L’Introduzione che segue è costruita attraverso brani tratti dalla conversazione svoltasi su «La Lettura» del «Corriere della Sera» del 25 gennaio scorso fra Ersilia Alessandrone Perona (già direttore dell’Istituto storico della Resistenza in Piemonte e presidente del Museo diffuso della Resistenza di Torino nonché curatrice delle edizioni critiche delle opere di Gobetti), Giuseppe Bedeschi (professore emerito di Storia della Filosofia all’Università La Sapienza di Roma, autore di diverse opere dedicate al marxismo e al liberalismo) e Paolo Soddu (docente all’Università di Torino e direttore delle attività culturali della Fondazione Luigi Einaudi di Torino), a cura di Antonio Carioti, intitolata Piero Gobetti. Il liberalismo della rivoluzione.
Vengono poi proposte le voci Fascismo e Antonio Gramsci contenute in Gobetti. Dizionario delle idee, a cura di Sergio Bucchi (Editori Riuniti, Roma, 1997), e l’articolo di Gobetti Questioni di tattica.
È noto che a Gobetti dedicò una particolare attenzione Antonio Gramsci in specie nel saggio noto con il titolo Alcuni temi della quistione meridionale, riprodotto nella parte relativa all’intellettuale e politico torinese in questa rassegna.
Piero Gobetti nacque a Torino il 19 giugno 1901. Antifascista, attaccò apertamente il regime sulla sua rivista «La Rivoluzione Liberale», subì pestaggi squadristi, sequestri e chiusure delle sue testate. Perciò il 3 febbraio 1926 partì esule per Parigi, dove morì il 15 febbraio per una bronchite che esacerbò pregressi problemi cardiaci. È sepolto nel cimitero del Père-Lachaise.
Il pensiero di Gobetti affronta la storia d’Italia indagandola a partire dal Risorgimento che, secondo lui, fallì in quanto escluse dalla sua realizzazione la grande maggioranza degli italiani.
Ne era derivato il cancro del trasformismo, che a suo parere, aveva colpito le forze di governo, ma anche i socialisti: il Psi di Filippo Turati non era stato un elemento di rottura e conflitto, ma aveva agito in senso collaborativo e corporativo, a forza di accordi sottobanco. Nell’opera dello statista liberale Giovanni Giolitti, Gobetti vede «la piccola politica trascinata alla giornata». E considera Turati un personaggio «mediocre», anzi «il più formidabile diseducatore dell’Italia moderna», che aveva ridotto i proletari a «mendicanti», impedendo che «assurgessero a personalità di lottatori» (Giuseppe Bedeschi).
Per questo ritiene che in Italia non ci sia mai stato un vero conflitto politico e, in questo senso,
la sua è una posizione nettamente rivoluzionaria. Non a caso è in rapporti strettissimi con Antonio Gramsci, che gli affida la critica teatrale sull’«Ordine Nuovo», quando da settimanale lo trasforma in quotidiano. Gobetti ammira molto i comunisti torinesi e il movimento dei consigli operai. A sua volta Gramsci, dopo la morte dell’editore, scrive che Gobetti, pur non essendo comunista, aveva capito il ruolo centrale del proletariato nella società contemporanea (Giuseppe Bedeschi).
Il giovane torinese considera il Partito comunista un movimento allo stato nascente, che a Torino, con i consigli operai e l’occupazione delle fabbriche nel settembre 1920, persegue una svolta epocale: non più solo parlare della rivoluzione, ma realizzarla (Paolo Soddu).
La grande crescita industriale di Torino, durante e dopo la Prima guerra mondiale, causa forti tensioni sociali, alla testa delle quali ci sono i socialisti. Gobetti, nato nel 1901, da adolescente è interventista, quindi ostile al neutralismo del Psi. E viene da una famiglia di piccoli commercianti, il che lo porta a deprecare come «teppismo» gli assalti ai negozi durante i moti per il carovita del 1919. Non gli piace inoltre il «socialismo dei professori», intellettuali di sinistra che attirano le sue ironie. Tuttavia Gobetti segue con interesse il settimanale socialista torinese «Il Grido del Popolo», che traduce articoli di Vladimir Lenin e Lev Trotsky, esaltando la rivoluzione sovietica. E sin dal 1920 l’editore torinese dichiara che ammira le doti di Gramsci come polemista (…) Trotsky e Lenin influiscono molto su di lui. La lettura dei loro scritti lo convince che essi hanno instaurato in Russia lo Stato liberale. Ancora all’inizio del 1925 rifiuta un articolo proposto alla «Rivoluzione Liberale» da un esule russo che assimilava comunismo e fascismo per il loro comportamento repressivo. Gobetti respinge il paragone, perché in Urss vede «un mondo in formazione e sforzi di nuove classi dirigenti». Trotsky gli appare «uno statista di grandezza innegabile». Considera i bolscevichi, al di là delle loro colpe, «protagonisti di storia e non semplicemente di imprese di polizia» (Ersilia Alessandrone Perona).
Nonostante questo suo atteggiamento positivo nei confronti del bolscevismo è fuori luogo ritenere Gobetti un marxista. Il suo obiettivo, infatti, è quello di
dare al liberalismo un contenuto democratico che in Italia fino a quel momento era stato debole, se non assente. Perciò guarda a Francesco Saverio Nitti e a Giovanni Amendola, dei quali pubblica i testi, anche se con loro si trova spesso in dissenso. Molto significativo è anche il suo ruolo nell’incoraggiare l’Unione goliardica per la libertà, sorta dopo il delitto Matteotti, che è una sorta di Cln studentesco in anticipo sui tempi, dove convivono tutte le componenti che daranno vita alla Costituzione antifascista: liberali come Enzo Storoni, cattolici come Ezio Vanoni, socialisti come Rodolfo Morandi, futuri comunisti come Giorgio Amendola e futuri azionisti come Ugo La Malfa (Paolo Soddu).
Può essere fuorviante il fatto che l’intellettuale torinese sembri apprezzare allo stesso modo capitalismo e bolscevismo. Nella realtà il suo atteggiamento
riflette il carattere duale di Torino, dove ci sono Gramsci e i consigli di fabbrica, ma anche il Lingotto fatto costruire da Giovanni Agnelli, che Gobetti elogia come moderno capitano d’industria. La sua lettura degli eventi è d’altronde un’opera in costruzione, che si conclude quando diventa irreversibile l’avvento del regime fascista. A Gobetti non rimane allora che l’esilio a Parigi, dove vorrebbe riprendere l’attività di editore, ma muore in solitudine il 16 febbraio 1926. Quanto all’Urss, va ricordato che all’epoca è ancora aperta la lotta per la successione a Lenin, che solo più tardi terminerà con l’affermazione di un pieno totalitarismo sotto Iosif Stalin (Paolo Soddu).
Quindi l’avvento del fascismo e la sua affermazione; è noto che il fascismo fu definito da Gobetti l’«autobiografia della nazione». Questa formula
ha avuto un successo indiscutibile. Però l’idea che l’ascesa di Mussolini fosse la rivelazione di antiche tare storiche italiane sembra ricadere più nell’ambito morale che storiografico (Ersilia Alessandrone Perona).
L’espressione, infatti,
si riferisce al malcostume morale del popolo italiano, ma comprende anche una critica rivolta al Risorgimento per i suoi esiti insoddisfacenti. Va rilevato peraltro che la formula gobettiana, molto affascinante, viene ripresa da Carlo Rosselli e altri antifascisti, ma solo fino all’avvento del nazionalsocialismo hitleriano. L’instaurazione in Germania di un regime assimilabile al fascismo, ma che nulla aveva a che fare con la specifica storia d’Italia, indusse a mettere da parte la definizione di «autobiografia della nazione» e a focalizzarsi sul carattere totalitario delle due dittature (Ersilia Alessandrone Perona).
D’altronde
la diagnosi del fascismo formulata da Gobetti s’inquadra nella sua critica di tutta la storia d’Italia: vale poco un Paese che, scrive lui, «crede alla collaborazione delle classi» e «rinuncia per pigrizia alla lotta politica». Così Mussolini diventa un corruttore prima che un tiranno, la prova vivente che gli italiani — sono parole di Gobetti — «hanno animo di schiavi». E il fascismo è la sintesi delle malattie nazionali: retorica, cortigianeria, trasformismo (Giuseppe Bedeschi).
Il fascismo, secondo Gobetti, poteva essere combattuto soltanto
promuovendo nuove élite rivoluzionarie, espresse essenzialmente dalla classe operaia. Perciò Gobetti era ostile alle correnti antifasciste democratiche, che a suo avviso volevano tornare all’Italia giolittiana, sperando magari di addomesticare Mussolini e farlo rientrare nei loro compromessi (Giuseppe Bedeschi).
Gobetti fu intransigente nei confronti del fascismo ma di un’intransigenza che non escludeva la convivenza tra forze politiche di opposto indirizzo:
Per il giovane torinese è indispensabile schierarsi nettamente contro il fascismo, senza illudersi di poter trattare con Mussolini. In questo consiste la sua intransigenza, che però non preclude affatto il confronto fra culture politiche diverse. La rivista gobettiana «La Rivoluzione Liberale» ospita le opinioni più varie, spesso avverse alle idee del direttore. Anche il catalogo dei libri da lui pubblicati dimostra un’estrema apertura mentale, in campo politico come in quello letterario. Gobetti vuole essere un editore di opposizione e di avanguardia, è attento a ogni novità: al teatro, ma anche alle correnti artistiche emergenti, come l’Espressionismo tedesco (Ersilia Alessandrona Perona).
Al dunque può Gobetti essere definito autenticamente liberale?
È interessante vedere che cosa pensavano di lui i suoi avversari, che lo avevano più volte percosso. Quando muore a Parigi, il giornale fascista che usciva in Francia, «La Nuova Italia», esprime un giudizio ripreso anche dal «Popolo d’Italia» mussoliniano. “Gobetti — scrive — porta con sé nella tomba le deleterie illusioni di chi crede ancora nella possibilità, per il liberalismo democratico, di fare opera utile al Paese”. Insomma, i fascisti vedevano in lui la volontà di aprire il pensiero liberale alla dimensione democratica. Certo Gobetti fu antigiolittiano, ma lo furono molti altri liberali, primo fra tutti Einaudi. Il connotato fondamentale dell’opera gobettiana consiste nel tentativo di modernizzare la politica in Italia e nello sforzo di capire, non sempre riuscendoci, il senso della novità totalitaria che si manifestava in quegli anni (Paolo Soddu).
Raccolta di testi
Le fonti delle citazioni di Gobetti vengono indicate con le seguenti sigle:
«EN» «Energie Nove»
«RL» «Rivoluzione Liberale»
«B» «Il Baretti»
«ON» «L’Ordine Nuovo»
RL La rivoluzione liberale. Saggio sulla lotta politica in Italia, Bologna, Cappelli, 1923
SP Scritti politici, a cura di P. Spriano, Torino, Einaudi, 1960
Fascismo Il fascismo è stato la reazione contro la rivoluzione […]. Il fascismo è stato il termometro della nostra crisi, la misura dell’impotenza del popolo a crearsi il suo Stato. Ma appunto perciò diventa ingenuo chiedere al fascismo un programma positivo di ricostruzione […].
In realtà nessun partito può sostituire lo Stato, a nessun movimento sociale può spettare la funzione di coordinamento delle volontà e del rafforzamento della coesione degli spiriti, perché queste sono funzioni che non hanno organo, e si realizzano per impulsi di lotta e di consenso in un processo tutto immanente [Esperienza liberale (V), «RL», 28 maggio 1922, SP, 354-355].
La polemica (il trafiletto, il pamphlet), invece dell’elaborazione di pensiero, la spedizione punitiva al posto della lotta politica. il duello come esaltazione ultima e perfetta dell’attività individuale: ecco le basi e i metodi «nuovi» dell’educazione politica instaurata dai fascisti. II nuovo sta tutto nell’ottusa disinvoltura con cui si professa l’anacronismo [Uomini e idee (V), «RL», 28 maggio 1922, SP, 358-361].
La piú tragica debolezza dell’Italia si avverte nella sua incapacità di creare e alimentare un partito reazionario [Note di politica interna (III), «RL», 30 luglio 1922, SP, 397-400].
Il fascismo non può giustificarsi con un atteggiamento arivoluzionario: la sola giustificazione può venirgli dalle sue attitudini realizzatrici, che non riusciamo a vedergli per ora [Note di politica interna (III). Risposta a M.A. Levi, «RL», 10 settembre 1922, SP, 406].
La «rivoluzione» fascista non è una rivoluzione, ma il colpo di Stato compiuto da un’oligarchia mediante l’umiliazione di ogni serietà e coscienza politica, con allegria studentesca [La tirannide, «RL», 23 novembre (ma presumibilmente 9) 1922, SP, 426-429].
Non è ancora possibile parlare in sede di cultura e di obiettività storica del fascismo, il quale ha risolto prima il problema di governo che il problema della sua identità. L’interpretazione comune (reazione ai miti antipatriottici e alle ebbrezze rivoluzionarie) ha un valore pratico ed è parso sin qui destinata a far fortuna, ma non presenta alcun significato in sede politica, dove gli interessi e la retorica dovrebbero trasformarsi in situazioni storiche. Anche l’interpretazione marxistica (reazione borghese) è insufficiente e spiega solo poche situazioni locali. Dall’interno il fascismo non ha saputo compiere sforzi notevoli per chiarirsi [La nostra cultura politica, «RL», 8 marzo 1923, SP, 456-476].
Mussolini ha superato tutti gli esempi di trasformismo, di insincerità, di compromessi, di ricatti. In un anno di governo ha spezzato tutte le resistenze, ha costretto tutti gli uomini a piegarsi, a rinunciare alla loro dignità. Ha ridotto alla schiavitú liberali, democratici, popolari. Passa sopra tutte le differenze. Costringe col metodo dei compensi operai e industriali a far coesistere allegramente i loro interessi antitetici. Spezza le distinzioni, le responsabilità precise, la fermezza dei caratteri e l’intransigenza onesta delle idee [Commemorazione, «RL», 30 ottobre 1923, SP, 532-535].
Il fascismo prevalse appunto confondendo le idee e le responsabilità, impedendo le distinzioni precise e la fedeltà degli uomini alla propria intransigenza, sfruttando cattolicismo e idealismo attuale, futurismo e tradizionalismo, sindacati e agrari, monarchia e tendenzialismo repubblicano per sacrificarli alle superiori arti dell’addo-mesticatore [Le elezioni, «RL», 12 febbraio 1924, SP, 585-590].
La tattica di un addomesticatore nel dopoguerra doveva essere duplice: la violenza contro le minoranze battagliere e contro i movimenti libertari dal basso, le lusinghe verso le classi medie e verso le masse quietiste. Il gioco non riuscí a Giolitti che non aveva inteso la necessità di questo equilibrio; e fu necessario trovare un nuovo Giolitti, adatto ai tempi di avventura, in Mussolini [Addomesticati e ribelli, «RL», 6 maggio 1924, SP, 659-664].
Il torto della concezione del Labriola è di prendere tanto sul serio il fascismo ed elevarlo a dignità di reazione capitalistica. Come sarà lecito classificare in una stessa serie la reazione capitalistica americana e il fascismo? Per noi qui comincia l’errore: e si finisce per non intendere che il fascismo è un fenomeno italiano, di immaturità storica ed economica, un riaffiorare di medioevo. In questo senso tra noi «il processo capitalistico» è ancora di là da venire [Momenti di processo capitalistico, «RL», 17 giugno 1924, SP, 706-707].
Il fascismo, portando alle sue ultime conseguenze un fenomeno di dittatura burocratica già prevalso con le corrotte sedicenti democrazie dell’anteguerra, ha preteso di risolvere la recente crisi dei disoccupati, degli spostati e dei plutocrati, organizzando un esercito di parassiti dello Stato. L’opposizione contro il fascismo perciò deve poter contare, specialmente nell’Italia settentrionale, sulla formazione di un’economia moderna forte di un’industria libera da ogni protezionismo e da ogni paternalismo di Stato e di una classe proletaria politicamente intransigente che nell’educazione della fabbrica impara il senso della vita sociale. I rapporti tra queste forze devono essere regolati dalla legge infallibile e ineluttabile della lotta di classe [Gruppi della «Rivoluzione Liberale», «RL», 8 luglio 1924, SP, 758-760].
La situazione da cui è nato il fascismo si liquiderà soltanto con la ripresa del movimento operaio. Questa è connessa con il miglioramento della nostra classe capitalistica, con le attitudini della nostra economia a vivere nel commercio mondiale non semplicemente da parassita […].
Per secondare la ripresa operaia contro il fascismo perciò non bisogna invocare profezie o proporre schemi di nuove società […] ma aiutare i partiti seri e moderni a liberarsi dai costumi giolittiani, a migliorare i loro quadri nella lotta senza quartiere e senza lusinghe, a preparare le condizioni in cui le moderne democrazie non saranno piú schiave di nessuna oligarchia. La guerra al fascismo è questione di maturità storica, politica, economica della nostra economia, delle nostre classi dirigenti, dei ceti operai e industriali [Come combattere il fascismo, «RL», 2 settembre 1924, SP, 763-765].
Antonio Gramsci Bisogna pensare a tutta la sua formazione spirituale negli anni di università a Torino per spiegarsi il suo odio contro la società. L’odio di Gramsci è uno degli esempi piú convincenti che io conosca di orgogliosa nobiltà e di dignità ferita. Il suo socialismo è prima di tutto una risposta contro le offese della società alla sua solitudine di sardo emigrato […].
Pare venuto dalla campagna per dimenticare le sue tradizioni, per sostituire l’eredità malata dell’anacronismo sardo con uno sforzo chiuso e inesorabille verso la modernità del cittadino. Porta mella persona fisica il segno di questa rinuncia alla vita dei campi, e la sovrapposizione quasi violenta di un programma costruito e ravvivato dalla forza della disperazione, dalla necessità spirituale di chi ha respinto e rinnegato l’innocenza nativa.
Antonio Gramsci ha la testa di un rivoluzionano; il suo ritratto sembra costruito dalla sua volontà, tagliato rudemente e fatalmente per una necessità, che dovette essere accettata senza discussione: il cervello ha soverchiato il corpo. Il capo dominante sulle membra malate sembra costruito secondo i rapporti logici di una grande utopia redentrice e serba dello sforzo una rude serietà impenetrabile; solo gli occhi mobili e ingenui, ma contenuti e nascosti dall’amarezza, interrompono talvolta con la bontà del pessimista il fermo rigore della sua razionalità. La voce è tagliente come la critica dissolvitrice, l’ironia s’avvelena nel sarcasmo, il dogma vissuto con la tirannia della logica toglie la consolazione dell’umorismo. C’è nella sua sincerità aperta il peso di un corruccio inaccessibile; dalla condanna della sua solitudine sdegnosa di confidenze, sorge l’accettazione dolorosa di responsabilità piú forti della vita, dure come il destino della storia; la sua rivolta è talora il risentimento e talora il rancore piú profondo dell’isolano che non si può aprire se non con l’azione, che non può liberarsi dalla schiavitú secolare se non portando nei comandi e nell’energia dell’apostolo qualcosa di tirannico. L’istinto e gli affetti si celano ugualmente nella riconosciuta necessità di un ritmo di vita austera nelle forme e nei nessi logici; dove non vi può essere unità serena ed armonica supplirà la costrizione, e le idee domineranno sentimenti ed espansioni.
L’amore per la chiarezza categorica e dogmatica, propria dell’ideologo e del sognatore, gli interdicono la simpatia e la comunicazione sicché sotto il fervore delle immagini e le esperienze dell’inchiesta diretta, sotto la preoccupazione etica del programma, sta un rigorismo arido e una tragedia cosmica che non consente un respiro di indulgenza […]. Piú che un tattico o un combattente Gramsci è un profeta. Come si può esserlo oggi: inascoltati se non dal fato. L’eloquenza di Gramsci non rovescerà nessun ministero. La sua polemica catastrofica, la sua satira disperata non attendono consolazioni facili. Tutta l’umanità, tutto il presente gli è in sospetto.
Chiede la giustizia a un feroce futuro vendicatore [Uomini e idee (X). Gramșci, «RL», 22 aprile 1924, SP, 644-647].
SIGNIFICATO DELL’ESPERIENZA FASCISTA
Con il piglio provocatorio che ha sempre contraddistinto i suoi interventi, Gobetti sembra quasi auspicare l’avvento di una tirannide in Italia ritenendolo l’unico modo per far capire agli italiani cosa significhi essere sottoposti ad un regime di quel tipo che gli italiani stessi mostrano quasi di desiderare (non è per niente fuori luogo sottolineare l’attualità del ragionamento gobettiano). Il fascismo non dovrà essere la continuazione del riformismo giolittiano; dovrà essere una dittatura in quanto solo così potrà emergere la vera intransigenza di chi ad esso si oppone (anche in questo, sia dal punto di vista di chi governa l’Italia oggi sia dal punto di vista di chi è governato, sussistono notevoli elementi di riflessione).
La nostra opposizione al fascismo non è un agitarsi inquieto di spiriti nevrastenici o femminilmente emozionati. Possiamo considerare le cose con serenità, possiamo maturare anche un problema di tattica. La nostra è un’antitesi di stile, che non sente neppure il bisogno di discutere il discorso di Mussolini. La questione riguarda qualcosa di più profondo che il colpo di Stato e la crisi ministeriale. Noi non combattiamo, specificamente, il ministero Mussolini, ma l’altra Italia. Sappiamo di dover lavorare a lunga scadenza. Se fossimo deputati ci dimetteremmo. Ci raccoglieremmo nel silenzio. Possiamo continuare a parlare solo perché ci rivolgiamo a un pubblico intelligente, tra amici, e non ci si può fraintendere o attribuire falsi scopi.
Sappiamo e ci auguriamo che Mussolini non cada troppo presto, che la sua esperienza percorra tutta la parabola. Non condividiamo, odiamo decisamente le opposizioni che si vengono timidamente accennando nel campo parlamentare. I socialisti combatteranno Mussolini per avere tra qualche mese Baldesi al ministero e poter gareggiare con le cooperative fasciste nella richiesta di sovvenzioni dello Stato e di concessioni di lavori pubblici. I democratici reagiranno in nome delle vecchie clientele, in nome dei vecchi metodi giolittiani; cercheranno di impedire con ogni sorta di transazione i chiarimenti e le responsabilità nette.
Saremo inesorabilmente contro queste sopravvivenze parassitarie, anche se dal nostro atteggiamento dovesse trarre vantaggio Mussolini. Vogliamo che l’esperimento si compia in tutta la sua logica di intransigenza. Che Mussolini non possa trovare un alibi, che non possa attribuire ad altri la responsabilità del suo insuccesso. Alla nostra opposizione silenziosa il governo non potrà rimproverare quelli che saranno effetti delle sue colpe.
Non abbiamo fiducia in Mussolini e nei suoi collaboratori. Abbiamo voluto affermarlo nettamente. Ognuno a suo posto. Avremmo preferito evitare all’Italia povera e immatura questo esperimento disastroso. Ma ora che non si può tornare indietro vogliamo trarne tutti i vantaggi possibili per l’esperienza del paese.
Se il popolo è ineducato e non ha il senso della libertà anche Mussolini può essere utile, non col risanare il bilancio (compito a cui altri uomini si richiedono), ma coll’insegnare concretamente, a chi lo sapeva solo dai libri, che cosa sia la tirannide. La reazione blanda di questi giorni rincrudirà; la dittatura sarà la dittatura; chiediamo le elezioni coi mazzieri, non solo in Puglia, ma a Torino e a Milano. Non vogliamo che l’esperimento Mussolini sia la continuazione del riformismo giolittiano. Il paese ha bisogno di una prova. Se sarà degno della libertà la conquisterà anche attraverso cinque anni di dittatura. Il fascismo non deve assumere nessuna maschera democratica; non deve riuscire soltanto a raddoppiare le clientele e segnare il momento di palingenesi della piccola borghesia.
La nostra opposizione è così intransigente che ci rifiutiamo di esaminare i programmi e di collaborare colla critica. Combattere Mussolini per sostituirgli tra sei mesi Nitti, Cocco-Ortu, Orlando o Giolitti, no e poi no. Le nostre sono antitesi integrali: restiamo storici, al di sopra della cronaca, anche senza essere profeti, in quanto lavoriamo per il futuro, per un’altra rivoluzione.
[Questioni di tattica, «RL», 23 dicembre 1922, SP, 429-430]
Antonio Gramsci
Note sul problema meridionale e sull’atteggiamento nei suoi confronti dei comunisti, dei socialisti e dei democratici1
Viene proposta la lettura della parte finale del saggio di Gramsci, redatto nell’ottobre del 1926, noto come Alcuni temi della quistione meridionale, che è il titolo redazionale col quale è generalmente conosciuto, pubblicato per la prima volta su Lo Stato operaio nel gennaio 1930. Dalle parole di Gramsci emerge quanto sia stato importante il lavoro gobettiano come creatore di un movimento politico e culturale in cui le forze sociali degli operai e dei contadini divenissero “portatrici dell’avvenire”.
Abbiamo detto che l’Italia meridionale è una grande disgregazione sociale. Questa formula oltre che ai contadini si può riferire anche agli intellettuali. È notevole il fatto che nel Mezzogiorno, accanto alla grandissima proprietà, siano esistite ed esistano grandi accumulazioni culturali e di intelligenza in singoli individui o in ristretti gruppi di grandi intellettuali, mentre non esiste una organizzazione della cultura media. Esiste nel Mezzogiorno la casa editrice Laterza e la rivista la Critica, esistono accademie e imprese culturali di grandissima erudizione; non esistono piccole e medie riviste, non esistono case editrici intorno a cui si raggruppino formazioni medie di intellettuali meridionali. I meridionali che hanno cercato di uscire dal blocco agrario e di impostare la questione meridionale in forma radicale hanno trovato ospitalità e si sono raggruppati intorno a riviste stampate fuori del Mezzogiorno. Si può dire anzi che tutte le iniziative culturali dovute agli intellettuali medi che hanno avuto luogo nel XX secolo nell’Italia centrale e settentrionale furono caratterizzate dal meridionalismo, perché fortemente influenzate da intellettuali meridionali: tutte le riviste del gruppo di intellettuali fiorentini, Voce, Unità; le riviste dei democratici cristiani, come l’Azione di Cesena; le riviste dei giovani liberali emiliani e milanesi di G. Borelli, come la Patria di Bologna o l’Azione di Milano; infine la Rivoluzione liberale di Gobetti. Orbene: supremi moderatori politici e intellettuali di tutte queste iniziative sono stati Giustino Fortunato e Benedetto Croce. In una cerchia più ampia di quella molto soffocante del blocco agrario, essi hanno ottenuto che l’impostazione dei problemi meridionali non soverchiasse certi limiti, non diventasse rivoluzionaria. Uomini di grandissima cultura e intelligenza, sorti sul terreno tradizionale del Mezzogiorno ma legati alla cultura europea e quindi mondiale, essi avevano tutte le doti per dare una soddisfazione ai bisogni intellettuali dei più onesti rappresentanti della gioventù colta del Mezzogiorno, per consolarne le irrequiete velleità di rivolta contro le condizioni esistenti, per indirizzarli secondo una linea media di serenità classica del pensiero e dell’azione. I cosiddetti neoprotestanti o calvinisti non hanno capito che in Italia, non potendoci essere una riforma religiosa di massa, per le condizioni moderne della civiltà, si è verificata la sola riforma storicamente possibile con la filosofia di Benedetto Croce: è stato mutato l’indirizzo e il metodo del pensiero, è stata costruita una nuova concezione del mondo che ha superato il cattolicismo e ogni altra religione mitologica. In questo senso Benedetto Croce ha compiuto una altissima funzione “nazionale”, ha distaccato gli intellettuali radicali del Mezzogiorno dalle masse contadine, facendoli partecipare alla cultura nazionale ed europea, e attraverso questa cultura li ha fatti assorbire dalla borghesia nazionale e quindi dal blocco agrario.
L’Ordine Nuovo e i comunisti torinesi, se in un certo senso possono essere collegati alle formazioni intellettuali cui abbiamo accennato e se pertanto hanno anch’essi subito l’influenza intellettuale di Giustino Fortunato e di Benedetto Croce, rappresentano però nello stesso tempo una rottura completa con quella tradizione e l’inizio di un nuovo svolgimento, che ha già dato dei frutti e che ancora ne darà. Essi, come è stato già detto, hanno posto il proletariato urbano come protagonista moderno della storia italiana e quindi della questione meridionale. Avendo servito da intermediari tra il proletariato e determinati strati di intellettuali di sinistra, sono riusciti a modificare, se non completamente, certo notevolmente l’indirizzo mentale di essi. È questo l’elemento principale della figura di Piero Gobetti, se ben si riflette. Il quale non era un comunista e probabilmente non lo sarebbe mai diventato, ma aveva capito la posizione sociale e storica del proletariato e non riusciva più a pensare astraendo da questo elemento. Gobetti, nel lavoro comune del giornale, era stato da noi posto a contatto con un mondo vivente che aveva prima conosciuto solo attraverso le formule dei libri. La sua caratteristica più rilevante era la lealtà intellettuale e l’assenza completa di ogni vanità e piccineria di ordine inferiore: perciò non poteva non convincersi come tutta una serie di modi di vedere e di pensare tradizionali verso il proletariato erano falsi e ingiusti. Quale conseguenza ebbero in Gobetti questi contatti col mondo proletario? Essi furono l’origine e l’impulso per una concezione che non vogliamo discutere e approfondire, una concezione che in gran parte si riattacca al sindacalismo e al modo di pensare dei sindacalisti intellettuali; i principi del liberalismo vengono in essa proiettati dall’ordine dei fenomeni individuali a quello dei fenomeni di massa. Le qualità di eccellenza e di prestigio nella vita degli individui vengono trasportate nelle classi, concepite quasi come individualità collettive. Questa concezione di solito porta negli intellettuali che la condividono alla pura contemplazione e registrazione dei meriti e dei demeriti, a una posizione odiosa e melensa di arbitri tra le contese, di assegnatori dei premi e delle punizioni. Praticamente il Gobetti sfuggì a questo destino. Egli si rivelò un organizzatore della cultura di straordinario valore ed ebbe in questo ultimo periodo una funzione che non deve essere né trascurata né sottovalutata dagli operai. Egli scavò una trincea oltre la quale non arretrarono quei gruppi di intellettuali più onesti e sinceri che nel 1919-20-21 sentirono che il proletariato come classe dirigente sarebbe stato superiore alla borghesia. Alcuni in buona fede e onestamente, altri in cattivissima fede e disonestamente andarono ripetendo che il Gobetti era nient’altro che un comunista camuffato, un agente se non del Partito comunista, per lo meno del gruppo comunista dell’Ordine Nuovo. Non occorre neanche smentire tali insulse dicerie. La figura di Gobetti e il movimento da lui rappresentato furono spontanee produzioni del nuovo clima storico italiano: in ciò è il loro significato e la loro importanza. Ci è stato qualche volta rimproverato da compagni di partito di non aver combattuto contro la corrente di idee di Rivoluzione liberale: questa assenza di lotta anzi sembrò la prova del collegamento organico, di carattere machiavellico (come si suol dire) tra noi e il Gobetti. Non potevamo combattere contro Gobetti perché egli svolgeva e rappresentava un movimento che non deve essere combattuto, almeno in linea di principio. Non comprendere ciò significa non comprendere la questione degli intellettuali e la funzione che essi svolgono nella lotta delle classi. Gobetti praticamente ci serviva di collegamento: 1. con gli intellettuali nati sul terreno della tecnica capitalistica che avevano assunto una posizione di sinistra, favorevole alla dittatura del proletariato nel 1919-20; 2. con una serie di intellettuali meridionali che, per collegamenti più complessi, ponevano la questione meridionale su un terreno diverso da quello tradizionale, introducendovi il proletariato del Nord: di questi intellettuali Guido Dorso è la figura più completa e interessante. Perché avremmo dovuto lottare contro il movimento di Rivoluzione liberale? forse perché esso non era costituito di comunisti puri che avessero accettato dall’A alla Z il nostro programma e la nostra dottrina? Questo non poteva essere domandato perché sarebbe stato politicamente e storicamente un paradosso. Gli intellettuali si sviluppano lentamente, molto più lentamente di qualsiasi altro gruppo sociale, per la stessa loro natura e funzione storica. Essi rappresentano tutta la tradizione culturale di un popolo, vogliono riassumerne e sintetizzarne tutta la storia: ciò sia detto specialmente del vecchio tipo di intellettuale, dell’intellettuale nato sul terreno contadino. Pensare possibile che esso possa, come massa, rompere con tutto il passato per porsi completamente sul terreno di una nuova ideologia, è assurdo. È assurdo per gli intellettuali come massa, e forse assurdo anche per moltissimi intellettuali presi individualmente, nonostante tutti gli onesti sforzi che essi fanno e vogliono fare. Ora a noi interessano gli intellettuali come massa, e non solo come individui. È certo importante e utile per il proletariato che uno o più intellettuali, individualmente, aderiscano al suo programma e alla sua dottrina, si confondano nel proletariato, ne diventino e se ne sentano parte integrante. Il proletariato, come classe, è povero di elementi organizzativi, non ha e non può formarsi un proprio strato di intellettuali che molto lentamente, molto faticosamente e solo dopo la conquista del potere statale. Ma è anche importante e utile che nella massa degli intellettuali si determini una frattura di carattere organico, storicamente caratterizzata; che si formi, come formazione di massa, una tendenza di sinistra, nel significato moderno della parola, cioè orientata verso il proletariato rivoluzionario. L’alleanza tra proletariato e masse contadine esige questa formazione; tanto più la esige l’alleanza tra il proletariato e le masse contadine del Mezzogiorno. Il proletariato distruggerà il blocco agrario meridionale nella misura in cui riuscirà, attraverso il suo partito, ad organizzare in formazioni autonome e indipendenti, sempre più notevoli masse di contadini poveri; ma riuscirà in misura più o meno larga in tale suo compito obbligatorio anche subordinatamente alla sua capacità di disgregare il blocco intellettuale che è l’armatura flessibile ma resistentissima del blocco agrario. Per la soluzione di questo compito il proletariato è stato aiutato da Piero Gobetti e noi pensiamo che gli amici del morto continueranno, anche senza la sua guida, l’opera intrapresa che è gigantesca e difficile, ma appunto degna di tutti i sacrifici (anche della vita, come è stato nel caso del Gobetti) da parte di quegli intellettuali (e sono molti, più di quanto si creda) settentrionali e meridionali che hanno compreso essere essenzialmente nazionali e portatrici dell’avvenire due sole forze sociali: il proletariato e i contadini.
Nota della Redazione
Si segnalano alcuni libri usciti recentemente in occasione del centenario della morte di Gobetti:
P. Di Paolo, Un mondo nuovo tutti i giorni. Piero Gobetti, una vita al presente, Solferino, Milano, 2025
P. Gobetti, Pensare futuro. Come ricominciare senza ripetersi, a cura di D. Bidussa, Feltrinelli, Milano, 2026
P. Gobetti, La democrazia da fare, a cura di P. Polito, Einaudi, Torino, 2026
1 Il passo del saggio gramsciano si trova in A. Gramsci, Antologia, a cura di Antonio A. Santucci, Prefazione di G. Liguori, Editori Riuniti university press, Roma, 2012, pp. 230-234.