L’anno che è appena iniziato è ricco di centenari legati alla storia dei comunisti italiani, in particolare a Gramsci. Oggi, 20 gennaio, compiono cento anni le “Tesi di Lione”, tra ottobre e novembre cadranno i cent’anni della “Lettera al Comitato Centrale del Partito Comunista dell’URSS”, dello scritto gramsciano “sulla quistione meridionale”, dell’arresto di Gramsci e, il prossimo 7 dicembre, dell’inizio della sua detenzione a Ustica. Ricorderemo ogni anniversario, noi che ci ispiriamo al pensiero di Gramsci, con un contributo di Lelio La Porta. Qui oggi un breve ma sostanzioso scritto sull’importanza delle “Tesi di Lione” con le quali prese il via il processo di rifondazione del Pcd’I.

Il resoconto dei lavori del III congresso del Partito comunista d’Italia (Lione 20-26 gennaio 1926) venne dettato da Gramsci all’allora redattore dell’Unità Riccardo Ravagnan1 e pubblicato sul quotidiano il 24 febbraio 1926. Il titolo (Cinque anni di vita del Partito) indica già il contenuto del documento che va legato alle Tesi congressuali, redatte da Gramsci e da Togliatti. Vi si sosteneva che il proletariato dovesse proclamare la sua egemonia nella lotta antifascista avvalendosi della distinzione fra le forze borghesi tendenzialmente antifasciste, con cui allearsi per raggiungere l’obiettivo della riconquista delle libertà democratico-borghesi, e quelle irrimediabilmente schierate con il fascismo; in questo diventava primario il ruolo del Partito comunista e delle sue cellule presenti nei luoghi di lavoro. La profondità di analisi delle Tesi si manifesta nella previsione di ciò che sarà il fascismo:

Coronamento di tutta la propaganda ideologica, dell’azione politica ed economica del fascismo è la tendenza di esso all’«imperialismo». Questa tendenza è la espressione del bisogno sentito dalle classi dirigenti industriali-agrarie italiane di trovare fuori del campo nazionale gli elementi per la risoluzione della crisi della società italiana. Sono in essa i germi di una guerra che verrà combattuta, in apparenza, per l’espansione italiana ma nella quale in realtà l’Italia fascista sarà uno strumento nelle mani di uno dei gruppi imperialisti che si contendono il mondo 2.

Prendendo la parola il 20 gennaio Gramsci disse:

In nessun paese il proletariato è in grado di conquistare il potere e di tenerlo con le sole sue forze: esso deve quindi procurarsi degli alleati, cioè deve condurre una tale politica che gli consenta di porsi a capo delle altre classi che hanno interessi anticapitalistici e guidarle alla lotta per l’abbattimento della società borghese. La questione è particolarmente importante per l’Italia, dove il proletariato è una minoranza della popolazione lavoratrice ed è disposto geograficamente in forma tale che non può presumere di condurre una lotta vittoriosa per il potere se non dopo aver dato una esatta risoluzione al problema dei suoi rapporti con la classe dei contadini. Alla impostazione e risoluzione di questo problema dovrà dedicarsi in particolar modo il nostro Partito nel prossimo avvenire3.

Le tesi della maggioranza ottennero il 90,8% dei voti congressuali; a Bordiga il restante 9,2%; il ricorso di quest’ultimo all’Internazionale per irregolarità procedurali fu respinto.

In Cinque anni di vita del Partito Gramsci ripercorre le tappe della storia del Partito fino al congresso di Lione soffermandosi sulla struttura del Partito e sui problemi interni ma anche sui problemi legati alla situazione italiana, in specie a quella del Meridione, ponendo le basi del suo scritto incompiuto dedicato proprio alla quistione meridionale4. Nota Gramsci come proprio l’importanza dei temi affrontati nel dibattito congressuale non abbia consentito di prendere in considerazione la situazione internazionale in rapporto alla linea politica dell’Internazionale comunista. Alla stessa maniera si rammarica che il Congresso non abbia potuto prendere nella giusta considerazione «l’organizzazione nel campo femminile» e quella della stampa e che fu poco trattata la questione del programma del Partito, pure posta all’ordine del giorno del Congresso. La conclusione cui perviene Gramsci, però, è comunque chiara:

occorre che il partito si mantenga strettamente unito, che nessun germe di disgregazione, di pessimismo, di passività sia lasciato sviluppare nel suo seno5.

1 Ravagnan testimoniò in un secondo momento le modalità della dettatura: «…probabilmente verso il 15 febbraio venne a Milano alla redazione dell’Unità, della quale facevo parte, il compagno Gramsci. Egli mi invitò a recarmi a Roma presso di lui per provvedere alla compilazione di un resoconto politico abbastanza ampio sul nostro III Congresso, da poco concluso, resoconto da pubblicarsi immediatamente sul nostro quotidiano. Io mi recai a Roma presso la
sua abitazione in via Morgagni e ricordo che mi trattenni un paio di giorni con lui. Egli mi dettò il resoconto al modo che egli usava, e cioè passeggiando per la stanza e seguendo a voce alta il suo pensiero, mentre lo raccoglievo le sue
parole il più fedelmente che mi fosse possibile. Di tanto in tanto egli si fermava interrompendo il dettato e prendendo lo spunto da esso per una conversazione su un argomento richiamato dal dettato stesso, come era sua abitudine. Poi il lavoro riprendeva. Alla fine gli lessi tutto il resoconto ed egli lo approvò» (A. Gramsci, La costruzione del Partito comunista 1923-1926, Einaudi, Torino, 1978, p. 89).

2 Ivi, p. 497.

3 Intervento alla commissione politica tenuto il 20 gennaio alla vigilia del III Congresso del Pcd’I di Lione, in Ivi, p. 483.

4 A. Gramsci, Note sul problema meridionale e sull’atteggiamento nei suoi confronti dei comunisti, dei socialisti e dei democratici (Alcuni temi della quistione meridionale) in A. Gramsci, Antologia, a cura di Antonio A. Santucci, prefazione di G. Liguori, Editori Riuniti university press, Roma, 2012; la prima edizione critica del saggio incompiuto di Gramsci è a cura di F. M. Biscione e comparve in Critica marxista, 3/1990.

5 A. Gramsci, Cinque anni di vita del Partito in La costruzione del Partito comunista, cit., p. 109; ora in Gramsci, Togliatti, Longo, Berlinguer, Essere comunisti. Il ruolo del Pci nella società italiana, a cura di L. La Porta, Editori Riuniti, Roma, 2020, pp. 19-41.

Crediti Immagine: illustrazione creata con IA a partire da una immagine di Pubblico Dominio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *