E se avessero ragione? Mi riferisco alla corrente cosiddetta “minoritaria”, moderata, del PD: quella che c’è sempre stata, che organizza convegni, che rivendica spazio, che rigetta l’idea di un PD “troppo di sinistra”. Un rimprovero che la sinistra interna non ha mai davvero digerito, o al massimo ha sopportato malvolentieri, quasi vergognandosene, perché ritenuto infondato.

Sappiamo che la segretaria Schlein, fin dalla sua vittoria — ottenuta non alle primarie di partito ma a quelle “aperte” — ha dovuto sempre guardarsi dal fuoco amico. Fin dall’inizio della sua segreteria abbiamo assistito alla ricerca di occasioni di rivincita, a tentativi di condizionamento, alla riorganizzazione delle proprie file. Da qui il comporsi e ricomporsi di vecchie e nuove correnti moderate, convegni, reti, ricerca di “federatori”, dubbi sulla sua “candidabilità” alla Presidenza del Consiglio, mugugni in Direzione o nell’Assemblea nazionale.

Specularmente, si sono visti anche tentativi di aggregazione correntizia attorno alla Schlein, aperture verso le correnti di Bonaccini, mediazioni continue.

Bisogna riconoscere all’attuale leadership di avere, in qualche misura, restituito al PD un ruolo e un peso che, dopo Renzi e Letta, aveva in gran parte perduto. Ha recuperato consenso, riportando il partito attorno al 20-22%, numeri che erano grosso modo i suoi prima delle debacle degli ultimi tempi pre-Schlein. È vero, però, che questi numeri emergono in competizioni con una partecipazione sempre più ridotta. Si dovrebbe quindi ragionare se si tratti di consenso realmente riconquistato o piuttosto del contenimento dell’astensione del proprio elettorato, in un contesto in cui lo stesso numero di voti pesa diversamente quando i partecipanti diminuiscono.

Ma anche se fosse così, aver consolidato il proprio elettorato e ridotto le fughe resta comunque un risultato importante. Tuttavia, a questi numeri si rimane incollati: non si riesce a imprimere uno scatto, un passo più lungo.

Serve invece ragionare su come dare nuova linfa al cammino necessario per sconfiggere la destra. Serve al PD e serve a tutti i soggetti di opposizione al Governo Meloni. Dobbiamo quindi riflettere, senza remore, sulla natura e sul ruolo del PD, in quanto soggetto principale del “campo” di opposizione. Non basta più bloccare il declino: bisogna crescere, come partito e come eventuale coalizione.

Occorre interrogarsi su quale contributo il PD possa offrire al Paese per far emergere energie nuove e rinnovate che pure, silenti, esistono e si muovono. Basti pensare alle mobilitazioni per la pace in Palestina, che hanno visto migliaia di giovani scendere in piazza dopo anni di assenza. Una presenza che però non si traduce, o non abbastanza, in consenso.

Il PD è un pachiderma senza contorni precisi. Non è più la Balena Bianca, anche se gran parte della sua dirigenza, pre e post Schlein, proviene dalla tradizione democristiana (Franceschini, Letta, Boccia, Gentiloni, ecc.). Non è più nemmeno l’elefante rosso: pochissimi i sopravvissuti alla fine del PCI, e quei dirigenti — quarantenni? cinquantenni? — che rappresenterebbero la sinistra interna o non erano nati quando il PCI si scioglieva, o erano adolescenti. Nessuno, per ragioni anagrafiche, ha memoria diretta di quel partito, della sua cultura, del suo stile, della sua disciplina, dei suoi metodi e processi di selezione. I pochissimi che anagraficamente ne provengono o hanno rinunciato a qualunque ruolo (Bersani), o hanno da tempo dismesso l’abito della sinistra (Minniti e i suoi accordi libici). Eppure il PD si propone come “il più grande soggetto di sinistra”: la favola dell’eredità del PCI non regge, malgrado gli occhi di Berlinguer sulla tessera.

Quando si parla di “campo largo” e lo si paragona all’esperienza dell’Ulivo di Prodi, si dimentica che in quell’Ulivo non c’era il PD, ma i DS, che erano tutt’altra cosa: diversa, incompleta se vogliamo, ma definita. Ecco: il PD non solo non è erede del PCI, ma non è neppure erede dei DS.

In realtà il PD, fin dal suo nascere, è stato una semplice sommatoria di sigle, senza riuscire a darsi una nuova identità, una cultura, una prospettiva, quella che qualcuno chiama “visione”.

Perciò il PD non può essere contemporaneamente attrattivo, fino in fondo e su larga scala, per quella parte di elettorato che si ritiene moderato (come può digerire una certa, seppur timida, vicinanza al mondo pro-Pal?), né per quella parte di popolo che si ritiene di sinistra (come può accettare i “sì” al riarmo europeo?) e che mai si sentirà rappresentata da chi dialoga con l’Israele di Netanyahu attraverso “Sinistra per Israele” di Fassino.

In sostanza, questa natura informe del PD, anziché attrattiva, risulta repulsiva per una parte del mondo cui teoricamente si rivolge. Come possono convivere nello stesso partito chi raccoglie firme contro il Jobs Act e chi lo difende? Chi manifesta contro il genocidio a Gaza e chi esalta le qualità democratiche di Israele? Non è pluralità di idee: sono visioni opposte.

Non è una questione di limiti della segretaria, ma di una convivenza culturalmente e politicamente improponibile, e quindi insostenibile. Questa indeterminatezza rappresenta un freno alla capacità attrattiva del partito nel Paese.

C’è quindi bisogno di definirsi: scegliere se essere un grande partito moderato e progressista, capace di attrarre quei ceti moderati oggi non rappresentati, recuperando quel mondo e consentendo al contempo la crescita di un campo più definito a sinistra; oppure scegliere di essere un partito coerentemente e nitidamente di sinistra, consentendo in tal caso lo sviluppo di un campo moderato progressista, naturale interlocutore e alleato.

Il PD ha l’obbligo, persino morale, di non impedire ma anzi facilitare il dispiegarsi di tutte le forze ed energie che possono essere coinvolte in progetti di cambiamento, senza paura di essere “scavalcato” a seconda dei momenti, a sinistra o al centro.

Se non si scioglie questa indeterminatezza, temo si continuerà a campicchiare, alternando vittorie e sconfitte locali, alleanze larghe e larghissime che durano il tempo di un dibattito, scontri fratricidi, mentre la destra — pragmatica, pur diversa, divisa, incoerente quanto si vuole, ma unita — continuerà a vincere.

Il tempo per scegliere c’è: per organizzarsi, definirsi, recuperare, proporsi, crescere. Le prossime politiche saranno nel 2027. Ci si può arrivare proponendo al Paese volti chiari, definiti, spendibili, non ambigui e quindi preferibili, se non altro rispetto all’astensione.

Trovi il PD tempi e modo per fare questa scelta, per il bene suo e di tutti coloro che non si arrendono alle destre. Il tempo per non farci trovare impreparati alle prossime scadenze, c’è. Perciò mi chiedo, specie dopo l’ultima Assemblea Nazionale, paradossalmente: e se avessero ragione loro?

Crediti immagine di apertura:

Partito Democratico Circolo Poderino 1 di Fano da Flickr rilasciata dall’autore con licenza CC BY-NC-SA 2.0; immagine ritagliata per ragioni tecniche

2 pensiero su “E se avessero ragione?”
  1. Sostanzialmente d’accordo visto che è quello che io stesso auspico da tempo.
    Ma temo assai che il Pd non decida – o deciderà – di essere in maniera chiara ed inequivocabile “un grande partito moderato e progressista” o “un partito coerentemente e nitidamente di sinistra” ma continuerà nella sua ambiguità di fondo. E se così è o sarà, corre comunque l’esigenza da parte di quel mondo di sinistra che sente il bisogno di distinguersi da un lato dall’attuale Pd da sinistra e, dall’altra, non si riconosce nell’enorme frantumazione dell’attuale cosiddetta “sinistra radicale” extraparlamentare e in nostalgie obsolete novecentesche, di ricreare un reale partito – o contenitore politico – di chiara ispirazione socialista che, affondando le sue radici nella nostra storia fu socialista-comunista, sappia riprenderne il meglio e liberarsi dal peggio. Il tutto aggiornandolo ai nostri tempi.

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