afferma che l’uomo deve appropriarsi del concreto per riprodurlo “sotto la forma del concreto pensato” o “del procedimento del pensiero astratto, che si eleva dal semplice al concreto” e “riflette così il processo storico reale”. In questo modo il rapporto tradizionale fra teoria e prassi è completamente sconvolto in quanto la prassi non è più semplice riduzione al puro fare empirico, quotidiano e contingente a cui la teoria dovrebbe rapportarsi; essa è la produzione materiale da parte degli uomini della loro esistenza, del loro pensiero; è storia reale. La teoria non è più speculazione, non è più misticismo; nasce con la prassi e con essa interagisce.

A questo punto la questione è la seguente: cosa fa Marx di diverso rispetto a tutti quei pensatori, da Platone a Cartesio fino a Kant e Hegel, che si sono posti il problema del nesso fra la teoria e la prassi e della realizzazione della prima nella seconda? A prima vista nulla, se si ritiene che la prassi sia estranea ai rapporti sociali; ma poiché per Marx non è così, in quanto la pratica e i rapporti sociali sono la stessa cosa, allora una differenza c’è: la prassi non è più la pura e semplice applicazione della teoria, ma essa è inseparabile dalla teoria, fa parte di quello stesso processo all’interno del quale teoria e prassi erano stati sempre considerati come elementi distanti e differenti.

Attraverso la distinzione di vecchio e nuovo materialismo, operata nelle Tesi IX e X, Marx procede ad un ulteriore chiarimento del concetto di prassi qual era stato descritto nella Tesi appena presa in esame.

Nella Tesi IX Marx specifica i soggetti dell’intuizione, che coniuga sensibilità e attività pratica, individuandoli negli individui singoli che si muovono nella società civile–borghese. Tali individui, atomizzati e separati, vivono nella sempiterna ambiguità di essere membri della società e, ad un tempo, base di uno Stato che è espressione del dominio della borghesia; questa ambiguità è il risultato del vecchio materialismo che, non cogliendo le condizioni materiali della società civile–borghese, si ferma ad una sua rappresentazione ideologica. Compito del nuovo materialismo è svelare il mistero del dominio borghese: i lavoratori che, mentre producono, diventato essi stessi delle merci; il lavoro alienato che rende l’uomo estraneo a se stesso e alla natura; il capitale che è l’esistenza del lavoratore, un’esistenza però astratta, non autentica; la vita che, nella realtà, è la vita della proprietà. Questa, secondo Marx, è la realtà che viene svelata dal nuovo materialismo, il cui obiettivo è la società umana o l’umanità sociale (Tesi X) in cui si realizzi la reciprocità e l’identità di umano e sociale.

Il nuovo materialismo dà vita a quel movimento pratico che, dopo aver analizzato le condizioni reali, le rivoluziona nel mentre lotta contro il dominio della borghesia; è un movimento pratico in quanto, attraverso la prassi rivoluzionaria, crea l’accordo fra la coscienza degli uomini e il loro essere sociale; questo movimento pratico è il comunismo che, pur non essendo mai esplicitamente menzionato nelle Tesi, è chiaramente sottinteso nell’undicesima dove dall’interpretazione del mondo, appannaggio della teoria puramente critica e del vecchio materialismo, si passa al suo cambiamento, appannaggio della teoria critico–pratica e del nuovo materialismo.

1 Traduzione italiana di P. Togliatti, Editori Riuniti, Roma 1972.

2 Marx–Engels, L’ideologia tedesca, Editori Riuniti, Roma 1977, p. 15.


Il testo delle “Tesi su Feuerbach”

I

Il difetto principale di ogni materialismo fino ad oggi, compreso quello di Feuerbach, è che l’oggetto, il reale, il sensibile è concepito solo sotto la forma di oggetto o di intuizione; ma non come attività umana sensibile, come attività pratica, non soggettivamente. È accaduto quindi che il lato attivo è stato sviluppato dall’idealismo in contrasto col materialismo, ma solo in modo astratto, poiché naturalmente l’idealismo ignora l’attività reale, sensibile come tale. Feuerbach vuole oggetti sensibili realmente distinti dagli oggetti del pensiero; ma egli non concepisce l’attività umana stessa come attività oggettiva. Perciò nell’Essenza del cristianesimo egli considera come schiettamente umano solo il modo di procedere teorico, mentre la pratica è concepita e fissata da lui soltanto nella sua raffigurazione sordidamente giudaica. Pertanto egli non concepisce l’importanza dell’attività “rivoluzionaria”, dell’attività pratico-critica.

II

La questione se al pensiero umano appartenga una verità oggettiva non è una questione teorica, ma pratica. È nell’attività pratica che l’uomo deve dimostrare la verità, cioè la realtà e il potere, il carattere terreno del suo pensiero. La disputa sulla realtà o non-realtà di un pensiero che si isoli dalla pratica è una questione puramente scolastica.

III

La dottrina materialistica che gli uomini sono prodotti dell’ambiente e dell’educazione, e che pertanto uomini mutati sono prodotti di un altro ambiente e di una mutata educazione, dimentica che sono proprio gli uomini che modificano l’ambiente e che l’educatore stesso deve essere educato. Essa perciò giunge necessariamente a scindere la società in due parti, una delle quali sta al di sopra della società (per esempio in Roberto Owen).

La coincidenza nel variare dell’ambiente e dell’attività umana può solo essere concepita e compresa razionalmente come pratica rivoluzionaria.

IV

Feuerbach prende le mosse dal fatto che la religione rende l’uomo estraneo a se stesso e sdoppia il mondo in un mondo religioso immaginario, e in un mondo reale. Il suo lavoro consiste nel dissolvere il mondo religioso nella sua base mondana. Egli non si accorge che, compiuto questo lavoro, la cosa principale rimane ancora da fare. Il fatto stesso che la base mondana si distacca da se stessa e si stabilisce nelle nuvole come regno indipendente non si può spiegare se non colla dissociazione interna e colla contraddizione di questa base mondana con se stessa. Questa deve pertanto essere compresa prima di tutto nella sua contraddizione e poi, attraverso la rimozione della contraddizione, rivoluzionata praticamente. Così, per esempio, dopo che si è scoperto che la famiglia terrena è il segreto della sacra famiglia, è la prima che deve essere criticata teoricamente e sovvertita nella pratica.

V

Feuerbach, non contento del pensiero astratto, fa appello all’intuizione sensibile; ma egli non concepisce il sensibile come attività pratica, come attività sensibile umana.

VI

Feuerbach risolve l’essere religioso nell’essere umano. Ma l’essere umano non è un’astrazione immanente all’individuo singolo. Nella sua realtà, esso è l’insieme dei rapporti sociali.

Feuerbach, che non s’addentra nella critica di questo essere reale, è perciò costretto:

  1. a fare astrazione dal corso della storia, a fissare il sentimento religioso per sé e a presupporre un individuo umano astratto, isolato;
  2. per lui perciò l’essere umano può essere concepito solo come “specie”, come generalità interna, muta, che unisce in modo puramente naturale la molteplicità degli individui.

VII

Perciò Feuerbach non vede che il “sentimento religioso” è anch’esso un prodotto sociale e che l’individuo astratto, che egli analizza, in realtà appartiene a una determinata forma sociale.

VIII

La vita sociale è essenzialmente pratica. Tutti i misteri che sviano la teoria verso il misticismo trovano la loro soluzione razionale nella attività pratica umana e nella comprensione di questa attività pratica.

IX

L’altezza massima a cui può arrivare il materialismo intuitivo, cioè il materialismo che non concepisce il mondo sensibile come attività pratica, è l’intuizione dei singoli individui nella “società borghese”.

X

Il punto di vista del vecchio materialismo è la società “borghese”; il punto di vista del nuovo materialismo è la società umana, o l’umanità socializzata.

XI

I filosofi hanno solo interpretato il mondo in modi diversi; si tratta però di mutarlo.

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