Riteniamo che l’articolo che segue di Giandomenico Scarpelli, pubblicato su Apocalottimismo del 6 dicembre 2021, costituisca materiale di interesse in relazione al percorso formativo avviato sull’ecosocialismo. Un corposo articolo – o piuttosto una ricerca – che offre spunti molto interessanti

Giandomenico Scarpelli è un dirigente di Banca d’Italia che si è occupato principalmente del collocamento dei titoli di Stato, delle operazioni di politica monetaria e di sistema dei pagamenti.

Potete consultare la bibliografia in calce alla seconda parte dell’articolo su Apocalottimismo del 12 dicembre 2021


Riflessioni sulla funzione di produzione e le risorse naturali in margina all’esame di economia di mia figlia.

«Un’assurdità, tuttavia, non cessa di essere un’assurdità quando si sono svelate le apparenze ingannevoli che la rendevano plausibile».
John Stuart Mill, Principi di economia politica (1848)

Premessa

Qualche tempo fa mia figlia mi ha chiesto di aiutarla a preparare l’esame universitario di economia politica. Ho accettato di buon grado sia per rendermi utile sia per rinfrescare qualche concetto offuscatosi nella mia mente a causa del tempo trascorso dai miei studi di teoria economica. In questa occasione ho “ripassato” la funzione di produzione e ho così rammentato le critiche che alcuni economisti eterodossi hanno rivolto a questo strumento analitico per la mancata o errata considerazione delle risorse naturali. In questo articolo cercherò di sintetizzare queste critiche e svolgerò alcune riflessioni personali sul tema.

La funzione di produzione tradizionale: sembra proprio che manchi qualcosa.

Com’è noto la funzione di produzione nella sua formulazione corrente indica la quantità di prodotto che un’azienda può fabbricare utilizzando diverse quantità dei fattori di produzione, lavoro e capitale. Se pensiamo ad esempio ad una fucina, questo strumento analitico rappresenta il fatto intuitivo che più sono i fabbri che vi lavorano (il fattore lavoro) e più sono le incudini, i magli e gli altri attrezzi a loro disposizione (il fattore capitale), più oggetti di ferro e di altri metalli saranno prodotti (almeno fino ad un certo punto, oltre il quale i rendimenti dei fattori diventeranno decrescenti).
La funzione viene espressa anche in termini aggregati con la nota formulazione Y = f (L, K), dove Y è il prodotto nazionale ed L e K rispettivamente i lavoratori ed il capitale impiegati per ottenerlo (1).
Da tempo la funzione di produzione aggregata – nella formulazione di cui sopra o in formulazioni più complesse – è immancabile nei manuali di macroeconomia e frequentemente utilizzata nella letteratura specialistica, soprattutto quella riguardante la distribuzione del reddito e la crescita economica. Eppure alla funzione di produzione aggregata sono state rivolte non poche critiche, alcune delle quali oggetto di lunghe diatribe tra gli economisti. Vi è però una critica che è quasi del tutto ignota, tanto che in un trattato di qualche anno fa di ben 400 pagine tutte dedicate alla funzione di produzione non se ne fa menzione (Felipe, McCombie, 2013). Per spiegarla in termini semplici torniamo in ambito “micro”, alla nostra fucina: oltre ai fabbri ed ai loro attrezzi la produzione di oggetti in ferro richiede pezzi di metallo grezzo che, per diventare malleabili, devono essere resi incandescenti bruciando carbone (o altro combustibile) nella forgia.
In altri termini la produzione necessita non solo del fattore lavoro e del fattore capitale, ma anche di materie prime ed energia, e ciò vale per l’officina dei fabbri come per qualsiasi altra azienda, ed evidentemente vale anche a livello “macro”. Ma nella formulazione della funzione di produzione sopra riportata − il più comune modello del processo produttivo elaborato dalla teoria economica standard − materie prime ed energia, cioè le risorse naturali, non compaiono (Daly, Farley, 2011, p. 148ss.). Com’è possibile?  Sono forse incluse nel capitale?
Vediamo come stanno le cose.

Le risorse naturali e la funzione di produzione: breve storia di una sparizione.

Prima che la funzione di produzione entrasse nella cassetta degli attrezzi dell’economista, l’importanza fondamentale delle risorse naturali per produrre beni materiali era pacificamente riconosciuta.
David Ricardo scrisse che «Non si può menzionare una sola manifattura in cui la natura non dia il proprio aiuto all’uomo» (Ricardo, 1821, p. 46n. ed. it.). Nassau Senior sottolineò che «i primari strumenti di produzione sono il Lavoro […] e quegli Agenti di cui la natura, senza aiuto dell’uomo, ci fornisce il soccorso» (Senior, 1836, p. 550 ed. it.). Pochi anni dopo John Stuart Mill confermò che «il lavoro e le materie prime del globo terrestre sono gli elementi primari e indispensabili» alla produzione ed aggiunse opportunamente che «la natura però, in realtà, non fornisce soltanto i materiali, fornisce anche l’energia» (Mill, 1848, pp. 208 e 114 ed it.). Marx scrisse che «i corpi delle merci sono combinazioni di due elementi: materia fornita dalla natura e lavoro» (Marx, 1867, p. 116 ed. it) ed anche che «La natura è la fonte dei valori d’uso (e in questi consiste la ricchezza effettiva!)» (Marx, 1875, p. 3 ed. it).
Dunque gli economisti classici e Marx ritenevano che le risorse naturali fossero indispensabili per l’attività economica e che fossero un fattore primario della produzione, insieme al lavoro.
Questa tesi venne accettata anche da Alfred Marshall, il quale riteneva che «In un certo senso, ci sono soltanto due fattori di produzione: la natura e l’uomo» (Marshall, 1920, p. 238 ed. it.). Anche Keynes riconobbe il ruolo delle risorse naturali in un passo della Teoria generale (2).
Le risorse naturali come fattore di produzione erano in genere indicate, per metonimia, col termine “terra” (3); sicché, quando la funzione di produzione aggregata iniziò a comparire negli articoli specialistici e nei manuali universitari oltre al lavoro ed al capitale tra i fattori di produzione venne inserita la “terra”. Ma alcuni economisti neoclassici iniziarono già all’inizio del Novecento a sostenere che il fattore “terra” poteva essere assimilato al capitale (così Wicksteed) o trascurato (così John B. Clark), per cui la funzione di produzione aggregata venne scritta sempre più spesso a due fattori, lavoro e capitale (cfr. Daly, Cobb, 1989, cap. 5; Metzemakers, Louw, 2005; Czech, 2013, p. 87; Ryan-Collins, 2017).
Così “semplificata”, essa divenne dalla metà degli anni ’50 del secolo scorso uno strumento fondamentale della teoria economica e soprattutto dei modelli di crescita (cfr. Solow, 1956). Ma in tal modo la “terra” venne di fatto considerata irrilevante, “confusa” tra i beni capitali e man mano dimenticata dagli economisti teorici; con essa vennero dimenticate le materie prime naturali ed il loro ruolo nella produzione. Il fattore capitale, che – come abbiamo visto – i classici e Marshall non consideravano un fattore di produzione “primario”, iniziò a dominare la scena.
Cosa spinse Wicksteed, Clark ed altri a relegare la “terra” (rectius, le risorse naturali) nell’oblio? Per quanto ne so, vi sono tre possibili spiegazioni, non alternative fra loro.
La prima, di carattere politico-fiscale, è molto interessante, ma per motivi di spazio per una sua trattazione mi limito a rinviare a Czech (2013, cap. 3) e a Ryan-Collins (2017).
Una seconda spiegazione è connessa alla “comodità”: la funzione di produzione aggregata a due fattori ben si prestava ad essere utilizzata nei modelli della sintesi neoclassica (questa spiegazione è solo apparentemente banale: al contrario, denota come nella teoria economica degli ultimi decenni la «mathematical convenience» spesso abbia portato a violentare la realtà).
La terza spiegazione attiene alla “visione del mondo” degli economisti mainstream, soprattutto quelli attivi dopo la Seconda Guerra Mondiale: essi ritennero (più o meno consapevolmente) che le risorse naturali potevano non essere considerate nei loro modelli in quanto la loro disponibilità non costituiva un vincolo: la terra aveva un costo costante, le risorse minerali erano abbondanti e l’ambiente nel quale riversare gli scarti era molto esteso (Nordhaus, 1974, p. 22). Il mondo era visto come un serbatoio di risorse disponibili in quantità di fatto illimitata; per utilizzarle si doveva trovare la combinazione ottima di capitale e lavoro, fattori che, in quanto scarsi, riguardavano l’economista.
Se qua e là una risorsa naturale fosse diventata molto scarsa o si fosse esaurita, essa avrebbe potuto essere sostituita agevolmente con un’altra risorsa, nella convinzione che «la natura impone scarsità specifiche, non un’ineluttabile scarsità generale» (Barnett, Morse, 1963, p. 11, trad. mia). Questa visione venne messa in discussione tra la seconda metà degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70 del secolo scorso, quando l’economista anglo-americano Kenneth Boulding paragonò il nostro pianeta ad una navicella spaziale che ha riserve di risorse in quantità finita e spazi limitati per i rifiuti (Boulding, 1966).
Poco tempo dopo alcuni giovani ricercatori del MIT, nel Rapporto al Club di Roma intitolato The Limits to Growth (Meadows et al., 1972), lanciarono un grido d’allarme sulla disponibilità futura di alcune risorse di base e quindi sulle prospettive a lungo termine dell’economia globale. Il libro riscosse molto interesse ma ricevette anche aspre critiche (che spesso sconfinarono nell’insulto). Queste critiche però non colsero ‒ come scrisse Aurelio Peccei (fondatore del Club di Roma) – il punto sostanziale del Rapporto e cioè che «date le dimensioni finite del pianeta, esistono necessariamente dei limiti alla crescita umana» (Peccei, 1976, p. 105).

Come e perché il capitale iniziò ad essere considerato un «quasi perfetto sostituto» delle risorse naturali.

Nello stesso periodo due importanti accademici, William Nordhaus e James Tobin, si chiesero se fosse legittimo tralasciare le risorse naturali nella rappresentazione del processo produttivo fornita dalla teoria economica. In un loro articolo scrissero: «Il modello standard di crescita assume che non ci siano limiti alle possibilità di espansione dell’offerta di agenti di produzione diversi dall’uomo. È, fondamentalmente, un modello a due fattori in cui la produzione dipende solo dal lavoro e dal capitale riproducibile. La terra e le risorse, il terzo membro della triade classica, sono state generalmente eliminate. […] Presumibilmente la giustificazione tacita [di questa eliminazione, n.d.r.] è stata che il capitale riproducibile è un quasi perfetto sostituto della terra e delle altre risorse esauribili […]», mentre «il tacito presupposto degli studiosi dell’ambiente è che non siano disponibili sostituti per le risorse naturali».
Questa sostituibilità è dunque «di cruciale importanza per la crescita economica futura» (Nordhaus e Tobin, 1973, pp. 522-3, trad. e corsivo miei). Per chiarire se avesse ragione «il modello standard di crescita» oppure «gli studiosi dell’ambiente», Nordhaus e Tobin fecero una stima econometrica riferita ad un periodo passato e conclusero che «vi è una elevata elasticità di sostituzione fra le risorse e i fattori neoclassici» e che perciò «Se il passato è in qualche modo una guida per il futuro, non sembra esserci motivo di preoccuparsi circa l’esaurimento delle risorse che il mercato già considera come beni economici» (ib.).
Il «modello standard di crescita» di cui avevano scritto Nordhaus e Tobin era quello elaborato da Robert M. Solow alla metà degli anni ’50 del secolo scorso ed era basato proprio sulla funzione di produzione aggregata tradizionale; in esso non vi era quindi nessun riferimento alle risorse naturali (Ayres et al., 1997, p. 2; Daly, 1997, p. 261). L’economista ecologista Herman Daly ha scritto: «Una funzione di produzione è spesso paragonata ad una ricetta. Ma, a differenza della funzione di produzione neoclassica, le vere ricette nei veri libri di cucina iniziano sempre con una lista di
ingredienti» (Daly, 2017, p. 93, trad. mia). Ma nel modello di Solow gli “ingredienti” mancavano: «la ricetta di Solow prevede che si faccia una torta solo con il cuoco e la sua cucina. Non abbiamo bisogno di farina, uova, zucchero, ecc., né di elettricità né di gas naturale, neppure di legna da ardere» (ib.).
Sulla base di questa logica Solow riprese la questione affrontata da Nordhaus e Tobin affermando che «il grado di sostituibilità è [pure] un fattore chiave. Se sostituire le risorse naturali con altri fattori è molto facile, allora in linea di principio ‘non c’è problema’. Il mondo può, di fatto, fare a meno [get along] delle risorse naturali, così l’esaurimento è solo un evento, non una catastrofe»; altrimenti «la catastrofe è inevitabile». «Fortunatamente», concluse Solow, «per quanto scarse, le evidenze suggeriscono che c’è elevata sostituibilità tra le risorse soggette ad esaurimento e le risorse rinnovabili o riproducibili» (Solow, 1974, p. 11,trad. mia).
Il brano riportato va esaminato con attenzione. Solow ipotizzò che il mondo possa «fare a meno delle risorse naturali» sostituendole con «altri fattori»; ma per poter fare a meno effettivamente della Natura questi fattori non dovrebbero derivare da quest’ultima. Da cosa, allora? Forse l’economista statunitense, credendo ciecamente nel progresso tecnologico, pensò a risorse “artificiali” prodotte dall’uomo, ma risorse del genere non potrebbero che essere create ex-nihilo. Lucrezio un bel po’ di anni fa scrisse: «Nil posse creari de nilo […]» (Lucrezio, p. 37), cioè «nulla può essere creato dal nulla»; si può discutere se una divinità possa farlo (Lucrezio pensava di no), mentre è incontrovertibile che noi mortali non possiamo creare un bel niente, come sappiamo dalla Legge della conservazione della materia-energia (o Primo Principio della termodinamica) e come sottolineato anche da qualche grande economista: «l’energia e la materia, a livello macroscopico, non possono essere né create né distrutte», scrisse Nicholas Georgescu-Roegen, geniale matematico, economista e filosofo romeno naturalizzato statunitense (1984, p. 205 ed. it.) (4).
E se le cose stanno così, appare evidente che tutte le attività economiche utilizzano necessariamente materiali prelevati dai “serbatoi” della Natura (Pearce, Markandya, Barbier, 1989, p. 26 ed. it.). Pertanto, aver scritto che il mondo può fare a meno delle risorse naturali, come fece Solow, fu una topica colossale, che Georgescu-Roegen commentò con le seguenti parole: «Bisogna avere una visione molto errata del processo economico nel suo insieme per non rendersi conto che gli unici fattori materiali sono le risorse naturali. Affermare poi che “il mondo può, di fatto, fare a meno delle risorse naturali” significa ignorare la differenza tra mondo reale e paradiso terrestre» (Georgescu-Roegen, 1975, p. 46 ed. it.).
Veniamo all’altra affermazione di Solow, quella secondo cui «c’è elevata sostituibilità tra le risorse soggette ad esaurimento e le risorse rinnovabili o riproducibili». Per quanto riguarda le risorse naturali rinnovabili la sostituibilità con le risorse naturali esauribili effettivamente sussiste, anche se le cose non sono così semplici (5); ma cosa possiamo dire della sostituibilità con le risorse «riproducibili», cioè con il K della funzione di produzione? Secondo Nordhaus e Tobin il capitale è un «quasi perfetto sostituto della terra e delle altre risorse esauribili», ma quanto c’è di vero in questa affermazione?
Torniamo nella nostra bottega di fabbri ed osserviamo l’incudine, il maglio e le altre attrezzature: di cosa è costituito questo capitale? Di metallo e di legno, cioè di risorse naturali. Se si esaurissero le miniere di ferro, i fabbri, per non chiudere bottega, potrebbero sostituire il ferro grezzo con il proprio capitale? Forse sì, fondendo l’incudine ed altri parti metalliche del loro capitale, ma in tal modo essi rimarrebbero senza la loro attrezzatura ed il problema della scarsità della risorsa non sarebbe affatto risolto. In molte altre produzioni, poi, questa sostituzione della materia prima col capitale è del tutto impossibile: le apparecchiature per la produzione di benzina non possono certo sostituire il petrolio!
I grandi economisti del passato avrebbero considerato assurdo pensare che le risorse naturali impiegate nella produzione possano essere interscambiabili col capitale; come abbiamo visto essi ritenevano che la “terra”, oltre al lavoro, è il fattore di produzione “primario”, mentre il capitale è un fattore “secondario”, essendo «una trasformazione fisica di risorse naturali che provengono dal capitale naturale» (Daly, 1996, p. 105 ed. it.).
Knut Wicksell fu molto chiaro in proposito, quando scrisse che «Tutti i beni capitali, per quanto possano apparire diversi, in ultima analisi possono ridursi sempre al lavoro e alla terra» (Wicksell, 1901, p. 149 ed. 1935, trad. mia). Tutto questo venne dimenticato all’inizio degli anni Settanta del secolo scorso, quando i vari Nordhaus, Tobin e Solow (anni dopo tutti insigniti del Premio Nobel per l’economia) intendevano mandare un messaggio rassicurante ai governi ed all’opinione pubblica e dimostrare che gli Autori di The Limits to Growth ed i pochi economisti “pessimisti” sbagliavano a preoccuparsi. Essi osservarono che nel tempo vi era stata una crescita del prodotto ottenuta con un incremento dello stock di capitale a fronte di un minor utilizzo di materie prime ed energia per unità di prodotto, e, manipolando un po’ di matematica, conclusero: “Bene, il capitale sostituisce le risorse naturali!” (6).
«In tutta l’economia matematica», commentò Georgescu-Roegen, «non esiste un altro esempio di una simile profusione di peccati di vuoto formalismo come nell’argomentazione a sostegno di questa tesi» (Georgescu-Roegen, 1979, p. 129 ed. it.). Eppure essa ha avuto un grande
successo tra gli economisti mainstream.

La questione della sostituibilità e la funzione di produzione.

Come abbiamo visto, nel tempo «la terra e le risorse, il terzo membro della triade classica» erano state «generalmente eliminate» (per usare le parole di Nordhaus e Tobin), e giustamente qualcuno aveva obiettato. Così, per tener conto di queste critiche, nel 1976 l’allora giovane e semi-sconosciuto Joseph Stiglitz (anche lui in seguito vincitore Premio Nobel) propose una funzione di produzione Cobb-Douglas (per un’introduzione ad essa cfr. Perone, 2018) nella quale compariva di nuovo il “terzo fattore”, cioè appunto le risorse naturali (Stiglitz, 1976).
Questa operazione aveva il merito di richiamare l’attenzione sull’esistenza e sull’utilità del capitale naturale − ovvie nel mondo dell’economia produttiva ed in quello della politica internazionale, ma trascurate nei modelli degli economisti (almeno in quelli basati sulla funzione di produzione); di fatto però non era che una formalizzazione dell’idea che le risorse naturali possono essere sostituite con il capitale fabbricato dall’uomo, come Georgescu-Roegen fece subito rilevare.
Le caratteristiche matematiche della funzione Cobb-Douglas sono infatti tali da consentire l’ottenimento del prodotto anche con la quantità di uno dei fattori tendente a zero, purché gli altri fattori aumentino in misura adeguata (Georgescu-Roegen, 1979, p. 130 ed. it.).
Mauro Bonaiuti, uno dei massimi studiosi del pensiero di Georgescu-Roegen, ha scritto al riguardo: «Se, come affermano i neoclassici, la funzione di produzione altro non è che una ricetta, Solow e Stiglitz implicitamente affermano che sarà possibile, riducendo la quantità di farina, cuocersi una pizza più grande semplicemente utilizzando un forno più ampio (oppure due cuochi al posto di uno)» (Bonaiuti, 2003, p. 35).
Qualsiasi persona di buon senso comprende l’assurdità di una cosa del genere. Alla base di questa assurdità c’è il fatto che il processo produttivo è profondamente legato alla Natura: «La produzione», scrisse Karl Polanyi, «è un’interazione tra l’uomo e la natura» (Polanyi, 1944, p. 167 ed. it.). In quale modo avviene questa interazione? Con la trasformazione delle materie prime (la farina e gli altri ingredienti) effettuata dal lavoro umano (quello del pizzaiolo) con l’applicazione di energia pure offerta dalla Natura (l’energia termica della legna che brucia nel forno) e con l’utilizzo di capitale, cioè di strumenti (il forno e la pala) che derivano da risorse naturali “lavorate” in precedenza (Daly, 2014). Se la quantità impiegata di ingredienti “tende a zero”, cosa possibile secondo la funzione di produzione Solow-Stiglitz, per quanto L e K crescano non c’è nulla da trasformare e, semplicemente, non c’è produzione. Dunque ritenere che l’impiego delle risorse naturali in un processo produttivo possa diminuire fino ad annullarsi grazie a maggiori quantità di capitale (o magari di lavoro) vuol dire non comprendere l’essenza stessa della produzione, che è appunto quella di una trasformazione delle materie prime derivanti dalla Natura.
Questa essenza era ovvia per gli economisti del passato (7).
Per fortuna qualche economista eterodosso ha tramandato l’antica saggezza fino a tempi a noi più vicini: ad esempio Oskar Lange, grande economista polacco, scrisse: «La produzione […] ha luogo tramite l’estrazione delle risorse trovantisi in natura, la loro lavorazione e la trasformazione delle loro caratteristiche fisiche, chimiche e biologiche» (Lange, 1961, Vol. I, p. 3 ed. it.).
La critica di Georgescu-Roegen metteva in evidenza che le risorse naturali non possono essere messe sullo stesso piano del lavoro e del capitale e non possono essere sostituite da quest’ultimo, in quanto hanno un ruolo specifico nel processo produttivo (8): per dirla con Aristotele, esse sono la causa materiale del prodotto, mentre lavoro e capitale ne sono la causa efficiente (Daly, 1996, p. 105 ed. it.).
Marx, non a caso, distinse gli oggetti di lavoro «preesistenti in natura» dai mezzi di lavoro, cioè gli attrezzi con i quali «l’attività umana provoca […] un cambiamento, voluto e perseguito a priori», negli oggetti di lavoro (cioè nelle risorse naturali) (Marx, 1867, pp. 274 e 277 ed. it).
Con la terminologia di oggi diciamo che il lavoro, servendosi del capitale, trasforma materie prime in prodotti (nonché in scarti, come vedremo più avanti); per questa trasformazione si utilizza (cioè si consuma) energia. Lavoro e capitale sono agenti di quella trasformazione e non possono quindi essere interscambiabili col materiale da trasformare: come può la pala del pizzaiolo sostituire l’acqua e la farina? E, se davvero il capitale fosse un «quasi perfetto sostituto della terra e delle altre risorse esauribili», queste ultime sarebbero logicamente un quasi perfetto sostituto del capitale; ma allora perché ci si sarebbe presi la briga di accumulare capitale nel corso dei secoli? Si sarebbe potuto farne a meno utilizzando un «quasi perfetto sostituto», cioè il legno delle foreste, il ferro delle miniere, il petrolio dei pozzi e via dicendo, senza faticare per costruire seghe, picconi ed impianti estrattivi del greggio (9).
Herman Daly notò: «Deve essere chiaro a chiunque possa vedere oltre le operazioni carta-e-matita su una funzione di produzione neoclassica, che il materiale trasformato e gli strumenti della trasformazione sono complementari, non sostitutivi» (Daly, 1990, p. 3, trad. mia). Il fatto che il capitale “riproducibile” (K) derivi in ultima analisi dalle risorse che la Natura ci mette a disposizione fa sì che l’eventuale esaurimento di risorse naturali non rinnovabili, per non diventare
la «catastrofe inevitabile» di cui aveva scritto Solow, non può essere affrontato ricorrendo al capitale “riproducibile” e neanche a fantomatici «altri fattori» non derivanti dalla Natura, bensì solo a risorse naturali rinnovabili, nei limiti in cui ciò è possibile.
Se la diversità delle materie prime (cioè delle risorse naturali) rispetto al capitale manufatto o “riproducibile” (K) – e quindi la non sostituibilità delle prime col secondo – non fosse ancora chiara, si consideri la semplice definizione di capitale che diede Vilfredo Pareto: «Diciamo capitale qualsiasi bene economico che serve più d’una volta alla produzione» (Pareto, 1896, p. 50 ed. it.). Nella nostra bottega di fabbri il maglio, l’incudine e la forgia sono usati più d’una volta e sono dunque “capitale”, mentre i pezzi di ferro da battere ed il carbone per scaldarli (cioè la materia prima e la fonte di energia) vengono usati una volta sola, poiché al termine del processo produttivo diventano altro, e cioè prodotti finiti (ferri di cavallo, ringhiere ecc.) e scarti (cenere, fumo, frammenti inutilizzabili ecc.).
Le idee sopra sintetizzate di Marshall, di Pareto, di Lange e di Georgescu-Roegen rispecchiano la realtà della produzione e, in fondo, il senso comune; eppure se molti economisti notissimi e prestigiosi le accettassero le conseguenze per loro sarebbero pesanti: essi, come vedremo più avanti, dovrebbero riscrivere interi pezzi dei loro testi universitari e dovrebbero ammettere che tanti modelli che utilizzano la funzione di produzione (nelle sue varie formulazioni) sono privi di senso, poiché assumono di fatto che le risorse naturali sono ininfluenti sulla formazione e sulla crescita del prodotto; questa può essere un’approssimazione accettabile per analisi parziali e di breve periodo, non certo per analisi della crescita nel lungo periodo, nel quale deve essere necessariamente considerata la crescente scarsità (o, meglio, utilizzabilità) di molte risorse naturali (10).

La “sostenibilità debole”: molto debole.

La tesi della sostituibilità delle risorse naturali col capitale manufatto ebbe un periodo di particolare fortuna quando, circa quaranta anni fa, si iniziò a parlare di sviluppo sostenibile. Il criterio di sostenibilità che incontrò più favore fu infatti quello cosiddetto “debole”, secondo il quale ogni generazione dovrebbe lasciare alla successiva uno stock di ricchezza non inferiore a quello ereditato dalla generazione precedente, senza riguardo a quanta di quella ricchezza è costituita da risorse naturali e quanta da capitale fabbricato dall’uomo (cfr. ad es. Tiezzi, Marchettini, 1999, in part. p.42; Guttmann, 2018, pp. 111-3).
Dunque, secondo questo criterio, se le foreste (componente del capitale naturale) lasciate ai nostri figli saranno in quantità inferiore a quelle che ci hanno lasciato i nostri genitori ciò non pregiudicherà la sostenibilità se la differenza sarà compensata da un maggiore stock di seghe e segherie (capitale “riproducibile” fabbricato dall’uomo); allo stesso modo, le risorse ittiche depauperate potrebbero essere compensate con una più ampia flotta di pescherecci ed i giacimenti petroliferi esauriti potrebbero essere sostituiti da impianti per l’estrazione di greggio. L’idea, dunque, è a dir poco bizzarra, ma anche funzionale: con la “sostenibilità debole”, riproponendo la sostituibilità del capitale naturale con il K della funzione di produzione (cfr. Pearce, Markandya, Barbier, 1989, pp. 56-7 ed. it.), si rende “inoffensivo” il concetto di sviluppo sostenibile ai fini della tutela delle risorse della Natura.
Se, tanto per dire, per modellizzare la produzione di tonno in scatola si utilizza uno strumentario analitico che contempla solo lavoratori e macchine inscatolatrici, ma non tonni pescati, e si sostiene (più o meno apertamente) che quelle macchine possano sostituire i tonni, il problema dell’overfishing non si pone per definizione.
Anni fa Herman Daly richiamò l’attenzione degli economisti sull’assurdità di questo approccio, riproponendo la critica di Georgescu-Roegen (Daly, 1997); ne seguì un breve dibattito (sul quale cfr. Bonaiuti, 2001, pp. 108-115; Couix, 2018, pp. 25-6), ma le cose non cambiarono: i non molti economisti ortodossi che si occupano delle risorse naturali infatti s’interrogano ancora oggi se esse siano «essenziali» (cfr. Perman et al., 2003, p. 474-5); sono convinti che la questione vada impostata in base alle elasticità di sostituzione tra esse ed il capitale (ib., p. 475ss.) e concludono che le evidenze indichino «possibilità di sostituzione ragionevolmente elevate» (ib., p. 478, trad. mia).
La sostituibilità, in realtà, sussiste tra i diversi beni capitali; e sussiste ‒ anche se molto meno di quanto afferma la teoria neoclassica con i suoi isoquanti ‒ tra capitale e lavoro; sussiste infine tra le diverse risorse naturali utilizzabili nella produzione: l’alluminio può sostituire l’acciaio (lega di elementi naturali) nella fabbricazione di autoveicoli, la pietra può sostituire il legno nella costruzione di edifici, ecc. La sostituibilità non sussiste invece (se non in modo episodico e trascurabile) tra il lavoro ed il capitale da una parte e le materie prime dall’altra: se il responsabile della fucina resta senza pezzi di ferro grezzo e carbone non può rimediare assumendo più apprendisti e/o comprando più attrezzi, ma deve cessare la produzione, proprio come si legge in un romanzo di Ken Follett: «La fucina era inattiva da un mese perché non avevano più metallo per fabbricare ferri di cavallo e utensili» (Follett, 1995, p. 394 ed. it.).
Che senza materia prima non si possa produrre alcunché è così ovvio che capire perché tanti economisti non ne tengano conto è un interessante oggetto di riflessione (Daly, 1999, pp. 89-90). Proviamo allora a farla, questa riflessione: che le risorse naturali siano indispensabili per la produzione e che il capitale non può sostituirle in quanto esso stesso ne è costituito ( e comunque ha una funzione diversa da esse), è stato pacifico per gli economisti fin quando qualcuno ha iniziato coraggiosamente a denunciare che le risorse naturali sono sottoposte ad una «rack and restless spoliation» (per usare le parole di Pigou, 1932, p. 30); allora le risorse naturali − già avvolte da una cortina fumogena dai neoclassici all’inizio del Novecento − non sono state più considerate indispensabili (dalla teoria economica, beninteso), bensì sostituibili con chimerici «altri fattori» o con il fattore capitale.
A nulla valgono il buon senso, i contributi empirici (cfr. ad es. Malaczewski, 2019) e gli ammonimenti di esperti di varia estrazione, come quelli che nel 2019, nel loro rapporto al Segretario generale dell’ONU, hanno affermato che «la gran parte del capitale naturale non può essere completamente sostituito da infrastrutture fabbricate dall’uomo» (Independent Group of Scientists, 2019, p. xxix, trad. mia).

Note:

1) Il fattore K può essere formulato in termini fisici o in valore, ma la sostanza delle argomentazioni qui svolte non cambia: i beni capitali sono in ultima analisi costituiti di materia.
2) «Sono [quindi] vicino alla dottrina pre-classica che ogni cosa è prodotta dal lavoro, coadiuvato da ciò che allora usava chiamarsi arte e che ora si chiama tecnica, dalle risorse naturali […] e dai risultati del lavoro passato, incorporati in attività capitali […]» (Keynes, 1936, p. 403 ed. it.). Com’è noto nella terminologia di Keynes “dottrina pre-classica” indicava la teoria di quelli che per noi sono gli economisti classici (Smith, Ricardo, Malthus ecc.) (n.d.r.).
3) «Le due prime sorgenti [della ricchezza] sono la terra e il lavoro», ove per terra s’intende «il suolo, le miniere, le acque, le pescherie del globo abitabile» (Malthus, 1820, p. 235-6, trad. mia). «Tutti questi agenti [naturali] produttivi in generale, per una sineddoche che a noi sembra poco felice, sono stati indicati col vocabolo terra» (Senior, 1836, p. 551 ed. it.). «Per terra si intende il materiale e le forze che la natura dà gratuitamente in aiuto all’uomo, terra, acqua, aria, luce e calore» (Marshall, 1920, p. 237 ed. it.). Questa accezione del termine “terra” era quindi molto più ampia di quella dei fisiocratici, che a metà ‘700 avevano considerato la terra (nel senso di suolo fertile) l’unico fattore realmente produttivo.
4) Prima di lui Stuart Mill scrisse: «Tutto il lavoro di tutti gli uomini del mondo non potrebbe produrre una sola particella di materia» (Mill, 1848, p. 140 ed it.); Marshall, a sua volta: «L’uomo non può creare cose materiali» (Marshall, 1920, p. 138 ed. it.).
5) In realtà la sostituzione di una risorsa vitale largamente utilizzata (si pensi al petrolio) con un’altra risorsa può porre non pochi problemi: la nuova risorsa è idonea a soddisfare i bisogni in precedenza soddisfatti dalla risorsa sostituita? Quali sono i contraccolpi tecnologici, economici e geo-politici della sostituzione? Quanto tempo occorre per la sostituzione? (cfr. Diamond, 2005, p. 510 ed. it.).
6) Cfr. ad esempio Solow (2000, pp. 165-6).
7) Senior sottolineò che «la materia non è suscettibile né di aumento né di diminuzione; e che tutto ciò che l’uomo […] possa fare si riduce ad alterare le condizioni delle sue [della materia, n.d.r.] particelle esistenti» (Senior, 1836, p. 544 ed. it.); Mill avvertì che «gli oggetti offerti dalla natura possono essere strumenti dei bisogni umani solo dopo essere stati sottoposti a un qualche grado di trasformazione per mezzo del lavoro umano» (Mill, 1848, p. 113 ed. it.); Marx si espresse così: «L’uomo può agire nella sua produzione solo come la natura stessa, cioè può soltanto modificare la forma della materia” (Marx, 1867, p. 116 ed. it). Alfred Marshall trattò la questione in modo circostanziato, scrivendo tra l’altro: «La produzione di cose materiali non è in realtà null’altro che un riadattamento della materia» (Marshall, 1920, pp. 138-9 ed. it.).
8) Georgescu-Roegen elaborò una teoria alternativa della produzione (cfr. Georgescu-Roegen, 1984 e, per una sintesi, Bonaiuti, 2003, pp. 36-38). Questa teoria tra l’altro pone in evidenza che capitale e lavoro hanno bisogno di materie prime ed energia per ripristinare la loro capacità produttiva che tende ad usurarsi: i fabbri dovranno mangiare e bere (fino a che non arriverà l’età della pensione ed il fattore L andrà sostituito); mentre i martelli, le incudini e gli altri attrezzi dovranno essere manutenuti da altri lavoratori con altre materie prime ed altra energia (finché anche gli elementi del fattore K dovranno essere sostituiti).
9) Nordhaus già nel 1974 sostanzialmente si rimangiò l’idea che il «capitale riproducibile» è un «quasi perfetto sostituto della terra e delle altre risorse esauribili», quando scrisse che vi sono «due fattori primari, lavoro e risorse naturali», precisando «che il capitale non è altro che lavoro e risorse naturali trasformati in precedenza [dated]» (Nordhaus, 1974, p. 24, trad. mia).
10) In formulazioni della funzione di produzione che intendono essere più sofisticate, accanto a K e L compare una lettera dell’alfabeto che rappresenta a volte il “progresso tecnologico”, a volte la “tecnologia”. Qualcuno propone che differenti livelli di questo “fattore” sarebbero indicatori, oltre che di determinate tecniche produttive, di vari elementi che influenzano Y, tra i quali la disponibilità di risorse naturali (cfr. per es. Acemoglu, 2008, p. 158). Con simili impostazioni le risorse naturali invece di essere confuse con K sono confuse nella (e con la) tecnologia, che a sua volta viene assunta di fatto sostituibile col capitale e col lavoro; questo “fattore minestrone” è quindi qualcosa di imponderabile e sostanzialmente non misurabile (ed infatti cfr. Acemoglu, 2008, p. 40).

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