Mentre si discetta sul ddl nel quale si vorrebbe che la critica dello Stato di Israele e della sua politica fosse equiparata a una forma grave di antisemitismo, la nostra Associazione, che antisemita di certo non è pur condannando con fermezza le politiche genocidiarie recenti del governo guidato da Netanyahu, vuole contribuire, con modestia pari all’impegno civile e politico che contraddistingue ogni nostra iniziativa, a una riflessione nell’anniversario del Giorno della Memoria, ossia il 27 gennaio 1945, quando le truppe dell’Armata Rossa sfondarono i cancelli del campo di sterminio di Auschwitz. Quell’Armata Rossa composta da soldati in cui, scriveva Primo Levi, era facile ravvisare “gli uomini valenti della Russia vecchia e nuova, miti in pace e atroci in guerra” (P. Levi, La tregua, Torino, Einaudi, 2014 [1963], p. 49).
Allo scopo si propone la lettura del paragrafo del volume I manuali di storia dell’epoca fascista. Il consenso costruito a scuola con menzogne, omissioni e censure, curato dal nostro compagno Lelio La Porta, dedicato all’antisemitismo e alle leggi razziali, con un breve commento. Viene riportato il testo dei 10 punti del Manifesto della razza che fu firmato da Lino Businco, Lidio Cipriani, Arturo Donaggio, Leone Franzi, Guido Landra, Nicola Pende, Marcello Ricci, Franco Savorgnan, Sabato Visco, Edoardo Zavattari.
(…) fu resa possibile, infine, la prospettiva di costruire una razza italiana sana e forte, preservandola da commistioni nocive capaci di alterarne i caratteri fisici e morali, come quelle con gli indigeni dell’impero coloniale che intanto si andava formando. Nacque così nel 1938 la politica razziale, la quale ha assunto specialmente carattere di contrapposizione fra la razza ariana e la razza ebraica, carattere cioè di antisemitismo1.
L’antisemitismo non ebbe soltanto uno scopo biologico e di pura e semplice discriminazione razziale; esso nascondeva un fine politico esplicitato da Starace2 durante un incontro con gli estensori del Manifesto della razza nel corso del quale dichiarò l’impegno ufficiale del Partito nella campagna antisemita poiché, ovunque, gli ebrei rappresentavano lo stato maggiore dell’antifascismo («Difesa della razza», anno I, n. 1, 5 agosto 1938, p. 2). Questo aspetto sfugge all’autore che, peraltro, al problema dedica soltanto le righe appena riportate.
IL MANIFESTO DELLA RAZZA
- Le razze umane esistono. La esistenza delle razze umane non è già un’astrazione del nostro spirito, ma corrisponde ad una realtà fenomenica, materiale, percepibile con i nostri sensi. Questa realtà è rappresentata da masse, quasi sempre imponenti, di milioni di uomini, simili per caratteri fisici e psicologici che furono ereditati e che continuano ad ereditarsi. Dire che esistono le razze umane non vuol dire a priori che esistono razze umane superiori ed inferiori, ma soltanto che esistono razze umane differenti.
- Esistono grandi razze e piccole razze. Non bisogna soltanto ammettere che esistano i gruppi sistematici maggiori, che comunemente sono chiamati razze e che sono individualizzati solo da alcuni caratteri, ma bisogna anche ammettere che esistano gruppi sistematici minori (come per es. i nordici, i mediterranei, i dinarici, ecc.) individualizzati da un maggior numero di caratteri comuni. Questi gruppi costituiscono dal punto di vista biologico le vere razze, la esistenza delle quali è una verità evidente.
- Il concetto di razza è concetto puramente biologico. Esso è quindi basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di Nazione, fondati essenzialmente su considerazioni storiche, linguistiche, religiose. Però alla base delle differenze di popolo e di Nazione stanno delle differenze di razza. Se gli italiani sono differenti dai francesi, dai tedeschi, dai turchi, dai greci, ecc., non è solo perché essi hanno una lingua diversa e una storia diversa, ma perché la costituzione razziale di questi popoli è diversa. Sono state proporzioni diverse di razze differenti che da tempo molto antico costituiscono i diversi popoli, sia che una razza abbia il dominio assoluto sulle altre, sia che tutte risultino fuse armonicamente, sia, infine, che persistano ancora inassimilate una alle altre le diverse razze.
- La popolazione dell’Italia attuale è di origine ariana e la sua civiltà è ariana. Questa popolazione di civiltà ariana abita da diversi millenni la nostra Penisola; ben poco è rimasto della civiltà delle genti preariane. L’origine degli italiani attuali parte essenzialmente da elementi di quelle stesse razze che costituiscono e costituirono il tessuto perennemente vivo dell’Europa.
- È una leggenda l’apporto di masse ingenti di uomini in tempi storici. Dopo l’invasione dei Longobardi non ci sono stati in Italia altri notevoli movimenti di popoli capaci di influenzare la fisionomia razziale della Nazione. Da ciò deriva che, mentre per altre Nazioni europee la composizione razziale è variata notevolmente in tempi anche moderni, per l’Italia, nelle sue grandi linee, la composizione razziale di oggi è la stessa di quella che era mille anni fa: i 44 milioni di italiani di oggi rimontano quindi nell’assoluta maggioranza a famiglie che abitano in Italia da un millennio.
- Esiste ormai una «pura razza» italiana. Questo enunciato non è basato sulla confusione del concetto biologico di razza con il concetto storico linguistico di popolo e di Nazione, ma sulla purissima parentela di sangue che unisce gli italiani di oggi alle generazioni che da millenni popolano l’Italia. Questa antica purezza di sangue è il più grande titolo di nobiltà della Nazione italiana.
- È tempo che gli italiani si proclamino francamente razzisti. Tutta l’opera che finora ha fatto il Regime in Italia è in fondo del razzismo. Frequentissimo è stato sempre nei discorsi del Capo il richiamo ai concetti di razza. La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose. La concezione del razzismo in Italia deve essere essenzialmente italiana e l’indirizzo ariano-nordico. Questo non vuole dire però introdurre in Italia le teorie del razzismo tedesco come sono o affermare che gli italiani e gli scandinavi sono la stessa cosa. Ma vuole soltanto additare agli italiani un modello fisico e soprattutto psicologico di razza umana che per i suoi caratteri puramente europei si stacca completamente da tutte le razze extraeuropee, questo vuol dire elevare l’italiano ad un ideale di superiore coscienza di se stesso e di maggiore responsabilità.
- È necessario fare una netta distinzione tra i mediterranei d’Europa (occidentali) da una parte, gli orientali e gli africani dall’altra. Sono perciò da considerarsi pericolose le teorie che sostengono l’origine africana di alcuni europei e comprendono in una comune razza mediterranea anche le popolazioni semitiche e camitiche stabilendo relazioni e simpatie ideologiche assolutamente inammissibili.
- Gli ebrei non appartengono alla razza italiana. Dei semiti che nel corso dei secoli sono approdati sul sacro suolo della nostra Patria nulla in generale è rimasto. Anche l’occupazione araba della Sicilia nulla ha lasciato all’infuori del ricordo di qualche nome; e del resto il processo di assimilazione fu sempre rapidissimo in Italia. Gli ebrei rappresentano l’unica popolazione che non si è mai assimilata in Italia perché essa è costituita da elementi razziali non europei, diversi in modo assoluto dagli elementi che hanno dato origine agli italiani.
- I caratteri fisici e psicologici puramente europei degli italiani non devono essere alterati in nessun modo. L’unione è ammissibile solo nell’ambito delle razze europee, nel quale caso non si deve parlare di vero e proprio ibridismo, dato che queste razze appartengono ad un corpo comune e differiscono solo per alcuni caratteri, mentre sono uguali per moltissimi altri. Il carattere puramente europeo degli italiani viene alterato dall’incrocio con qualsiasi razza extraeuropea e portatrice di una civiltà diversa dalla millenaria civiltà degli ariani.
L’introduzione delle leggi razziali in Italia nel 1938 viene presentata in maniera quasi amena. Gli storici trascurano le voci degli antisemiti italiani non meno rabbiose di quelle degli antisemiti nazisti. Una testimonianza varrà più di qualsiasi parola: «…Marco Ramperti, antisemita accanitissimo, […] scriveva sul Popolo di Roma: ‘Più che dalla stella gialla gli ebrei si riconoscono dalla ferocia dello sguardo; gote livide, bocche ferine, occhi di fiamma ossidrica. Se potessero gli ebrei farebbero una strage. Slegate la mano al giudeo; è l’usura’. ‘Avendogliele rilegate tornate a slegarle; è il massacro!’ E affermava che ‘il più sozzo, il più ripugnante, il più disumano e nemico a guardarlo bene è Charlot (Charlie Chaplin), il filo-bolscevico, il filo-anarchico, l’ebreo più ebreo di tutti’»3.
1 B. Lizier, Corso di storia per licei e istituti magistrali, Milano, Signorelli, 1940, p. 465.
2 Achille Starace (Sannicola, 18 agosto 1889 – Milano, 29 aprile 1945) fu per otto anni (dal 1931 al 1939) segretario del Partito Nazionale Fascista, luogotenente generale della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale. Condannato a morte alla caduta della Repubblica Sociale Italiana, fu fucilato dai partigiani e appeso a piazzale Loreto a Milano, insieme ai corpi di Mussolini e Claretta Petacci.
3 Testimonianza di Achille Ottolenghi in Fascismo e antifascismo, Milano, Feltrinelli, 1971, p. 205. Si vedano, per approfondire, R. De Felice, Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo, Torino, Einaudi, 1993, e M. Sarfatti, Le leggi antiebraiche spiegate agli italiani di oggi, Torino, Einaudi, 2002.
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