La guerra d’Argo e altre cronache / di Velio Abati. – Trieste : Asterios, 2026. – 192 p. – (Le belle lettere ; 95). – ISBN 978-88-93132-98-5.

Velio Abati è un intellettuale grossetano che ha insegnato Letteratura italiana nei licei. Ha dato vita e diretto per quindici anni la Fondazione Bianciardi. È stato Cultore della Materia presso la cattedra di Letteratura italiana e didattica della letteratura (titolare il professore Donatello Santarone) del Dipartimento di Scienze della Formazione, Università degli Studi Roma Tre. Dal 2012 organizza nel Parco Naturale della Maremma la rassegna culturale Colloqui del Tonale. Collabora alla pagina culturale del quotidiano il Manifesto e a varie riviste letterarie. Tra i suoi volumi si ricordano L’impossibilità della parola. Per una lettura materialistica della poesia di Andrea Zanzotto, Bagatto, Roma 1991; la Bibliografia in Andrea ZanzottoLe poesie e prose scelte, Mondadori, I Meridiani, Milano 1999; La nascita dei “Minatori della Maremma”. Il carteggio Bianciardi – Cassola – Laterza e altri scritti, Giunti, Firenze 1998; la curatela di Franco Fortini, Un dialogo ininterrotto. Interviste 1952-1994, Bollati Boringhieri, Torino 2003. Le opere letterarie di Abati, tutte pubblicate da Manni, San Cesareo di Lecce, sono il romanzo Domani, 2013; il canzoniere Questa notte, 2018; le prose Fughe, Manni, 2020 e, nel 2023, il romanzo La memoria delle piante. Da ricordare anche il notevole saggio Lukács in Italia [1989], in appendice al volume di Giuseppe Prestipino, Su Lukács. Frammenti di un discorso etico-politico, Editori Riuniti, Roma 2020.Ho avuto la fortuna di condividere con Velio i cinque anni di collaborazione con la cattedra del professore Santarone, già citata in precedenza, durante i quali ne ho apprezzato la capacità di dialogo e di discussione con le allieve e gli allievi, evidente frutto di tanti anni trascorsi dietro la cattedra liceale.

Ho avuto modo di apprezzare la capacità di lettura dei testi, di loro approfondimento e di loro critica. Ci siamo cimentati con Saba, Fortini (autentico cavallo di battaglia di Velio) e Dante. Soprattutto ho avuto modo di cogliere la capacità di Velio di usare il linguaggio nella prospettiva di farne, come dire, il luogo dell’incontro con le persone verso cui si rivolge avendo come finalità l’apertura di un dialogo, di un essere fra gli altri come centro dell’universo letterario e umano. Una scrittura con lo stesso fine l’ho trovata nel lavoro che ho fra le mani e che ho letto con il piacere della scoperta, se mi è consentito: la scoperta di un autore che riesce a parlare anche attraverso il teatro, attraverso l’opera teatrale, cosa non proprio semplice. La guerra d’Argo e altre cronache si intitola il libro pubblicato dall’editore triestino Asterios (2026, pp. 191, €20,00).

A dispetto del titolo che sembra rimandare a una rivisitazione del mondo greco classico, qui si tratta invece di questioni che riguardano noi e il nostro presente. Si tratta, ne La guerra d’Argo, del conflitto fra l’Unione Europea (Unione Ellenica guidata da Atene) e la Grecia (Argo), che raggiunse il punto più caldo nel 2015; si tratta, con l’incipit “Considerate se questi sono tempi normali” di Antigone vive, di prefigurare la tragedia dell’eccidio di Maiano Lavacchio nel 1944. L’alta modalità della tragedia greca classica viene riprodotta nella realtà di un mondo che passa senza che alcuno se ne accorga, almeno fra i potenti, che tali sono e tali rimangono. E questo è il segno di tempi che, appunto, di certo non sono normali. Leggendo questo testo mi sono venute in mente alcune scene di un grande film, ambientato proprio in Toscana, in piena Resistenza, che narra anch’esso di un massacro. In quel film, La notte di San Lorenzo (1982) dei fratelli Taviani, mondo classico, storia, musica trovavano un equilibrio molto prossimo alla perfezione, per un’opera filmica. Ebbene, si leggano i versi seguenti di Velio, magari accompagnati, come succede nel film, dal verdiano Requiem, per avere un’idea di quanto appena affermato: “Ah, piangete giovani e vecchi la grave sciagura/nessun verbo e ala di tempo lenisce ma più indura./Non degli dei né del caso sappiatelo è fattura/ma dell’uomo che l’altro sopraffà”.

Una giovane ragazza, una donna matura, una donna anziana sono le protagoniste di L’ultimo giorno di vacanza. Tre donne con un destino comune: essere vittime, sottoposte da un potere feroce al gioco al massacro di una comunicazione fornita da una radio dalla quale fuoriescono le voci di coloro che dettano le condizioni di una vita che non è possibile vivere. E dalla radio continuano a udirsi le voci dei potenti e, chiudendo il quarto quadro, una delle attrici grida: “Qualcuno si ricordi di spegnerla”.

Più procedevo nella lettura e più mi accorgevo che Velio stava parlando di una cosa ben precisa: chi ha il potere lo tiene ben stretto e diventa difficile scalzarlo dal posto di comando in cui si trova del quale, inoltre, fa il centro da cui dirigere la distruzione della Terra. Chi detiene il potere nasconde la verità, ossia quella cosa che per i greci, originariamente, è ciò che non può essere nascosto, ciò che va disvelato. E nascondere la verità significa fare carne da macello della storia. Ne L’assassinio il narratore inizia dicendo che narrerà una storia ben sapendo che l’uditorio è stanco di sentirsi narrare storie. Eppure, incalza il narratore, “la storia è l’uomo!”. Come non cogliere in questa esclamazione una eco di quello che un Gramsci già molto malato e prossimo alla fine scriveva al figlio maggiore Delio invitandolo a studiare la storia ma ponendosi dalla parte dei subalterni, ossia degli sfruttati, degli ultimi della terra, cioè dell’uomo?

È vero che i sei testi che costituiscono il volume sono stati scritti in un ampio arco di tempo, come sottolinea lo stesso autore. Ma poiché il tempo non si compra e, agostinianamente, di esso abbiamo il concetto senza avere la possibilità di definirlo, a me sembra che questo lavoro abbia una sua intensità e crei quella dose giusta di inquietudine che oggi necessita per stare nel mondo nel tentativo di capire quale sia il senso della vita. Della vita nostra e di chi subisce il potere ma lotta per liberarsi.


Sinossi editoriale

I sei testi teatrali nascono da fatti di cronaca, dalla grande Storia (lo scontro della Grecia di Tsipras con l’UE, la Resistenza italiana), ai “senza storia” di Rosa. L’azione scenica risponde a una forte esigenza di fedeltà al fatto, fino alla riproduzione letterale dei documenti. Tuttavia, eventi, protagonisti e circostanze sono trasposti in una dimensione mitica, assumendo anche vesti greco-classiche: così, vicende note appaiono insieme familiari e sorprendenti, reali e fantastiche, invitando lo spettatore a uno sguardo che si sottragga allo stereotipo della cronaca dominante e si apra alla complessità delle esperienze collettive e individuali.

Se i testi condividono il bisogno di reagire alle ferite del presente, altrettanto centrale è la spinta alla sperimentazione, sia delle forme del dramma (dal teatro antico, al poliziesco) che della lingua italiana di cui si misura tenuta e profondità. Ne nasce una scrittura inquieta di dialoghi rapidi, oralità, suggestioni liriche, con una tensione musicale che culmina nei versi corali di Antigone vive. Analogamente la lingua va dai registri alti e letterari a quelli terragni e contadini dove vivono radici fonde fino a Dante.


Due parole a chi legge / di Velio Abati

Per quanto la scrittura ammicchi a un oltre e persino a un sempre – come se diversamente dalla parola orale il supporto materiale che la regge e la lingua che la sostanzia non dovessero mai scomparire -, si scrive sempre in situazione. Anche le scritture più fantastiche, anche le pretese più orfiche, benché non lo sappiano o fingano di non saperlo, sono costrette a incontrare qui il limite-trampolino dei loro voli. Fatto noto per il materialista. Che poi lo scritto (ma perché non anche il detto?) non rimanga chiuso nella circostanza da cui origina, ossia riesca a giungere alla verità di questa in modo tanto intimo da attingere – senza smarrire quelle particolarità in una melassa che nulla più dice – alle verità antropologiche, cosicché possa rendersi disponibile alle risignificazioni future dipende dalla qualità sua, non dalle circostanze.

Tale caratteristica è forse più incombente nel teatro. Certo, tra le opere letterarie, è quello in cui più stretto è il legame con il destinatario, perché gli è intrinseca la messa in relazione diretta e collettiva con il fruitore: è una finzione che può avvenire solo in un’azione reale; non gioca su questa coincidentia oppositorum la geniale intuizione dei Sei personaggi in cerca di autore?

I sei testi qui raccolti, in quanto scritti, come specificato in Avvertenza, in un intervallo piuttosto ampio, portano su di loro i segni del variare delle circostanze, ivi comprese, naturalmente, quelle che concernono chi scrive. Tuttavia, sotto le evidenti differenze su vari loro aspetti e registri, rivendico il medesimo appello al fruitore da cui prendono vita, la mossa, resa urgente dalla ferita dello stato di cose, di sollecitare gli spettatori a uno snebbiamento che reclami l’impazienza di chi non ha tempo da perdere con le finzioni.

C’è poi un altro motivo comune, attinente alla natura, o se si preferisce alla valutazione storica, delle circostanze. Un passaggio, persino esplicito, della Nota scritta nel 2013 in accompagnamento a Una sera di primavera, già indicava la crisi del lungo periodo neoliberista, con cui il capitale ha sancito la sua vittoria contro le conquiste ottenute dai propri nemici di classe nei Trenta gloriosi successivi alla Seconda guerra mondiale. “Crisi”, beninteso, non nel senso di fine del capitalismo che, anzi, com’è ora sotto gli occhi di tutti, è quanto mai privo di avversari credibili, ma nel significato più ampio, venuto sempre più in chiaro in questo torno d’anni e addirittura di mesi, dello scrollarsi di dosso i lacci e lacciuoli, anche ideologici, che era stato costretto dalle forze anticapitaliste ad accollarsi. Voglio dire che sebbene le minacce e gli orrori più nefandi contro l’uomo, le distruzioni in buona parte irreparabili della Terra, le falsificazioni più iperboliche e insopportabili dei padroni del mondo siano oggi in piena luce e forsennato sviluppo, anche i testi qui più antichi ne avvertivano già i colpi e la natura, se non il grado. Di tutto questo i sei testi sono la cronaca.

Sotto la furia di genocidi, podere Tonale, gennaio 2026

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Avvertenza

Una sera di primavera è stata rappresentata il 15 maggio 2014, fuori concorso, nella XVII Rassegna provinciale Teatro della scuola, dalla classe V B del Liceo “Rosmini” con la regia di Daniela Marretti del Teatro Studio di Grosseto, ricevendone la menzione speciale della Giuria. È uscito su “Poliscritture”, n. 10, dicembre 2013. [scricabile gratis qui]

L’ultimo giorno di vacanza è stato pubblicato in “La Maremma Rivista”, numero 0, aprile 2012. Il regista Mario Fraschetti nel 2023 ne ha diretto un podcast in una versione rivista e ampliata.

La guerra d’Argo è stata rappresentata il 5 e il 12 settembre 2020 ai Colloqui del Tonale, regia e adattamento di Lorenzo Scribani, musiche di Francesco Salvador, cantante Amanda Gentini.

Dell’Assassinio Lorenzo Scribani ha curato un reading ai Colloqui del Tonale, 11 settembre 2023.

Antigone vive e Rosa. Una storia, ultimi scritti, inediti, non sono mai stati rappresentati; i testi editi sono qui raccolti in nuove versioni riviste.


NdR: di seguito il link al canale YouTube di Velio Abati con la registrazione della rappresentazione della Guerra di Argo (per la regia di Lorenzo Scribani) avvenuta il 5 e 12 settembre 2020

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