di Francesco Soverina fonte “Patria Indipendente”

Dalle “eliminazioni caotiche” ai “massacri itineranti” fino alla “soluzione finale”. All’annientamento seriale delle comunità ebraiche presero parte, con differenti livelli di responsabilità, decine di migliaia di perpetratori di molte nazionalità: membri del partito nazista, ma anche miliziani baltici, ucraini, slovacchi, croati, fascisti ungheresi, francesi e italiani

Il 20 gennaio 1942, nella Conferenza di Wannsee, presieduta da Reinhard Heydrich, capo dell’RHSA, l’apparato di sicurezza del Terzo Reich, si mette a punto la pianificazione “tecnica” della «soluzione finale della questione ebraica». In un’elegante villa del sobborgo berlinese, attorno al gerarca nazista e ai suoi principali collaboratori sono riuniti gli esponenti dell’amministrazione del “Governatorato generale” e i rappresentanti di tutti i dicasteri e gli uffici del regime chiamati a prendere parte alla ciclopica operazione di rastrellamento, deportazione e annientamento di oltre undici milioni di ebrei.

Tutti avallano il progetto di Heydrich, illustrato con il consueto linguaggio eufemistico, di cui Adolf Hitler e i suoi luogotenenti si servono per mascherare i loro propositi e disegni più criminali. Si tratta di un piano teso alla cancellazione dell’ebraismo attraverso «l’indebolimento naturale» e mediante «ogni altro sistema che prevenga la rinascita di una comunità ebraica in Europa».

Il Verbale della Conferenza, redatto dal «burocrate della morte» Adolf Eichmann, uno dei maggiori artefici dello sterminio degli ebrei, è un documento molto importante, in quanto fa luce sulle fasi del processo che innesca la tragedia della Shoah. Secondo gli studiosi, che hanno dato vita a un animato dibattito su questo punto, la decisione estrema di liquidare per sempre l’ebraismo nel Vecchio continente matura fra l’estate e l’autunno del 1941, quando Hitler comunica ai suoi uomini più vicini di voler mettere in atto quella che sino allora era rimasta un’intenzione latente, per quanto annunciata nella sua opera, il Mein Kampf (1925), e ribadita nel famigerato discorso della profezia, il 30 gennaio 1939, in cui il Führer ripropone alcuni elementi fondamentali del mito del complotto ordito dai “giudei” per impadronirsi del mondo: «se l’ebraismo internazionale […] dovesse riuscire a far precipitare ancora una volta i popoli in una guerra mondiale, […] il risultato non sarà la bolscevizzazione del mondo e quindi il trionfo dell’ebraismo, ma al contrario la distruzione della razza ebraica in Europa».

Un passaggio certamente importante verso il genocidio su scala continentale è il telegramma del 31 luglio 1941, in cui Hermann Göring chiede a Heydrich di predisporre le «misure tecniche, organizzative e pratiche per il raggiungimento della soluzione globale da noi auspicata».

In quel torno di tempo, con il supporto di ausiliari baltici, bielorussi e ucraini, va montando la prima ondata dei «massacri itineranti» per mano delle Einsatzgruppen SS e dei battaglioni di riservisti della polizia tedesca, ondata che si protrae sino alla primavera 1942 e colpisce inesorabilmente i commissari politici dell’Armata Rossa e centinaia di migliaia di ebrei. «Gli ebrei – osserva laconicamente un soldato tedesco sul fronte orientale nel 1941 – sono selvaggina non protetta. Non vorrei essere nei loro panni […]. Gli si può soltanto dare un consiglio […]: non mettete al mondo dei figli, non hanno più un futuro».

Non minore accanimento mostrano i reparti delle SS e della Wehrmacht verso le altre popolazioni sovietiche. «I russi – scrive Joseph Goebbels nel suo Diario – non sono esseri umani ma un conglomerato di animali».

È, quindi, l’aggressione all’Unione Sovietica, al «corpo di bestia tartara sormontato da una testa d’ebreo», ad imprimere una brusca accelerazione alla politica razziale e antisemita della Germania hitleriana, convinta – in nome della sua presunta superiorità e della purezza del proprio sangue – di dover realizzare la missione ‘storica’ consistente nell’estirpazione dal suolo europeo dell’ebraismo e della perniciosa pianta della ‘diversità’.

Nel contesto della guerra d’annichilimento ideologico-razziale condotta contro «l’idra giudaico-bolscevica» si sprigionano, in tutta la loro drammatica portata, le pulsioni omicide dell’ideologia nazista, che accentua la sua carica distruttrice, in un ciclo autoalimentantesi. Tragico è il destino dei prigionieri di guerra sovietici: oltre tre milioni di essi morirà di fame, per maltrattamenti o per fucilazione.

In concomitanza con l’estendersi e l’inasprirsi del secondo conflitto mondiale, i vertici del nazismo optano, dunque, per la soluzione radicale e definitiva del «problema ebraico». Si passa, così, dalle «eliminazioni caotiche» (Léon Poliakov) e dall’internamento nei ghetti – dove circa un quarto dei reclusi perisce prima delle deportazioni – all’attuazione di una politica pianificata di massacri seriali, inizialmente andando alla ricerca di metodi sempre più efficaci per le uccisioni di massa, poi applicando modalità industriali di messa a morte nei centri di sterminio, soprattutto in quello di Auschwitz-Birkenau.

Apertosi con la Conferenza di Wannsee, il 1942 segna sia l’apogeo del “Nuovo Ordine” hitleriano, con gran parte del Vecchio Continente assoggettata al Terzo Reich, sia il culmine del genocidio ebraico: metà delle vittime della Shoah scompare proprio nel corso di quell’anno. Parallelamente alle fucilazioni su larga scala eseguite dalle Einsatzgruppen nei territori dell’Urss si avvia in Polonia, con l’Aktion Reinhard, la liquidazione del maggiore focolare dell’ebraismo europeo, realizzata in meno di 18 mesi in tre «fabbriche per la macellazione di esseri umani»: Belzec, Sobibor, Treblinka.

Gli addetti all’Aktion Reinhard – è bene evidenziarlo – guidati dall’austriaco Odilo Globocnik, assistito da Christian Wirth, sono 450, di cui un centinaio, trasferiti in Polonia a partire dall’ottobre 1941, erano diventati in Germania esperti delle tecniche dell’«omicidio terapeutico» di massa durante l’«Operazione Eutanasia», volta a sopprimere le «vite indegne di essere vissute», disabili e malati di mente tedeschi, ritenuti altamente nocivi, in quanto agenti di inquinamento della purezza razziale.

L’eliminazione di chiunque venga bollato come diverso, il genocidio degli ebrei sono, dunque, l’esito della «delirante razionalità» (J. Sémelin), dell’utopia negativa del nazismo che si prefigge di avere un mondo depurato della presenza ebraica e ripulito da quanti sono reputati pericolosi nemici. In particolare, la Shoah si configura come «un paradigma della barbarie moderna» (E. Traverso), come una «sintesi unica» degli orrori e dei crimini del Ventesimo secolo, resa possibile dall’intreccio inquietante tra fanatismo ideologico e civiltà capitalistico-industriale.

Alla macchina di morte approntata dal Terzo Reich prendono parte, a vario titolo e con differenti livelli di responsabilità, decine di migliaia di perpetratori: membri del partito nazista, ma anche miliziani baltici, ucraini, slovacchi, croati, fascisti ungheresi, francesi e italiani. Senza dimenticare la vasta area della «complicità passiva», poiché «la strada per Auschwitz – come ha notato Ian Kershaw – fu costruita dall’odio, ma pavimentata dall’indifferenza».

Auschwitz, «l’ibrido impero di Lager», assurto a simbolo della Shoah e dell’intero sistema concentrazionario nazista, dove non solo si procede alla distruzione fisica dei deportati, ma si porta a termine la disumanizzazione delle vittime, la degradazione di ogni individuo, spogliato della sua personalità, alla propria nudità biologica: gli aguzzini e i loro collaboratori altro non vedono dinanzi a sé che dei sub-umani, degli untermenschen da schiavizzare e brutalizzare, dei «musulmani», dei «morti-viventi» da sterminare. A macchiarsi di atrocità e «crimini contro l’umanità» sono tanti, tantissimi uomini e donne comuni (ordinary men).

È bene, perciò, tenere a mente il monito di Primo Levi secondo cui persino le SS erano fatti della nostra stessa stoffa, erano esseri umani medi, mediamente intelligenti, mediamente malvagi: «salvo eccezioni, non erano mostri, avevano il nostro viso, ma erano stati educati male […] sia ben chiaro che responsabili, in grado maggiore o minore, erano tutti, ma dev’essere altrettanto chiaro che dietro la loro responsabilità sta quella della grande maggioranza dei tedeschi che ha accettato all’inizio, per pigrizia mentale, per calcolo miope, per stupidità, per orgoglio nazionale, le “belle parole” del caporale Hitler […]».

Con queste illuminanti considerazioni si chiude il saggio I sommersi e i salvati (1986), in cui il grande testimone e interprete della Shoah – è il suo ultimo libro, quasi una sorta di testamento – ci lascia un’acuta analisi dei meccanismi e percorsi della memoria, della logica della macchina dello sterminio, dell’ambigua «zona grigia» della collaborazione.

Una profonda riflessione, tanto più utile in un’epoca in cui, con l’inevitabile estinguersi dei testimoni, si pone con forza l’esigenza di affidarsi agli strumenti della conoscenza, per smontare le menzogne dei negazionisti, da tempo massicciamente presenti su Internet, per contrastare la disseminazione dei bacilli del razzismo e dell’antisemitismo ad opera del populismo “sovranista” e neofascista. Chi intende intraprendere questa impresa necessaria – e sono già in tanti a farlo – non ha che l’imbarazzo della scelta, data l’ampiezza del patrimonio di ricostruzioni storiche, di testimonianze, di documentari e film disponibili sul genocidio perpetrato dai nazisti ai danni del popolo ebraico. Tra i film ci sia consentito di segnalare, proprio per tornare sull’argomento da cui si è partiti, quello diretto nel 2001 da Frank Pierson: Conspiracy-Soluzione finale, un’attendibile cronistoria, ben recitata, della conferenza di Wannsee. È indubbiamente una risorsa, se opportunamente contestualizzata, per coloro che vogliono assumersi l’ineludibile compito di produrre degli anticorpi contro l’«infezione» che ha partorito «il codice razziale e le camere a gas».

di Francesco Soverina, Istituto campano per la storia della Resistenza e dell’età contemporanea

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