Sei ancora comunista?: “Lo sono sentimentalmente. Ho l’impressione che neppure la carta vetrata riuscirebbe a raschiare quella pelle che ho addosso. A volte mi dico: Berengo, tu lo sai, il comunismo ha prodotto solo cazzate e dolore. Però alla base c’era il bisogno di difendere la dignità umana. È quella che mi interessa. Quando con Carla Cerati abbiamo fotografato, per Franco Basaglia, alcuni manicomi italiani, scoprii che cosa fosse la dignità offesa e umiliata del malato di mente”.
Da una intervista al fotoreporter Gianni Berengo Gardin, Repubblica 18 maggio 2015


Iniziamo questa nostra analisi della iniziativa di CSI con una citazione non di un pensatore ma sicuramente di un grande artigiano, sia pure un intellettuale, che con le sue fotografie, il suo giornalismo illustrato ha documentato gli anni di massima espansione del movimento operaio italiano, in contemporanea con il massimo sviluppo della economia del paese e la liberazione della società da tante incrostazioni secolari.

Così iniziamo perché condividiamo una sua premessa: essere comunisti è una cosa che abbiamo sulla pelle e nella testa e neppure con la “carta vetrata” del liberismo e delle sconfitte abbiamo perso questa nostra attitudine alla solidarietà, questo sistema di valori, questo stare razionalmente ma anche istintivamente da una parte del mondo.

La premessa non è casuale, riteniamo che tutti noi, tutti quelli che hanno ruotato e ruotano anche intorno al progetto di CSI non meno che al nostro piccolo gruppo, soffrano di questa medesima condizione: essere comunisti con il cervello e la pelle in una nazione in cui, quello che era quasi naturale qualche anno fa, definirsi comunisti, è divenuto uno stigma politico di condanna alla irrilevanza politica.

Noi, come i compagni di CSI, i compagni dei partiti, delle organizzazioni di base, dei Centri sociali abbiamo ben chiaro, crediamo, quello che non va nel nostro paese e, più ampiamente, in Europa e nel mondo:
ciò che non va’ è l’andamento dell’eterno conflitto tra sfruttati e sfruttatori, tra profitto e umanità, tra sviluppo insostenibile e ambiente.

Visto che questa chiarezza di visione non sembra però condivisa da tanta parte degli italiani, almeno quelli che ancora esprimono la loro preferenza nelle urne e nelle piazze, abbiamo guardato e guardiamo con simpatia, favore e fratellanza ad ogni tentativo di unione delle sinistre nel paese.

Per questo abbiamo partecipato (e riteniamo di partecipare ancora) al generoso tentativo a fianco ed a supporto dei compagni di CSI, che si è svolto negli ultimi mesi e che tante energie, buone energie, ha visto impiegate.

Che poi, almeno a livello romano, questo tentativo si sia frantumato sulle resistenze, le opposizioni e personalismi delle forze politiche strutturate che fanno parte della sinistra alternativa è un dato di fatto ma non ci ha visto impreparati o sorpresi, né pensiamo lo fossero i compagni di CSI.

Abbiamo affrontato una serie di riunioni con i compagni dei partiti in cui, a fronte di parole d’ordine condivise, tutto è naufragato sullo scontro identitario.

Con alcuni non si è riuscito neanche a far partire un confronto.

Ma (si c’è un ma) forse questo tentativo generoso, ripetiamo, forse aveva in sé i germi della sconfitta.

Questa è sia una critica sia una autocritica ed è uno snodo fondamentale della strada.

Infatti, abbiamo cercato di creare una unità non tanto partendo da contenuti ed analisi ma da accordi tra organizzazioni esistenti, fossero le stesse organizzate in partiti, associazioni culturali, gruppi Facebook o gruppi spontanei.

Il nostro (comune) sforzo se da un lato è stato un tentativo spontaneo e naturale, dall’altro si è ripercosso sull’intero progetto (di CSI non meno che il nostro di Parliamo di Socialismo) lasciandoci, in qualche misura, al suo sia pur previsto stallo, incredibilmente sbigottiti e attoniti di fronte a quello che tutti noi interpretiamo come “egoismo delle strutture” (se così è lecito chiamarlo).

Questa nostra reazione è, dicevamo, in gran parte incredibile perché registrata a fronte di un risultato largamente prevedibile, previsto e, in certa misura, atteso e preconizzato.

Tutti noi vedevamo lo stallo attuale se non ancora il fallimento, come una cosa assai probabile ma, evidentemente, conservavamo e coltivavamo una speranza sentimentale sul fatto che le strutture fossero migliori di come ci apparivano dall’esterno.

Ora, il progetto di CSI si sta strutturando con una scelta di confederazione (bene) e un percorso formale (meno bene, in questa fase) e, infine, raccogliendo adesioni tra organizzazioni, gruppi spontanei e singoli su Facebook (e questo è, a nostro avviso, sbagliato).

In queste due ultime determinazioni di CSI vediamo (anche se siamo certi senza alcuna volontarietà per quelli che noi riteniamo errori) gli stessi presupposti negativi contro cui, tutti insieme, abbiamo provato a lottare nei nostri incontri con le forze politiche.

Bene, dicevamo, la scelta di promuovere una “confederazione” in questa fase ma se la stessa non parte da solidi processi di analisi della realtà e da un dato progettuale (i famosi programmi su cui tanto abbiamo insistito in questi ultimi mesi) il tentativo, ripetiamo lodevole e condiviso, rischia di riproporre le logiche verticistiche che hanno ucciso nella culla ogni precedente tentativo degli ultimi anni.

Intendiamoci, non siamo per lo spontaneismo, non potremo mai esserlo, vista la nostra storia (quella dei promotori dei Parliamo di Socialismo è ben nota e rivendicata) ma proprio per questo non riteniamo utile incasellare ogni rapporto in una gabbia (per quanto condivisa) di regole.

Non pensiamo che sia un caso né che altre organizzazioni (nella accezione più larga del termine che non riguarda solo i partiti ma anche qualsiasi tipo di comunità con un minimo di struttura) non abbiano espresso alcun parere (favorevole o sfavorevole) alla proposta, né che anche noi ci troviamo in imbarazzo a partecipare ad un dibattito che parte su queste basi.

Riteniamo che la strutturazione della confederazione debba semmai partire con un momento fondativo, un vero e proprio congresso, la cui vera novità sarà di essere convocato, invece che da una forza organizzata, dalle realtà di base e che in quella sede debba trovarsi la sintesi delle regole che possono consentire la vita democratica della confederazione.

In quella sede deve essere proposto uno o più documenti di analisi della realtà italiana e mondiale, delle vere e proprie tesi congressuali e in quella sede si dovrà svolgere il ruolo di “avanguardia rivoluzionaria” del gruppo o dei gruppi che hanno promosso l’iniziativa. Questo non è spontaneismo ma richiede un lavoro lungo e tutt’altro che facile. Proporre, come avete fatto voi compagni, un vero e proprio quadro di regole statutarie pensiamo sia un “partire dalla fine” che rischia di non stimolare la partecipazione.

La logica dell’assise congressuale è, a nostro parere, l’unica che possa inchiodare tutte le “forze” (sempre intese in senso lato) ad un patto di alleanza.

CSI, del tutto legittimamente ma sbagliando, sembra intraprendere una strada diversa non molto dissimile da quella già percorsa degli accordi tra le forze politiche strutturate, sia pure su una base di parità e basata sulle adesioni social.

La ricerca di accordi con DEMA e con Ingroia, in se legittima, ma basata non su una condivisione ampia e partecipata delle piattaforme programmatiche ma su riunioni di vertici su strutture elettorali, oltretutto, rischia di mettere in secondo piano qualsiasi analisi ma, anzi soprattutto, si pone nel medesimo solco già percorso con scarso successo (si veda l’estenuante trattativa intorno alle amministrative di Roma che, sostanzialmente, si è conclusa in una sconfitta pesante delle tesi che apparivano e appaiono assolutamente condivisibili e di buon senso icto oculi, direbbe un legale).

In altre parole, qualsiasi “accordo” che parta da queste premesse senza condivisione di base, probabilmente è destinato a fare la fine delle tante effimere associazioni elettorali che hanno funestato la sinistra negli ultimi anni.

Quanto al focus posto sull’azione social, qui si innesta la critica di maggior peso e “differenziale”, anche se sempre espressa in maniera assolutamente fraterna, poiché siamo certi degli intenti, ripetiamo, lodevoli dei compagni di CSI.

Cercare di “federare” i gruppi presenti su Facebook se da un lato comporta una sicura accelerazione dell’evoluzione del progetto dall’altro pone dei rischi di infiltrazione di gruppi e personaggi che hanno nella eterogenesi dei fini la loro stessa ragion d’essere.

Inoltre, per esperienza, la stessa accelerazione imposta dai social rischia di costruire successi effimeri. Noi stessi abbiamo registrato, negli scorsi mesi, una crescita molto forte (in alcuni mesi percentualmente vorticosa) dei consensi alle nostre pagine ed al nostro blog, raddoppiando (nel nostro piccolo) le adesioni al gruppo ed alle pagine che si riferiscono a noi. Ma, qui sta il punto, trasformare questa adesione virtuale in adesione e militanza presenta una aspra difficoltà.

Possono esserci migliaia di giustificazioni a questa difficoltà: l’età media dei nostri aderenti (ma non meno di quelli di altri gruppi) che non stimola alla partecipazione, una certa diffusa tendenza a parlare piuttosto che agire, la difficoltà di trasformare le parole in prassi, la pandemia, ecc.

Però si tratta di un dato di fatto.

Noi siamo un gruppo minuscolo ma se potessimo trasformare i nostri 160 aderenti in militanti, pensanti ma anche agenti, sapremmo in questa contingenza (per esperienza pregressa e per i lunghi anni di militanza) essere un piccolo motore di cambiamento. In realtà se potremo coinvolgere una ventina di militanti potremo dirci fortunati.

È stato sufficiente che tre/quattro persone del gruppo proponente subissero contemporaneamente difficoltà lavorative e personali perché l’attività del nostro gruppo si rallentasse negli ultimi tempi. La militanza ha le sue regole ma anche i suoi tempi. Come vedete usiamo grande trasparenza nell’esporre quelli che sono anche i nostri limiti, non perché crediamo (come i grillini) nello streaming o nella democrazia diretta (molti di noi sono ancora leninisti, o amano crederlo, e sicuramente gramsciani, quindi credono nel principio della delega agli organismi dirigenti ed alle avanguardie) ma perché riteniamo di rivolgerci, su un piano di parità, a fratelli e compagni di lotta.

CSI ha sulla carta (o meglio sui bit che corrono sulle reti delle multinazionali), un numero di aderenti che la mette in diretta concorrenza delle forze politiche strutturate della sinistra. Ma quanti di questi sono realmente coinvolti? quanti di questi sarebbero disposti a recarsi davanti alle fabbriche o a fare azioni di solidarietà effettiva (al di là di una raccolta fondi che si fa tranquillamente dal divano di casa)?

Siamo d’accordo con CSI, il tempo è poco, non solo nel 2023, se non prima, potremmo trovarci in una situazione di tipo ungherese, ma già oggi nella società (come premesso) le nostre idee sono state accantonate e marginalizzate e siamo spariti dai media, però anche percorrere le solite strade, già percorse negli anni recenti, sia pure pensando di partire dalla base, può farci perdere tempo.

Quando poi questa “ripartenza dalla base” nei fatti si trasforma in mero accordo dei vertici rischiamo veramente molto.

Noi non abbiamo ricette pronte e, ripetiamo, siamo un gruppo minuscolo e non amiamo i ruoli di mosca cocchiera o di grillo parlante, la nostra storia personale, o quella di molti di noi, privilegia il ruolo del partito di massa ma siamo e saremo sempre disposti a cercare insieme agli altri compagni nuove strade di intervento, attendendoci un periodo di sofferenza anzi di vera e propria resistenza.

Ma riteniamo che lo scopo dei comunisti, dei socialisti, oggi debba essere quello di superare, con ostinatezza e perseveranza il prossimo quinquennio, fidando e consolidando anche la ripresa della sinistra di classe nel mondo, propagandando le idee che hanno fatto grande il movimento operaio italiano, in maniera non diversa da quella che utilizzarono i nostri padri e nonni durante il ventennio.

Questo è, la lotta e il pensiero, lo scopo del nostro gruppo e per questo continueremo ad invitare CSI e i compagni che ne fanno parte a tutte le nostre iniziative (poche o tante che siano), non meno di come continueremo ad invitare i compagni che fanno parte di altre strutture. Per questo se ci vorrete parteciperemo alle iniziative di CSI, ma per questo non riteniamo di aderire, in questa fase, al vostro progetto, pur augurando ogni miglior fortuna.

Fraternamente, compagni, siamo sempre disposti come gruppo e come persone al lavoro e alla lotta.

Parliamo di socialismo

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