il cadavere di Guido Rossa

Avviso ai lettori: questo è uno scritto partigiano, basato soprattutto sulle mie esperienze (ché non sono un gran teorico ma ho vissuto quegli anni e feci, come tanti altri compagni, una scelta).

Le reazioni che si sono registrate agli arresti dei latitanti in Francia oscillano dall’esaltazione dell’esibizione del trofeo (come già fu per Battisti) alla mozione dei sentimenti di pena per dei “poveri vecchi innocui” che si erano rifatti una vita, passando in tutte le possibili sfumature del benaltrismo, il giustificazionismo, l’esaltazione della “lotta di classe”, i compagni che hanno sbagliato ma in buona fede, ecc.

Specialmente per chi si definisce non genericamente di sinistra ma ama rifarsi alla storia del movimento operaio in Italia e nel mondo ed osa qualificarsi, anche oggi, comunista il tema degli anni di piombo dovrebbe essere affrontato con una maggiore scientificità, se non nelle cause (spesso oscure e connesse ad individualismi piccolo borghesi) negli effetti.

I sentimentalisti dicono: ma che ve ne fate di quei poveri vecchi.

Faccio sommessamente notare che, a parte Pietrostefani, malato e quasi ottantenne, con l’attuale legislazione la gran parte dei protagonisti della vicenda sono poco più che neopensionati, condizione che non si associa, di norma alla vecchiezza ed appartengono alla mia stessa generazione (ed io mi sento tutt’altro che vecchio).

Ma a prescindere da questo, cosa c’entra l’età, cosa c’entra il fatto che si sono “rifatti una vita” e “non hanno commesso più reati in Francia”? Le condanne, in uno stato di diritto, si scontano nelle forme volute dall’Ordinamento.

Faccio pure notare che questi argomenti sono gli stessi che sono stati usati dai neofascisti per attaccare chi volle fortemente il processo a Priebke.

Chiedo, senza polemica (sine ira et studio, direbbe il mio professore di latino) ma se domani, venissero fuori finalmente i colpevoli dell’omicidio di Valerio Verbano diremmo: vabbé sono passati quarant’anni, sono vecchi, lasciamoli stare?

Io non lo direi, non so voi. E così non direi degli omicidi di Walter Rossi, di Ivo Zini, ecc.

Ieri, per me che scrivo, il 29 aprile per voi che leggete, è stato intervistato da Formigli, sulla 7, Mario Calabresi, il figlio di quello che è stato indicato (a torto o a ragione, non lo sapremo, processualmente, mai poiché fu ucciso e chi è morto non parla) come il boia del compagno Giuseppe Pinelli. Ho sentito da Mario Calabresi una cosa che mi ha colpito, giuridicamente e politicamente: non mi interessa (parafraso) che un settantasettenne venga incarcerato, mi interessa che vengano fuori quei pezzetti di verità di cui gli arrestati sono a conoscenza.

Rammento che gli arrestati non sono manovali, sono stati spesso ai vertici delle loro organizzazioni avventuriste.

Così è stata la Petrella, che faceva parte della Direzione Strategica delle BR al tempo dell’omicidio di Roberto Peci, la cui unica colpa fu quella di essere fratello del pentito Patrizio e che fu vittima di una vera e propria vendetta trasversale di stampo mafioso. Tra l’altro Roberto Peci era un operaio, un compagno di Lotta continua.

Ecco dall’intervista a Mario Calabresi partirei per proporre: verità in cambio di indulgenza.

Parlo di indulgenza perché è comunque fondamentale che in questa vicenda si riaffermi la forza della costituzione italiana che prevede la certezza della pena, solo dopo che questi signori saranno nelle mani della giustizia potremo parlare del loro futuro, che potrebbe non necessariamente essere dietro le sbarre.

E sempre da quanto detto in quella sede, stavolta da Tomaso Montanari, direi giusto che tornino in Italia ma si eviti l’enfasi, l’esibizione delle spoglie del vinto, è il minimo sindacale che un condannato sconti la pena, il fatto che la sconti con tanto ritardo è una vergogna di cui solo politici miopi si gloriano.

I giustificazionisti dicono: dobbiamo guardare come era ridotto il paese in quegli anni, la repressione poliziesca, i movimenti di liberazione negli altri paesi, ecc.

Molti citano, a sproposito, la lotta del popolo palestinese, quella per la liberazione dei popoli del terzo mondo, addirittura Che Guevara.

A sproposito perché tutti gli esempi che possono fare e fanno non tengono conto delle situazioni date nei diversi paesi (così tradendo il fatto che con il marxismo il loro rapporto è vago ed eventuale) e la situazione dei palestinesi non era e non è paragonabile con quella degli operai italiani che lottavano in un quadro di democrazia conquistata con il sangue dei comunisti e degli antifascisti.

Se poi vogliamo parlare di repressione dei movimenti armati mi basta fare il nome di un carcere in Germania: Stammheim.

Ora, mentre in Germania Andreas Baader, Jan Karl Raspe e Gudrun Ensslin (per chi non c’era, fondatori della Rote Armee Fraktion) nel 1975 vengono trovati “suicidati” nel carcere di Stammheim e dopo un anno stessa sorte toccherà a Ulrike Meinhof, nulla di tutto questo succede in Italia agli esponenti della lotta armata che anzi gli unici Brigatisti uccisi in carcere sono stati uccisi dai loro stessi compagni (come Ennio di Rocco, ucciso a Trani, anche qui con un rituale di stampo mafioso). Quando si parla di repressione, prima di dire castronerie, bisognerebbe accertarsi che il cervello sia alimentato.

Ebbene, in quegli anni, proprio in quegli anni (diciamo nel ventennio 1960-1980) il movimento operaio italiano e i giovani che ad esso si ispiravano furono protagonisti di una stagione di cambiamento che mutò i rapporti di forza nello stato e nella costituzione materiale del paese, li mutò talmente tanto da rendere la reazione dei pezzi deviati dello stato così inconsulta da prendere iniziative (la Strategia della tensione, i tentativi di golpe ventilati o fermati all’ultimo minuto) che, comunque, furono rintuzzate con lacrime e sangue ma furono rintuzzate. Il Partito Comunista Italiano si avvicinò così tanto al governo del paese (guidandone già pezzi e territori importanti) da rendere isterici gli americani che arrivarono a minacciare più o meno apertamente Aldo Moro che se avesse inteso associare il PCI al governo del paese ne avrebbe pagato le conseguenze.

E’ importante notare per chi non c’era (e sono tanti perché parliamo di vicende di cinquanta, sessanta anni fa) che il PCI giunse alla soglia del governo con metodi che, ricordando la lezione di Gramsci e di Togliatti, privilegiarono i movimenti di massa, le lotte sindacali, le lotte nei quartieri, rendendo non solo eticamente inaccettabile la violenza (che i comunisti non sono e non possono essere non violenti) ma soprattutto inutile e perniciosa.

Ed ancora, riuscì benissimo a difendere le classi subalterne pur essendo costantemente all’opposizione perché fu alla testa di grandi movimenti di massa che strapparono al padrone le conquiste che oggi, piano piano, ci hanno quasi del tutto tolto.

Ecco, proprio durante la stagione della lotta armata iniziò l’arretramento delle conquiste dei lavoratori, se sposassi il rozzo metodo di interpretazione del “Post hoc, ergo propter hoc” (dopo di ciò, quindi a causa di ciò, sofisma spesso usato proprio nei documenti e nelle analisi delle BR) sarebbe chiaro il ruolo della lotta armata contro la classe operaia (che a parole era la classe di riferimento di questi gruppi piccolo borghesi).

In realtà dare l’intera responsabilità della sconfitta delle classi subalterne a questi signori significa attribuirgli una importanza che non hanno, altro ha influito ma molti concordano che proprio con l’inizio della lotta armata iniziò quell’allontanamento delle masse dalla politica e dall’impegno le cui conseguenze paghiamo oggi (con una sinistra assolutamente assente dal panorama politico e dei mass media, incapace di unirsi neanche quando le parole d’ordine sono coincidenti).

Per inciso: mentre scrivevo queste quattro riflessioni, mi sono giunti spunti da un compagno che ha vissuto con me, con noi, quegli anni, le riporto integralmente perché completano in senso emotivo ma, soprattutto, politico quanto ho cercato di dire.

Gran parte della nostra generazione ha vissuto quegli anni, che sono stati non solo gli anni delle Br, ma gli anni in cui lo scontro di classe non era così impari, la fantasia e la voglia di cambiare erano diffuse, il movimento studentesco aveva il suo peso, il movimento del ‘77 una era possibilità di cambiamento. I sostenitori della lotta armata erano nostri amici o compagni di scuola ed erano comunque simboli di un tentativo di cambiare il corso della storia. Sicuramente critici nei loro confronti ne subivamo emotivamente, nel bene e nel male, una certa fascinazione. Al netto delle critiche abbiamo avuto con loro una sorta di familiarità.

Credo che questo rappresenti un primo problema: molti di noi hanno digerito ma non metabolizzato quel periodo, vivono come piccolo tradimento una presa di posizione chiara e distante da quelle posizioni e questo impedisce di riconoscere l’assoluta assenza di risultati politici di quelle azioni, il profondo danno politico delle stesse di cui si sono ampiamente nutriti strategia della tensione e tesi degli opposti estremismi e la frequente riduzione a mero crimine delle azioni intraprese. Queste considerazioni non debbono essere lette in chiave morale perché non vogliono esserlo. Vogliono solo essere un tentativo di comprensione del perché ancora oggi, a quarant’anni di distanza, non lo stato ma proprio noi non riusciamo a superare quelle nere pagine e non riusciamo ancora a prendere atto della storia di un fallimento senza nessun valore aggiunto.

Un’altra considerazione merita la pretesa di ritenere che il rispetto di una pena comminata in via definitiva debba essere ritenuta una vendetta dello Stato su inermi cittadini che hanno cambiato vita. Su cosa poggia questa ipotesi? Non vedo la solerzia esercitata dallo Stato nei confronti dei responsabili, in gran parte fuggiti all’estero per vivere vite tranquille o che in gran parte hanno ottenuto consistenti riduzioni delle pene.

Anche le oscure ipotesi di un uso funzionale ed enfatizzato delle catture a quarant’anni di distanza sembra non reggersi in piedi. Quale sarebbe il ritorno per il potere in questo momento? Abbattere una sinistra che più non c’è e per la ricostruzione della quale noi come tanti altri ci stiamo arrabattando?

In ultimo mi imbarazza leggere “potremmo presto non avere più la libertà di parlare di socialismo”. Abbiamo vissuto periodi in cui questo rischio era reale ma purtroppo oggi, ridotti a inconsistenza tanto elettorale che ideale, in un paese dove all’idea di sinistra si sovrappone tutt’al più un partito di centro e liberista, penso che questa sia l’ultima delle preoccupazioni del sistema. Il problema non è parlarne ma avere capacità di incidere in questo contesto.

Riprendo il discorso e concludo le mie poche e povere riflessioni.

Penso che la parola conclusiva l’abbia detta un gigante del diritto (da modestissimo artigiano della legge la mia ammirazione è incondizionata) Gustavo Zagrebelsky che ha scritto oggi (il 30 aprile, data iconica per i comunisti, la caduta di Berlino e la bandiera rossa sul Reichstag, la caduta di Saigon e la vittoria del Vietnam, l’uccisione di Pio La Torre e Rosario di Salvo):  

“… pretendere che chi ha commesso gravi delitti non se ne possa andare come se niente fosse e, invece, si ponga davanti alle sue proprie responsabilità è perfino un omaggio alla sua umanità, un riconoscimento del valore delle sue azioni: un valore negativo, certo, ma pur sempre un valore. È come dirgli: tu sei qualcosa per me, non un trascurabile fuscello che se ne va via dimenticato. Da questo punto di vista, si è parlato da parte di grandi filosofi non di “dovere”, ma di “diritto di subire la pena”, come elemento della dignità umana. Sembra un paradosso, una contraddizione. Ma non lo è. È, anzi, il presupposto e la condizione perché possa aprirsi una prospettiva nuova della giustizia penale, la prospettiva della riconciliazione, della ricomposizione. Proprio nella nostra materia sono state avviate iniziative, pare con successo, di confronto tra terroristi e vittime del terrorismo. Il fine di questa giustizia non sta nei buoni sentimenti o nel perdono a basso costo. Sta, invece, nel tentativo di rammendare un tessuto lacerato dal delitto, un tentativo che presuppone non l’oblio ma, al contrario, l’assunzione delle proprie responsabilità. Questo, però, è solo uno spunto che merita d’essere coltivato.

Gustavo Zagrebelsky, La pena e l’umanità, Repubblica del 30/4/2021

Apriamo il dibattito, discutiamo sul ruolo delle Brigate Rosse ma ricordate, tra Guido Rossa e Francesco Berardi (con tutto il rispetto per la drammatica scelta di fine vita di quest’ultimo), io sono stato, sono e sarò sempre con Guido Rossa

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