Il sangue degli sfruttati non ha colore né nazionalità, ieri come oggi. Settant’anni dopo la tragedia del Bois de Cazier a Marcinelle, dove l’8 agosto 1956 morirono 262 minatori (tra cui 136 italiani stipati come merce in cambio di tonnellate di carbone) il meccanismo infernale del profitto capitalistico continua a mietere vittime innocenti. Se allora la Repubblica “fondata sul lavoro” barattava le vite di migliaia di emigrati inviandoli nelle baracche e nell’inferno del sottosuolo belga, oggi quello stesso capitalismo vorace consuma e calpesta i diritti dei lavoratori migranti provenienti dal sud del mondo.
Ieri erano gli abruzzesi di Manoppello a morire soffocati nelle viscere della terra; oggi sono i braccianti che schiantano sotto il sole cocente nei nostri campi di pomodori e fragole, da Satnam Singh brutalmente abbandonato a morte nell’Agro Pontino, a Soumaila Sacko ucciso in Calabria, fino alle decine di invisibili vittime del caporalato nei ghetti di Foggia e Rosarno. La logica della caccia al profitto resta immutata: ridurre gli esseri umani a merce braccia da spremere al minor costo possibile.
A ricostruire questa drammatica continuità di lotta e memoria è il compagno Lelio La Porta (abruzzese come tanti di quei minatori caduti a Marcinelle) che ci offre un’analisi lucida e militante su una ferita mai rimarginata della nostra classe lavoratrice. (Parliamo di Socialismo)

Il 15 marzo del 1946 il governo italiano aveva firmato un accordo con Bruxelles nel quale si definivano le condizioni “relative all’invio di manodopera italiana in Belgio e alle forniture di carbone”. Queste condizioni prevedevano che: “Per ogni scaglione di mille operai italiani che lavoreranno nelle miniere, il Belgio esporterà verso l’Italia: tonn. 2.500 mensili di carbone, se la produzione mensile sarà inferiore a tonn. 1.750.000; tonn. 3.500 mensili, se la produzione sarà compresa tra 1.700.000 e 2.000.000 tonn.; 5.000 mensili, se la produzione sarà superiore a 2.000.000 tonn.”1. Insomma. Esseri umani scambiati con carbone, uomini trattati come merci e scambiati con merci. Arrivarono in Belgio i lavoratori italiani, cominciarono a lavorare ma con quali garanzie di sicurezza sul lavoro? In poco più di 15 anni nelle miniere belghe perderanno la vita 867 italiani.

Quest’anno ricorre il settantesimo anniversario della tragedia dei pozzi del Bois de Cazier, a Marcinelle, dove, l’8 agosto 1956, persero la vita 262 dei 274 lavoratori che si erano calati nel sottosuolo; 136 morti erano italiani. Di Stefano sottolinea come, nell’attesa di notizie sui loro cari, le donne e i loro figli si erano ammassati al cancello della miniera. Videro passare, quasi condividendo il dolore della loro attesa che, col passare del tempo, si trasformava nel dolore della perdita, il direttore dei lavori, re Baldovino, vescovi, arcivescovi, ambasciatori ma non vedranno, né quel giorno, né nei giorni seguenti, il Presidente del Consiglio Antonio Segni e il Capo dello Stato Giovanni Gronchi; non li vedranno “semplicemente perché le massime autorità italiane hanno deciso di rimanere a Roma” (p. 14). A proposito dei politici italiani e del loro interesse per quanto avvenuto nella miniera, un emigrato siciliano dice: “E quelli farabutti dei ministri del governamento italiano, primo di tutti De Gasperi, che ci mandavano nel Belgio con le belle promesse di una vita facile e comoda…, assegni familiari di qua e di là, premi di natalità, salari di buon rispetto, ferie pagate, biglietti gratis della ferrovia, alloggi garantiti? Sapete che cos’erano gli alloggi garantiti? Le baracche di legno dei disperati di guerra, e bon. Solo dopo la catastròfa ci hanno messo nelle case. Ci voleva 262 morti per avere le case da gente normale e non le baracche da sfollati miserabili” (p. 126). Ecco, a seguire, in due citazioni, la descrizione degli alloggi: “Le barrache erano campi di concentrazione, al quartiere numero 12 c’erano li campi di concentrazione, le piccole barrache. E a parte le barrache, li belgi, visto che ci stava la maniera, hanno incominciato a sfruttare la situazione, aggiustaveno li grenai e le cave di casa e ci sistemavano gl’italiani in affitto. Erano gabbie per li conigli arrangiate per gl’esseri umani. Dove prima abitava una sola famiglia belga, ci andavano a stare sedici-diciassette italiani” (p. 78). “Le baracche erra una stanza dove si cucinava, si mangiava e si dormiva tutti. Avevano stufe di carbone dove sopra si stendevano panni ad asciugare, il gabinetto stava fuori e anche la fontana, un lavello o una specie di bacinella. D’inverno si moriva dal freddo e d’estate il caldo ci soffocava” (pp. 99-100).

C’è il racconto di Silvio, che morirà lontano dall’Italia nel 2005, che rivendicando con forza le sue origini abruzzesi nel ricordo della sua partecipazione alla Brigata Maiella durante la Resistenza, racconta di essere stato inviato, qualche giorno dopo la tragedia del pozzo di Marcinelle, a recuperare alcuni cadaveri e di aver ricevuto una medaglia per questo: “Quest’anno [1956] m’hanno dato una medaglia a Charleroi e m’ha dato una medaglia pure il Consolato d’Italia. E io dico che se le sbattano nel culo tutte quelle medaglie là, io non ce n’ho bisogno, le manderò tutte dal ferrovecchio con il mio nome scritto sopra…” (p. 150).

Silvio era abruzzese e, di quei lavoratori italiani morti l’8 agosto, moltissimi erano abruzzesi della zona di Manoppello, in provincia di Pescara. Uno di questi abruzzesi, nello strazio estremo di voler conoscere cosa ci fosse nella bara nella quale avrebbe dovuto esserci il corpo del padre (forse carbone, vista la leggerezza del carico?; voce non concorde è quella di Umberto Del Guasta che sostiene che la madre, Ivonne Truffi, avesse riconosciuto il corpo del marito, Enrico, da una cicatrice che si era procurato combattendo la Resistenza come comandante nelle Marche della Brigata Garibaldi con il nome di Franz, lui che poi fu fondatore del Pci di Fossombrone, p. 300), ricorda il genitore con parole commosse e, al tempo stesso, di una forza quasi inconcepibile per chi vive una sofferenza così profonda: “Mio padre era buono di cuore, come tutti i padri abruzzesi, siamo fatti così, un po’ alla buona, forse un po’ rozzi ma ottimi di cuore” (p. 205).

Le voci delle donne, delle donne di Manoppello2 che denunciano l’atteggiamento quasi indifferente del mondo della politica nei confronti della tragedia in sé e delle conseguenze di quell’evento per le famiglie degli scomparsi, quindi anche per gli orfani: “L’Italia ci ha abbandonato senza mai chiedersi che cosa è successo a quelle povere donne e agli orfani come noi…Chi mai è venuto a Manoppello, almeno a vedere che fine hanno fatto tutti questi poveretti?…Mai riconosciuta come orfana, piuttosto bisognava andare a fare la processione e baciare i piedi e le mani di qualche politico locale. Questa era la vera categoria protetta, la politica” (pp. 239-241).

Ma la politica, quella che ancora riteneva il Parlamento il luogo di manifestazione della democrazia come partecipazione, allineava fra le sue fila uomini e donne capaci di trasformare il grido di dolore che si alzava da Marcinelle in atto di accusa contro l’indifferenza e contro un governo incapace anche soltanto di inviare qualcuno lì dove la tragedia si era consumata. Chi più di tutti, come si evince dall’estratto del suo intervento riportato a seguire, lanciò il grido di dolore fu un deputato comunista di Avezzano, quindi abruzzese come la maggior parte dei morti di Marcinelle. Si chiamava Bruno Corbi, costituente e partecipante alla Commissione dei 75. Il suo “j’accuse” chiama sul banco degli accusati non soltanto le maestranze della miniera e i rapporti fra i governi, ma soprattutto un sistema di produzione, quello capitalistico, nel quale vigeva, e vige ancora oggi, quel principio maledetto che faceva inorridire Enrico Berlinguer, e quante e quanti ancora oggi confidano nelle sorti “magnifiche e progressive dell’umanità”: lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e sulla donna!

Tre interventi parlamentari

(1 ottobre 1956)

Ciò che turba profondamente tutti noi, ciò che turba profondamente il Paese è questa domanda: coloro i quali hanno la responsabilità della vita di chi si sobbarca i più gravi rischi nell’interesse della collettività, hanno fatto tutto il loro dovere?

È questa terribile domanda che ci angoscia. Posso assicurare che le misure che il Governo ha prese debbono valere per evitare che nuovi lutti colpiscano la classe lavoratrice italiana.

Posso assicurare che il Governo ha preso delle misure per alleviare le sofferenze delle famiglie o per garantire l’avvenire dei figli delle vittime.

(GIUSEPPE SARAGAT

Vicepresidente del Consiglio)

Tutta la Nazione trepidò in quei giorni; e, pur nella consapevolezza della quasi certa sciagura, i nostri animi restarono sospesi sul fondo dell’abisso, sul quale si piegavano in angosciosa ansia i familiari delle vittime, che, invece di veder tornare i minatori dal duro lavoro alla breve riposante quiete di pur modeste baracche, furono chiamati dal lacerante urlo delle sirene al tragico convegno presso i pozzi, fuori dei cancelli che in quelle ore dovettero loro apparire come una terribile barriera tra la vita e la morte.

Abbiamo affermato nella Costituzione che la Repubblica è fondata sul lavoro. Orbene, se anche i grandi dolori, per un popolo di virile tempra, debbono valere a rendere migliori, questa tragedia ci rinnovi, con il duro significato che la morte addita, l’impegno ad operare sempre più e sempre meglio al servizio delle classi lavoratrici.

(GIOVANNI LEONE

Presidente della Camera dei Deputati)

(4 ottobre 1956)

Non so se i funzionari del sottosegretario onorevole Natali addetti alla documentazione dell’attività ministeriale debbano essere considerati più cinici o più ignoranti: forse l’una e l’altra cosa insieme. Leggo infatti a pagina 33 di questa recente pubblicazione – che è posteriore alla sciagura di Marcinelle, perché è del settembre 1956 – [si tratta di Documenti di vita italiana, una pubblicazione edita dalla Presidenza del Consiglio] che uno dei vanti dell’attività governativa sta nel continuo incremento dell’emigrazione, giudicato altamente positivo, perché vi si registra un aumento di 29.091 unità rispetto al 1954 e di 51.389 unità rispetto al 1953, e soprattutto perché questo significa un aumento delle rimesse in dollari, tanto che nel 1955 noi potevamo giovarci di una entrata per questa via di ben 124 milioni 692 mila dollari, cioè 10 milioni 610 mila in più dell’anno precedente.

Dopo i fatti di Marcinelle credo sarebbe stato opportuno domandarsi quanto sangue, sacrifici, dolori costino questi dollari che rientrano in Italia. E non si pensi che la questione sia stata considerata in senso generale, ignorando la situazione delle miniere belghe, perché nella pubblicazione su accennata si fa preciso riferimento proprio alle miniere del Belgio, tanto che vi troviamo scritto che «una delle maggiori e più considerevoli fonti di queste rimesse è costituita appunto dalla ripresa dell’emigrazione dei minatori in Belgio». Vorrei per carità di patria che Ella, onorevole ministro del Lavoro Vigorelli, suggerisse ai compilatori di questi libercoli maggiore senso di responsabilità ed anche, direi, di buon gusto (..).

Gli incidenti mortali nelle miniere del Belgio, abbiamo detto, sono di tale frequenza che solo nel 1956 lamentiamo ben 166 italiani morti in quelle miniere, ivi compresi i 136 di Marcinelle. Proprio da Marcinelle giunge la notizia, recentissima, del 22 settembre scorso, che è scoppiato in quei pozzi un nuovo incendio, ma che fortunatamente questa volta coloro i quali erano addetti ai lavori di riattivazione della miniera sono riusciti a trarsi in salvo per tempo. Ma giunge anche notizia che un altro italiano due o tre giorni fa è morto in un’altra miniera. Le miniere del Belgio vantano dunque, ormai è cosa risaputa, il triste primato dei morti. Dal 1950 sono stati ufficialmente riconosciuti morti sul lavoro 265 operai. È necessario, onorevoli colleghi, che io precisi che cosa significhi «ufficialmente riconosciuti». In Belgio infatti vige uno strano criterio per stabilire quando si è morti per causa di lavoro. È estremamente difficile – per ragioni del tutto comprensibili, che mi dispenserete dallo spiegarvi – che le autorità belghe ammettano che un lavoratore o minatore sia morto per causa di lavoro. Infatti, perché un minatore sia riconosciuto morto sul lavoro deve essere estratto cadavere. Infatti, se un incidente accade, per quanto grave esso sia, qualora ad esso sopravvenga la morte dopo 2-3 giorni, vi saranno sempre medici compiacenti che dichiareranno che l’incidente subìto non è stato la causa determinante della morte, ma tutt’al più una concausa che ha accelerato un malanno che fatalmente avrebbe portato alla stessa letale conclusione (…). Se aggiungiamo che non è riconosciuta nel Belgio (ed è il solo paese che non la riconosca) l’antrosilicosi come malattia professionale, ed è quella che miete più vittime, vedremo il numero delle vittime elevarsi a cifre paurose (….).

Quali sono, dunque, le cause di queste sciagure? È stato detto e giova ricordarlo: insufficienza delle misure di sicurezza e sistema salariale. Come Ella sa, onorevole Vigorelli, queste sono le due facce della stessa medaglia. Accade infatti che per estrarre nove metri cubi (poco più o poco meno) di carbone, si guadagna sui 320 franchi belgi. E la vita costa cara nel Belgio: se si escludono il cioccolato, il tabacco, lo zucchero, tutto il resto costa assai più che in Italia e 320 franchi belgi bastano appena per vivere (…).

(ONOREVOLE BRUNO CORBI)

I tre interventi parlamentari si trovano alle pp. 244-247 del libro di Di Stefano che li chiosa nel modo seguente: “Nello spazio ideale che separa le parole dell’onorevole Giovanni Leone dalle parole dell’onorevole Bruno Corbi c’è tutta l’Italia che conosciamo”.

1 Tutte le informazioni contenute nell’articolo sono tratte da P. Di Stefano, La catastròfa. Marcinelle 8 agosto 1956, Sellerio, Palermo, 2026 nuova edizione accresciuta [2011]. Le pagine indicate al termine delle citazioni sono sempre del libro di Di Stefano.

2 Nella cattedrale di Pescara il 27 novembre 1956 si erano svolti i funerali dei morti di Manoppello a Marcinelle e, nell’omelia, il vescovo mons. Antonio Iannucci così si era espresso: “Voi siete degni di ogni ammirazione, la vostra presenza immobile è monito per tutti i lavoratori, per il mondo del lavoro per il quale si vive, ci si sacrifica e si muore. Ed è monito per quanti hanno il comando del lavoro. Il vostro sacrificio non è stato inutile ed esso attirerà sulla Patria nostra la benedizione di Dio” (p. 244).

Crediti immagine: generata con Gemini AI per l’articolo

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