L’Introduzione che segue è costruita attraverso brani tratti dalla conversazione svoltasi su «La Lettura» del «Corriere della Sera» del 25 gennaio scorso fra Ersilia Alessandrone Perona (già direttore dell’Istituto storico della Resistenza in Piemonte e presidente del Museo diffuso della Resistenza di Torino nonché curatrice delle edizioni critiche delle opere di Gobetti), Giuseppe Bedeschi (professore emerito di Storia della Filosofia all’Università La Sapienza di Roma, autore di diverse opere dedicate al marxismo e al liberalismo) e Paolo Soddu (docente all’Università di Torino e direttore delle attività culturali della Fondazione Luigi Einaudi di Torino), a cura di Antonio Carioti, intitolata Piero Gobetti. Il liberalismo della rivoluzione.

Vengono poi proposte le voci Fascismo e Antonio Gramsci contenute in Gobetti. Dizionario delle idee, a cura di Sergio Bucchi (Editori Riuniti, Roma, 1997), e l’articolo di Gobetti Questioni di tattica.

È noto che a Gobetti dedicò una particolare attenzione Antonio Gramsci in specie nel saggio noto con il titolo Alcuni temi della quistione meridionale, riprodotto nella parte relativa all’intellettuale e politico torinese in questa rassegna.

Piero Gobetti nac­que a Torino il 19 giu­gno 1901. Anti­fa­sci­sta, attaccò aper­ta­mente il regime sulla sua rivi­sta «La Rivo­lu­zione Libe­rale», subì pestaggi squa­dri­sti, seque­stri e chiu­sure delle sue testate. Perciò il 3 feb­braio 1926 partì esule per Parigi, dove morì il 15 feb­braio per una bron­chite che esa­cerbò pre­gressi pro­blemi car­diaci. È sepolto nel cimitero del Père-Lachaise.

Il pensiero di Gobetti affronta la storia d’Italia indagandola a partire dal Risorgimento che, secondo lui, fallì in quanto escluse dalla sua realizzazione la grande maggioranza degli italiani.

Ne era deri­vato il can­cro del tra­sfor­mi­smo, che a suo parere, aveva col­pito le forze di governo, ma anche i socia­li­sti: il Psi di Filippo Turati non era stato un ele­mento di rot­tura e con­flitto, ma aveva agito in senso col­la­bo­ra­tivo e cor­po­ra­tivo, a forza di accordi sot­to­banco. Nell’opera dello sta­ti­sta libe­rale Gio­vanni Gio­litti, Gobetti vede «la pic­cola poli­tica tra­sci­nata alla gior­nata». E con­si­dera Turati un per­so­nag­gio «medio­cre», anzi «il più for­mi­da­bile dise­du­ca­tore dell’Ita­lia moderna», che aveva ridotto i pro­le­tari a «men­di­canti», impe­dendo che «assur­ges­sero a per­so­na­lità di lot­ta­tori» (Giuseppe Bedeschi).

Per questo ritiene che in Italia non ci sia mai stato un vero conflitto politico e, in questo senso,

la sua è una posi­zione net­ta­mente rivo­lu­zio­na­ria. Non a caso è in rap­porti stret­tis­simi con Anto­nio Gram­sci, che gli affida la cri­tica tea­trale sull’«Ordine Nuovo», quando da set­ti­ma­nale lo tra­sforma in quo­ti­diano. Gobetti ammira molto i comu­ni­sti tori­nesi e il movi­mento dei con­si­gli ope­rai. A sua volta Gram­sci, dopo la morte dell’edi­tore, scrive che Gobetti, pur non essendo comu­ni­sta, aveva capito il ruolo cen­trale del pro­le­ta­riato nella società con­tem­po­ra­nea (Giuseppe Bedeschi).

Il gio­vane tori­nese con­si­dera il Par­tito comu­ni­sta un movi­mento allo stato nascente, che a Torino, con i con­si­gli ope­rai e l’occu­pa­zione delle fab­bri­che nel set­tem­bre 1920, per­se­gue una svolta epo­cale: non più solo par­lare della rivo­lu­zione, ma rea­liz­zarla (Paolo Soddu).

La grande cre­scita indu­striale di Torino, durante e dopo la Prima guerra mon­diale, causa forti ten­sioni sociali, alla testa delle quali ci sono i socia­li­sti. Gobetti, nato nel 1901, da ado­le­scente è inter­ven­ti­sta, quindi ostile al neu­tra­li­smo del Psi. E viene da una fami­glia di pic­coli com­mer­cianti, il che lo porta a depre­care come «tep­pi­smo» gli assalti ai negozi durante i moti per il caro­vita del 1919. Non gli piace inol­tre il «socia­li­smo dei pro­fes­sori», intel­let­tuali di sini­stra che atti­rano le sue iro­nie. Tut­ta­via Gobetti segue con inte­resse il set­ti­ma­nale socia­li­sta tori­nese «Il Grido del Popolo», che tra­duce arti­coli di Vla­di­mir Lenin e Lev Trot­sky, esal­tando la rivo­lu­zione sovie­tica. E sin dal 1920 l’edi­tore tori­nese dichiara che ammira le doti di Gram­sci come pole­mi­sta (…) Trot­sky e Lenin influi­scono molto su di lui. La let­tura dei loro scritti lo con­vince che essi hanno instau­rato in Rus­sia lo Stato libe­rale. Ancora all’ini­zio del 1925 rifiuta un arti­colo pro­po­sto alla «Rivo­lu­zione Libe­rale» da un esule russo che assi­mi­lava comu­ni­smo e fasci­smo per il loro com­por­ta­mento repres­sivo. Gobetti respinge il para­gone, per­ché in Urss vede «un mondo in for­ma­zione e sforzi di nuove classi diri­genti». Trot­sky gli appare «uno sta­ti­sta di gran­dezza inne­ga­bile». Con­si­dera i bol­sce­vi­chi, al di là delle loro colpe, «pro­ta­go­ni­sti di sto­ria e non sem­pli­ce­mente di imprese di poli­zia» (Ersilia Alessandrone Perona).

Nonostante questo suo atteggiamento positivo nei confronti del bolscevismo è fuori luogo ritenere Gobetti un marxista. Il suo obiettivo, infatti, è quello di

dare al libe­ra­li­smo un con­te­nuto demo­cra­tico che in Ita­lia fino a quel momento era stato debole, se non assente. Perciò guarda a Fran­ce­sco Save­rio Nitti e a Gio­vanni Amen­dola, dei quali pub­blica i testi, anche se con loro si trova spesso in dis­senso. Molto signi­fi­ca­tivo è anche il suo ruolo nell’inco­rag­giare l’Unione goliar­dica per la libertà, sorta dopo il delitto Mat­teotti, che è una sorta di Cln stu­den­te­sco in anti­cipo sui tempi, dove con­vi­vono tutte le com­po­nenti che daranno vita alla Costi­tu­zione anti­fa­sci­sta: libe­rali come Enzo Sto­roni, cat­to­lici come Ezio Vanoni, socia­li­sti come Rodolfo Morandi, futuri comu­ni­sti come Gior­gio Amen­dola e futuri azio­ni­sti come Ugo La Malfa (Paolo Soddu).

Può essere fuorviante il fatto che l’intellettuale torinese sembri apprezzare allo stesso modo capitalismo e bolscevismo. Nella realtà il suo atteggiamento

riflette il carat­tere duale di Torino, dove ci sono Gram­sci e i con­si­gli di fab­brica, ma anche il Lin­gotto fatto costruire da Gio­vanni Agnelli, che Gobetti elo­gia come moderno capi­tano d’indu­stria. La sua let­tura degli eventi è d’altronde un’opera in costru­zione, che si con­clude quando diventa irre­ver­si­bile l’avvento del regime fasci­sta. A Gobetti non rimane allora che l’esi­lio a Parigi, dove vor­rebbe ripren­dere l’atti­vità di edi­tore, ma muore in soli­tu­dine il 16 feb­braio 1926. Quanto all’Urss, va ricor­dato che all’epoca è ancora aperta la lotta per la suc­ces­sione a Lenin, che solo più tardi ter­mi­nerà con l’affer­ma­zione di un pieno tota­li­ta­ri­smo sotto Iosif Sta­lin (Paolo Soddu).

Quindi l’avvento del fascismo e la sua affermazione; è noto che il fascismo fu definito da Gobetti l’«autobiografia della nazione». Questa for­mula

ha avuto un suc­cesso indi­scu­ti­bile. Però l’idea che l’ascesa di Mus­so­lini fosse la rive­la­zione di anti­che tare sto­ri­che ita­liane sem­bra rica­dere più nell’ambito morale che sto­rio­gra­fico (Ersilia Alessandrone Perona).

L’espressione, infatti,

si rife­ri­sce al mal­co­stume morale del popolo ita­liano, ma com­prende anche una cri­tica rivolta al Risor­gi­mento per i suoi esiti insod­di­sfa­centi. Va rile­vato peral­tro che la for­mula gobet­tiana, molto affa­sci­nante, viene ripresa da Carlo Ros­selli e altri anti­fa­sci­sti, ma solo fino all’avvento del nazio­nal­so­cia­li­smo hitle­riano. L’instau­ra­zione in Ger­ma­nia di un regime assi­mi­la­bile al fasci­smo, ma che nulla aveva a che fare con la spe­ci­fica sto­ria d’Ita­lia, indusse a met­tere da parte la defi­ni­zione di «auto­bio­gra­fia della nazione» e a foca­liz­zarsi sul carat­tere tota­li­ta­rio delle due dit­ta­ture (Ersilia Alessandrone Perona).

D’altronde

la dia­gnosi del fasci­smo for­mu­lata da Gobetti s’inqua­dra nella sua cri­tica di tutta la sto­ria d’Ita­lia: vale poco un Paese che, scrive lui, «crede alla col­la­bo­ra­zione delle classi» e «rinun­cia per pigri­zia alla lotta poli­tica». Così Mus­so­lini diventa un cor­rut­tore prima che un tiranno, la prova vivente che gli ita­liani — sono parole di Gobetti — «hanno animo di schiavi». E il fasci­smo è la sin­tesi delle malat­tie nazio­nali: reto­rica, cor­ti­gia­ne­ria, tra­sfor­mi­smo (Giuseppe Bedeschi).

Il fascismo, secondo Gobetti, poteva essere combattuto soltanto

pro­muo­vendo nuove élite rivo­lu­zio­na­rie, espresse essen­zial­mente dalla classe ope­raia. Perciò Gobetti era ostile alle cor­renti anti­fa­sci­ste demo­cra­ti­che, che a suo avviso vole­vano tor­nare all’Ita­lia gio­lit­tiana, spe­rando magari di addo­me­sti­care Mus­so­lini e farlo rien­trare nei loro com­pro­messi (Giuseppe Bedeschi).

Gobetti fu intransigente nei confronti del fascismo ma di un’intransigenza che non escludeva la convivenza tra forze politiche di opposto indirizzo:

Per il gio­vane tori­nese è indi­spen­sa­bile schie­rarsi net­ta­mente con­tro il fasci­smo, senza illu­dersi di poter trat­tare con Mus­so­lini. In que­sto con­si­ste la sua intran­si­genza, che però non pre­clude affatto il con­fronto fra cul­ture poli­ti­che diverse. La rivi­sta gobet­tiana «La Rivo­lu­zione Libe­rale» ospita le opi­nioni più varie, spesso avverse alle idee del diret­tore. Anche il cata­logo dei libri da lui pub­bli­cati dimo­stra un’estrema aper­tura men­tale, in campo poli­tico come in quello let­te­ra­rio. Gobetti vuole essere un edi­tore di oppo­si­zione e di avan­guar­dia, è attento a ogni novità: al tea­tro, ma anche alle cor­renti arti­sti­che emer­genti, come l’Espres­sio­ni­smo tede­sco (Ersilia Alessandrona Perona).

Al dunque può Gobetti essere definito autenticamente liberale?

È inte­res­sante vedere che cosa pen­sa­vano di lui i suoi avver­sari, che lo ave­vano più volte per­cosso. Quando muore a Parigi, il gior­nale fasci­sta che usciva in Fran­cia, «La Nuova Ita­lia», esprime un giu­di­zio ripreso anche dal «Popolo d’Ita­lia» mus­so­li­niano. “Gobetti — scrive — porta con sé nella tomba le dele­te­rie illu­sioni di chi crede ancora nella pos­si­bi­lità, per il libe­ra­li­smo demo­cra­tico, di fare opera utile al Paese”. Insomma, i fasci­sti vede­vano in lui la volontà di aprire il pen­siero libe­rale alla dimen­sione demo­cra­tica. Certo Gobetti fu anti­gio­lit­tiano, ma lo furono molti altri libe­rali, primo fra tutti Einaudi. Il con­no­tato fon­da­men­tale dell’opera gobet­tiana con­si­ste nel ten­ta­tivo di moder­niz­zare la poli­tica in Ita­lia e nello sforzo di capire, non sem­pre riu­scen­doci, il senso della novità tota­li­ta­ria che si mani­fe­stava in que­gli anni (Paolo Soddu).

Raccolta di testi

Le fonti delle citazioni di Gobetti vengono indicate con le seguenti sigle:

«EN» «Energie Nove»

«RL» «Rivoluzione Liberale»

«B» «Il Baretti»

«ON» «L’Ordine Nuovo»

RL La rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia, Bologna, Cappelli, 1923

SP Scritti politici, a cura di P. Spriano, Torino, Einaudi, 1960

Fascismo Il fascismo è stato la reazione contro la rivoluzione […]. Il fascismo è stato il termometro della nostra crisi, la misura dell’impotenza del popolo a crearsi il suo Stato. Ma appunto perciò diventa ingenuo chiedere al fascismo un programma positivo di ricostruzione […].

In realtà nessun partito può sostituire lo Stato, a nessun movimento sociale può spettare la funzione di coordinamento delle volontà e del rafforzamento della coesione degli spiriti, perché queste sono funzioni che non hanno organo, e si realizzano per impulsi di lotta e di consenso in un processo tutto immanente [Esperienza liberale (V), «RL», 28 maggio 1922, SP, 354-355].

La polemica (il trafiletto, il pamphlet), invece dell’elaborazione di pensiero, la spedizione punitiva al posto della lotta politica. il duello come esaltazione ultima e perfetta dell’attività individuale: ecco le basi e i metodi «nuovi» dell’educazione politica instaurata dai fascisti. II nuovo sta tutto nell’ottusa disinvoltura con cui si professa l’anacronismo [Uomini e idee (V), «RL», 28 maggio 1922, SP, 358-361].

La piú tragica debolezza dell’Italia si avverte nella sua incapacità di creare e alimentare un partito reazionario [Note di politica interna (III), «RL», 30 luglio 1922, SP, 397-400].

Il fascismo non può giustificarsi con un atteggiamento arivoluzionario: la sola giustificazione può venirgli dalle sue attitudini realizzatrici, che non riusciamo a vedergli per ora [Note di politica interna (III). Risposta a M.A. Levi, «RL», 10 settembre 1922, SP, 406].

La «rivoluzione» fascista non è una rivoluzione, ma il colpo di Stato compiuto da un’oligarchia mediante l’umiliazione di ogni serietà e coscienza politica, con allegria studentesca [La tirannide, «RL», 23 novembre (ma presumibilmente 9) 1922, SP, 426-429].

Non è ancora possibile parlare in sede di cultura e di obiettività storica del fascismo, il quale ha risolto prima il problema di governo che il problema della sua identità. L’interpretazione comune (reazione ai miti antipatriottici e alle ebbrezze rivoluzionarie) ha un valore pratico ed è parso sin qui destinata a far fortuna, ma non presenta alcun significato in sede politica, dove gli interessi e la retorica dovrebbero trasformarsi in situazioni storiche. Anche l’interpretazione marxistica (reazione borghese) è insufficiente e spiega solo poche situazioni locali. Dall’interno il fascismo non ha saputo compiere sforzi notevoli per chiarirsi [La nostra cultura politica, «RL», 8 marzo 1923, SP, 456-476].

Mussolini ha superato tutti gli esempi di trasformismo, di insincerità, di compromessi, di ricatti. In un anno di governo ha spezzato tutte le resistenze, ha costretto tutti gli uomini a piegarsi, a rinunciare alla loro dignità. Ha ridotto alla schiavitú liberali, democratici, popolari. Passa sopra tutte le differenze. Costringe col metodo dei compensi operai e industriali a far coesistere allegramente i loro interessi antitetici. Spezza le distinzioni, le responsabilità precise, la fermezza dei caratteri e l’intransigenza onesta delle idee [Commemorazione, «RL», 30 ottobre 1923, SP, 532-535].

Il fascismo prevalse appunto confondendo le idee e le responsabilità, impedendo le distinzioni precise e la fedeltà degli uomini alla propria intransigenza, sfruttando cattolicismo e idealismo attuale, futurismo e tradizionalismo, sindacati e agrari, monarchia e tendenzialismo repubblicano per sacrificarli alle superiori arti dell’addo-mesticatore [Le elezioni, «RL», 12 febbraio 1924, SP, 585-590].

La tattica di un addomesticatore nel dopoguerra doveva essere duplice: la violenza contro le minoranze battagliere e contro i movimenti libertari dal basso, le lusinghe verso le classi medie e verso le masse quietiste. Il gioco non riuscí a Giolitti che non aveva inteso la necessità di questo equilibrio; e fu necessario trovare un nuovo Giolitti, adatto ai tempi di avventura, in Mussolini [Addomesticati e ribelli, «RL», 6 maggio 1924, SP, 659-664].

Il torto della concezione del Labriola è di prendere tanto sul serio il fascismo ed elevarlo a dignità di reazione capitalistica. Come sarà lecito classificare in una stessa serie la reazione capitalistica americana e il fascismo? Per noi qui comincia l’errore: e si finisce per non intendere che il fascismo è un fenomeno italiano, di immaturità storica ed economica, un riaffiorare di medioevo. In questo senso tra noi «il processo capitalistico» è ancora di là da venire [Momenti di processo capitalistico, «RL», 17 giugno 1924, SP, 706-707].

Il fascismo, portando alle sue ultime conseguenze un fenomeno di dittatura burocratica già prevalso con le corrotte sedicenti democrazie dell’anteguerra, ha preteso di risolvere la recente crisi dei disoccupati, degli spostati e dei plutocrati, organizzando un esercito di parassiti dello Stato. L’opposizione contro il fascismo perciò deve poter contare, specialmente nell’Italia settentrionale, sulla formazione di un’economia moderna forte di un’industria libera da ogni protezionismo e da ogni paternalismo di Stato e di una classe proletaria politicamente intransigente che nell’educazione della fabbrica impara il senso della vita sociale. I rapporti tra queste forze devono essere regolati dalla legge infallibile e ineluttabile della lotta di classe [Gruppi della «Rivoluzione Liberale», «RL», 8 luglio 1924, SP, 758-760].

La situazione da cui è nato il fascismo si liquiderà soltanto con la ripresa del movimento operaio. Questa è connessa con il miglioramento della nostra classe capitalistica, con le attitudini della nostra economia a vivere nel commercio mondiale non semplicemente da parassita […].

Per secondare la ripresa operaia contro il fascismo perciò non bisogna invocare profezie o proporre schemi di nuove società […] ma aiutare i partiti seri e moderni a liberarsi dai costumi giolittiani, a migliorare i loro quadri nella lotta senza quartiere e senza lusinghe, a preparare le condizioni in cui le moderne democrazie non saranno piú schiave di nessuna oligarchia. La guerra al fascismo è questione di maturità storica, politica, economica della nostra economia, delle nostre classi dirigenti, dei ceti operai e industriali [Come combattere il fascismo, «RL», 2 settembre 1924, SP, 763-765].

Antonio Gramsci Bisogna pensare a tutta la sua formazione spirituale negli anni di università a Torino per spiegarsi il suo odio contro la società. L’odio di Gramsci è uno degli esempi piú convincenti che io conosca di orgogliosa nobiltà e di dignità ferita. Il suo socialismo è prima di tutto una risposta contro le offese della società alla sua solitudine di sardo emigrato […].

Pare venuto dalla campagna per dimenticare le sue tradizioni, per sostituire l’eredità malata dell’anacronismo sardo con uno sforzo chiuso e inesorabille verso la modernità del cittadino. Porta mella persona fisica il segno di questa rinuncia alla vita dei campi, e la sovrapposizione quasi violenta di un programma costruito e ravvivato dalla forza della disperazione, dalla necessità spirituale di chi ha respinto e rinnegato l’innocenza nativa.

Antonio Gramsci ha la testa di un rivoluzionano; il suo ritratto sembra costruito dalla sua volontà, tagliato rudemente e fatalmente per una necessità, che dovette essere accettata senza discussione: il cervello ha soverchiato il corpo. Il capo dominante sulle membra malate sembra costruito secondo i rapporti logici di una grande utopia redentrice e serba dello sforzo una rude serietà impenetrabile; solo gli occhi mobili e ingenui, ma contenuti e nascosti dall’amarezza, interrompono talvolta con la bontà del pessimista il fermo rigore della sua razionalità. La voce è tagliente come la critica dissolvitrice, l’ironia s’avvelena nel sarcasmo, il dogma vissuto con la tirannia della logica toglie la consolazione dell’umorismo. C’è nella sua sincerità aperta il peso di un corruccio inaccessibile; dalla condanna della sua solitudine sdegnosa di confidenze, sorge l’accettazione dolorosa di responsabilità piú forti della vita, dure come il destino della storia; la sua rivolta è talora il risentimento e talora il rancore piú profondo dell’isolano che non si può aprire se non con l’azione, che non può liberarsi dalla schiavitú secolare se non portando nei comandi e nell’energia dell’apostolo qualcosa di tirannico. L’istinto e gli affetti si celano ugualmente nella riconosciuta necessità di un ritmo di vita austera nelle forme e nei nessi logici; dove non vi può essere unità serena ed armonica supplirà la costrizione, e le idee domineranno sentimenti ed espansioni.

L’amore per la chiarezza categorica e dogmatica, propria dell’ideologo e del sognatore, gli interdicono la simpatia e la comunicazione sicché sotto il fervore delle immagini e le esperienze dell’inchiesta diretta, sotto la preoccupazione etica del programma, sta un rigorismo arido e una tragedia cosmica che non consente un respiro di indulgenza […]. Piú che un tattico o un combattente Gramsci è un profeta. Come si può esserlo oggi: inascoltati se non dal fato. L’eloquenza di Gramsci non rovescerà nessun ministero. La sua polemica catastrofica, la sua satira disperata non attendono consolazioni facili. Tutta l’umanità, tutto il presente gli è in sospetto.

Chiede la giustizia a un feroce futuro vendicatore [Uomini e idee (X). Gramșci, «RL», 22 aprile 1924, SP, 644-647].

SIGNIFICATO DELL’ESPERIENZA FASCISTA

Con il piglio provocatorio che ha sempre contraddistinto i suoi interventi, Gobetti sembra quasi auspicare l’avvento di una tirannide in Italia ritenendolo l’unico modo per far capire agli italiani cosa significhi essere sottoposti ad un regime di quel tipo che gli italiani stessi mostrano quasi di desiderare (non è per niente fuori luogo sottolineare l’attualità del ragionamento gobettiano). Il fascismo non dovrà essere la continuazione del riformismo giolittiano; dovrà essere una dittatura in quanto solo così potrà emergere la vera intransigenza di chi ad esso si oppone (anche in questo, sia dal punto di vista di chi governa l’Italia oggi sia dal punto di vista di chi è governato, sussistono notevoli elementi di riflessione).

La nostra opposizione al fascismo non è un agitarsi inquieto di spiriti nevrastenici o femminilmente emozionati. Possiamo considerare le cose con serenità, possiamo maturare anche un problema di tattica. La nostra è un’antitesi di stile, che non sente neppure il bisogno di discutere il discorso di Mussolini. La questione riguarda qualcosa di più profondo che il colpo di Stato e la crisi ministeriale. Noi non combattiamo, specificamente, il ministero Mussolini, ma l’altra Italia. Sappiamo di dover lavorare a lunga scadenza. Se fossimo deputati ci dimetteremmo. Ci raccoglieremmo nel silenzio. Possiamo continuare a parlare solo perché ci rivolgiamo a un pubblico intelligente, tra amici, e non ci si può fraintendere o attribuire falsi scopi.

Sappiamo e ci auguriamo che Mussolini non cada troppo presto, che la sua esperienza percorra tutta la parabola. Non condividiamo, odiamo decisamente le opposizioni che si vengono timidamente accennando nel campo parlamentare. I socialisti combatteranno Mussolini per avere tra qualche mese Baldesi al ministero e poter gareggiare con le cooperative fasciste nella richiesta di sovvenzioni dello Stato e di concessioni di lavori pubblici. I democratici reagiranno in nome delle vecchie clientele, in nome dei vecchi metodi giolittiani; cercheranno di impedire con ogni sorta di transazione i chiarimenti e le responsabilità nette.

Saremo inesorabilmente contro queste sopravvivenze parassitarie, anche se dal nostro atteggiamento dovesse trarre vantaggio Mussolini. Vogliamo che l’esperimento si compia in tutta la sua logica di intransigenza. Che Mussolini non possa trovare un alibi, che non possa attribuire ad altri la responsabilità del suo insuccesso. Alla nostra opposizione silenziosa il governo non potrà rimproverare quelli che saranno effetti delle sue colpe.

Non abbiamo fiducia in Mussolini e nei suoi collaboratori. Abbiamo voluto affermarlo nettamente. Ognuno a suo posto. Avremmo preferito evitare all’Italia povera e immatura questo esperimento disastroso. Ma ora che non si può tornare indietro vogliamo trarne tutti i vantaggi possibili per l’esperienza del paese.

Se il popolo è ineducato e non ha il senso della libertà anche Mussolini può essere utile, non col risanare il bilancio (compito a cui altri uomini si richiedono), ma coll’insegnare concretamente, a chi lo sapeva solo dai libri, che cosa sia la tirannide. La reazione blanda di questi giorni rincrudirà; la dittatura sarà la dittatura; chiediamo le elezioni coi mazzieri, non solo in Puglia, ma a Torino e a Milano. Non vogliamo che l’esperimento Mussolini sia la continuazione del riformismo giolittiano. Il paese ha bisogno di una prova. Se sarà degno della libertà la conquisterà anche attraverso cinque anni di dittatura. Il fascismo non deve assumere nessuna maschera democratica; non deve riuscire soltanto a raddoppiare le clientele e segnare il momento di palingenesi della piccola borghesia.

La nostra opposizione è così intransigente che ci rifiutiamo di esaminare i programmi e di collaborare colla critica. Combattere Mussolini per sostituirgli tra sei mesi Nitti, Cocco-Ortu, Orlando o Giolitti, no e poi no. Le nostre sono antitesi integrali: restiamo storici, al di sopra della cronaca, anche senza essere profeti, in quanto lavoriamo per il futuro, per un’altra rivoluzione.

[Questioni di tattica, «RL», 23 dicembre 1922, SP, 429-430]

Antonio Gramsci

Note sul problema meridionale e sull’atteggiamento nei suoi confronti dei comunisti, dei socialisti e dei democratici1

Viene proposta la lettura della parte finale del saggio di Gramsci, redatto nell’ottobre del 1926, noto come Alcuni temi della quistione meridionale, che è il titolo redazionale col quale è generalmente conosciuto, pubblicato per la prima volta su Lo Stato operaio nel gennaio 1930. Dalle parole di Gramsci emerge quanto sia stato importante il lavoro gobettiano come creatore di un movimento politico e culturale in cui le forze sociali degli operai e dei contadini divenissero “portatrici dell’avvenire”.

Abbiamo detto che l’Italia meridionale è una grande disgregazione sociale. Questa formula oltre che ai contadini si può riferire anche agli intellettuali. È notevole il fatto che nel Mezzogiorno, accanto alla grandissima proprietà, siano esistite ed esistano grandi accumulazioni culturali e di intelligenza in singoli individui o in ristretti gruppi di grandi intellettuali, mentre non esiste una organizzazione della cultura media. Esiste nel Mezzogiorno la casa editrice Laterza e la rivista la Critica, esistono accademie e imprese culturali di grandissima erudizione; non esistono piccole e medie riviste, non esistono case editrici intorno a cui si raggruppino formazioni medie di intellettuali meridionali. I meridionali che hanno cercato di uscire dal blocco agrario e di impostare la questione meridionale in forma radicale hanno trovato ospitalità e si sono raggruppati intorno a riviste stampate fuori del Mezzogiorno. Si può dire anzi che tutte le iniziative culturali dovute agli intellettuali medi che hanno avuto luogo nel XX secolo nell’Italia centrale e settentrionale furono caratterizzate dal meridionalismo, perché fortemente influenzate da intellettuali meridionali: tutte le riviste del gruppo di intellettuali fiorentini, VoceUnità; le riviste dei democratici cristiani, come l’Azione di Cesena; le riviste dei giovani liberali emiliani e milanesi di G. Borelli, come la Patria di Bologna o l’Azione di Milano; infine la Rivoluzione liberale di Gobetti. Orbene: supremi moderatori politici e intellettuali di tutte queste iniziative sono stati Giustino Fortunato e Benedetto Croce. In una cerchia più ampia di quella molto soffocante del blocco agrario, essi hanno ottenuto che l’impostazione dei problemi meridionali non soverchiasse certi limiti, non diventasse rivoluzionaria. Uomini di grandissima cultura e intelligenza, sorti sul terreno tradizionale del Mezzogiorno ma legati alla cultura europea e quindi mondiale, essi avevano tutte le doti per dare una soddisfazione ai bisogni intellettuali dei più onesti rappresentanti della gioventù colta del Mezzogiorno, per consolarne le irrequiete velleità di rivolta contro le condizioni esistenti, per indirizzarli secondo una linea media di serenità classica del pensiero e dell’azione. I cosiddetti neoprotestanti o calvinisti non hanno capito che in Italia, non potendoci essere una riforma religiosa di massa, per le condizioni moderne della civiltà, si è verificata la sola riforma storicamente possibile con la filosofia di Benedetto Croce: è stato mutato l’indirizzo e il metodo del pensiero, è stata costruita una nuova concezione del mondo che ha superato il cattolicismo e ogni altra religione mitologica. In questo senso Benedetto Croce ha compiuto una altissima funzione “nazionale”, ha distaccato gli intellettuali radicali del Mezzogiorno dalle masse contadine, facendoli partecipare alla cultura nazionale ed europea, e attraverso questa cultura li ha fatti assorbire dalla borghesia nazionale e quindi dal blocco agrario.

L’Ordine Nuovo e i comunisti torinesi, se in un certo senso possono essere collegati alle formazioni intellettuali cui abbiamo accennato e se pertanto hanno anch’essi subito l’influenza intellettuale di Giustino Fortunato e di Benedetto Croce, rappresentano però nello stesso tempo una rottura completa con quella tradizione e l’inizio di un nuovo svolgimento, che ha già dato dei frutti e che ancora ne darà. Essi, come è stato già detto, hanno posto il proletariato urbano come protagonista moderno della storia italiana e quindi della questione meridionale. Avendo servito da intermediari tra il proletariato e determinati strati di intellettuali di sinistra, sono riusciti a modificare, se non completamente, certo notevolmente l’indirizzo mentale di essi. È questo l’elemento principale della figura di Piero Gobetti, se ben si riflette. Il quale non era un comunista e probabilmente non lo sarebbe mai diventato, ma aveva capito la posizione sociale e storica del proletariato e non riusciva più a pensare astraendo da questo elemento. Gobetti, nel lavoro comune del giornale, era stato da noi posto a contatto con un mondo vivente che aveva prima conosciuto solo attraverso le formule dei libri. La sua caratteristica più rilevante era la lealtà intellettuale e l’assenza completa di ogni vanità e piccineria di ordine inferiore: perciò non poteva non convincersi come tutta una serie di modi di vedere e di pensare tradizionali verso il proletariato erano falsi e ingiusti. Quale conseguenza ebbero in Gobetti questi contatti col mondo proletario? Essi furono l’origine e l’impulso per una concezione che non vogliamo discutere e approfondire, una concezione che in gran parte si riattacca al sindacalismo e al modo di pensare dei sindacalisti intellettuali; i principi del liberalismo vengono in essa proiettati dall’ordine dei fenomeni individuali a quello dei fenomeni di massa. Le qualità di eccellenza e di prestigio nella vita degli individui vengono trasportate nelle classi, concepite quasi come individualità collettive. Questa concezione di solito porta negli intellettuali che la condividono alla pura contemplazione e registrazione dei meriti e dei demeriti, a una posizione odiosa e melensa di arbitri tra le contese, di assegnatori dei premi e delle punizioni. Praticamente il Gobetti sfuggì a questo destino. Egli si rivelò un organizzatore della cultura di straordinario valore ed ebbe in questo ultimo periodo una funzione che non deve essere né trascurata né sottovalutata dagli operai. Egli scavò una trincea oltre la quale non arretrarono quei gruppi di intellettuali più onesti e sinceri che nel 1919-20-21 sentirono che il proletariato come classe dirigente sarebbe stato superiore alla borghesia. Alcuni in buona fede e onestamente, altri in cattivissima fede e disonestamente andarono ripetendo che il Gobetti era nient’altro che un comunista camuffato, un agente se non del Partito comunista, per lo meno del gruppo comunista dell’Ordine Nuovo. Non occorre neanche smentire tali insulse dicerie. La figura di Gobetti e il movimento da lui rappresentato furono spontanee produzioni del nuovo clima storico italiano: in ciò è il loro significato e la loro importanza. Ci è stato qualche volta rimproverato da compagni di partito di non aver combattuto contro la corrente di idee di Rivoluzione liberale: questa assenza di lotta anzi sembrò la prova del collegamento organico, di carattere machiavellico (come si suol dire) tra noi e il Gobetti. Non potevamo combattere contro Gobetti perché egli svolgeva e rappresentava un movimento che non deve essere combattuto, almeno in linea di principio. Non comprendere ciò significa non comprendere la questione degli intellettuali e la funzione che essi svolgono nella lotta delle classi. Gobetti praticamente ci serviva di collegamento: 1. con gli intellettuali nati sul terreno della tecnica capitalistica che avevano assunto una posizione di sinistra, favorevole alla dittatura del proletariato nel 1919-20; 2. con una serie di intellettuali meridionali che, per collegamenti più complessi, ponevano la questione meridionale su un terreno diverso da quello tradizionale, introducendovi il proletariato del Nord: di questi intellettuali Guido Dorso è la figura più completa e interessante. Perché avremmo dovuto lottare contro il movimento di Rivoluzione liberale? forse perché esso non era costituito di comunisti puri che avessero accettato dall’A alla Z il nostro programma e la nostra dottrina? Questo non poteva essere domandato perché sarebbe stato politicamente e storicamente un paradosso. Gli intellettuali si sviluppano lentamente, molto più lentamente di qualsiasi altro gruppo sociale, per la stessa loro natura e funzione storica. Essi rappresentano tutta la tradizione culturale di un popolo, vogliono riassumerne e sintetizzarne tutta la storia: ciò sia detto specialmente del vecchio tipo di intellettuale, dell’intellettuale nato sul terreno contadino. Pensare possibile che esso possa, come massa, rompere con tutto il passato per porsi completamente sul terreno di una nuova ideologia, è assurdo. È assurdo per gli intellettuali come massa, e forse assurdo anche per moltissimi intellettuali presi individualmente, nonostante tutti gli onesti sforzi che essi fanno e vogliono fare. Ora a noi interessano gli intellettuali come massa, e non solo come individui. È certo importante e utile per il proletariato che uno o più intellettuali, individualmente, aderiscano al suo programma e alla sua dottrina, si confondano nel proletariato, ne diventino e se ne sentano parte integrante. Il proletariato, come classe, è povero di elementi organizzativi, non ha e non può formarsi un proprio strato di intellettuali che molto lentamente, molto faticosamente e solo dopo la conquista del potere statale. Ma è anche importante e utile che nella massa degli intellettuali si determini una frattura di carattere organico, storicamente caratterizzata; che si formi, come formazione di massa, una tendenza di sinistra, nel significato moderno della parola, cioè orientata verso il proletariato rivoluzionario. L’alleanza tra proletariato e masse contadine esige questa formazione; tanto più la esige l’alleanza tra il proletariato e le masse contadine del Mezzogiorno. Il proletariato distruggerà il blocco agrario meridionale nella misura in cui riuscirà, attraverso il suo partito, ad organizzare in formazioni autonome e indipendenti, sempre più notevoli masse di contadini poveri; ma riuscirà in misura più o meno larga in tale suo compito obbligatorio anche subordinatamente alla sua capacità di disgregare il blocco intellettuale che è l’armatura flessibile ma resistentissima del blocco agrario. Per la soluzione di questo compito il proletariato è stato aiutato da Piero Gobetti e noi pensiamo che gli amici del morto continueranno, anche senza la sua guida, l’opera intrapresa che è gigantesca e difficile, ma appunto degna di tutti i sacrifici (anche della vita, come è stato nel caso del Gobetti) da parte di quegli intellettuali (e sono molti, più di quanto si creda) settentrionali e meridionali che hanno compreso essere essenzialmente nazionali e portatrici dell’avvenire due sole forze sociali: il proletariato e i contadini.

Nota della Redazione

Si segnalano alcuni libri usciti recentemente in occasione del centenario della morte di Gobetti:

P. Di Paolo, Un mondo nuovo tutti i giorni. Piero Gobetti, una vita al presente, Solferino, Milano, 2025

P. Gobetti, Pensare futuro. Come ricominciare senza ripetersi, a cura di D. Bidussa, Feltrinelli, Milano, 2026

P. Gobetti, La democrazia da fare, a cura di P. Polito, Einaudi, Torino, 2026

1 Il passo del saggio gramsciano si trova in A. Gramsci, Antologia, a cura di Antonio A. Santucci, Prefazione di G. Liguori, Editori Riuniti university press, Roma, 2012, pp. 230-234.

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