Un breve articolo di Lelio La Porta su cosa Gramsci intenda per senso comune e su cosa, quindi, a partire dalla originaria concezione gramsciana, dovrebbe essere un nuovo senso comune davanti ai problemi contemporanei. Segue la riflessione che al tema dedicò Cesare Luporini in occasione del 50° anniversario della morte del grande comunista all’interno di un diffusissimo volume edito dall’allora quotidiano del Pci.
In un articolo intitolato «Gli scritti inediti» e pubblicato nel 1942 sullo Stato operaio, Mario Montagnana faceva esplicito riferimento all’importanza che Gramsci attribuiva all’analisi della cultura delle classi subalterne e dei problemi ad essa connessi già dall’epoca dell’Ordine Nuovo: «Non vi pare che noi comunisti – scrive Montagnana riferendo le parole di Gramsci -, i quali vogliamo arrivare con la nostra parola ai più vasti strati del popolo, anche i più arretrati, e legarci strettamente ad essi, dobbiamo studiare queste questioni, anche se a prima vista esse paiono un po’ al di fuori del nostro campo d’azione, anche se a prima vista pare che esse non abbiano alcun rapporto con la politica?». Il rapporto, perciò, che Gramsci intende stabilire tra folclore e politica si concretizza lungo un percorso che, iniziato negli anni dell’Ordine Nuovo, passa attraverso una fase di puntualizzazione corrispondente ad alcune delle lettere scritte dal carcere per approdare, fra il 1929 ed il 1935, ad una sistemazione, anche se non propriamente organica, nelle note dei Quaderni del carcere.
Risulterebbe fuorviante, infatti, isolare le riflessioni sulla funzione delle masse subalterne nel processo rivoluzionario da quelle sulle tradizioni popolari sarde; ancor più fuorviante sarebbe creare un discrimine tra queste due questioni e l’elaborazione del carcere a voler dire che da un momento di interesse quasi casuale si passi ad una considerazione filosofica e, perciò, consapevole del problema. La consapevolezza che Gramsci ha del problema non può non essere politica perché in lui le tradizioni sarde e quelle contadine in senso più lato si legano ad una progressiva acquisizione della centralità della questione meridionale quale nodo irrisolto della storia italiana.
La vera transizione che avviene nel pensiero gramsciano è nell’assumere come centro del problema non il folclorismo ma il folclore; ossia si supera la dimensione regionale e provinciale della questione verso l’acquisizione della consapevolezza che la cultura delle classi subalterne non ha in sé soltanto gli elementi negativi di una cultura reazionaria, ma racchiude nella forma del folclore gli elementi di contrasto, di scontro nei riguardi della cultura ufficiale e, ad un tempo, di dinamico superamento del folclore stesso. Solo l’intellettuale capace di capire in maniera scientifica il folclore può porsi come obiettivo quello del superamento; ed in quale figura si riassumono queste possibilità di comprensione se non in quella dell’insegnante?
Viene meno l’immagine di Gramsci difensore strenuo del folclore e si impone quella di Gramsci che sostiene la necessità della creazione di una nuova cultura nelle masse popolari attraverso la progressiva scomparsa della separazione tra cultura moderna e folclore.
Il folclore, in Gramsci, passa dal livello di bizzarria pittoresca a quello di «concezione del mondo e della vita»; la qual cosa non vuole affatto significare un’acritica esaltazione del folclore stesso. Infatti folclore, senso comune e filosofia sono tra loro così legati da dar vita ad una concezione del mondo tanto «asistematica» quanto «molteplice» in quanto in essa confluiscono, formando un «agglomerato indigesto di frammenti», svariate concezioni del mondo. Proprio questa frammentarietà non consente al folclore di cogliere l’elemento nazionale; esso si limita a registrare quello provinciale, regionale. Innalzare la cultura delle masse al livello di una concezione critico-sistematica è il compito che Gramsci si prefigge di svolgere; e, nella dimensione che si è tentato di descrivere, sembra tutt’altro che populista!
Il vero significato teorico e politico della riflessione gramsciana sul folclore è da rinvenire nel fatto che Gramsci non chiude la sua analisi nel letto di Procuste della antropologia, della glottologia, della demologia pura e semplice.
Si tratta di una riflessione che ha un’origine molto intima, privata, che riporta alle atmosfere di Ghilarza, ai suoi costumi patriarcali, alle sue tradizioni, alla sua agricoltura, ai suoi contadini abituati a vivere le loro giornate di fatica dal sorgere al tramontare del sole. In carcere, Antonio tornerà spesso a ricordare i personaggi ghilarzesi e, insieme a loro, l’ambiente paesano al punto che si proporrà di dedicare ai visi che avevano così affettuosamente riempito la sua infanzia una canzone che riecheggiava i toni satirici di una composizione (Scomuniga de predi Antiogu a su populu de Masuddas) della fine dell’Ottocento.
Proprio questo livello originariamente privato consente a Gramsci, arrivato a Torino «già socialista», come ricorderà Togliatti, di cogliere il nesso profondo esistente fra arretratezza regionale e lotta per l’emancipazione delle classi subalterne, fra ambito locale ed orizzonte nazionale della questione meridionale.
Il folclore diventa, perciò, il terreno sul quale Gramsci verifica l’esistenza dei prerequisiti culturali necessari ad attivare quel grande processo che aprirà, come ha scritto Garin, «l’accesso di tutti alla comprensione di Dante e di Michelangelo […] nella città futura, nella città degli uomini non alienati…».
Dal folclore alla filosofia attraverso il senso comune; è la strada che, secondo Gramsci, le masse popolari dovranno percorrere per approdare ad una nuova, e superiore, cultura.
Senso comune e filosofia
di
Cesare Luporini
Quello del «senso comune» è uno dei grandi temi che Gramsci, fin dall’inizio dei Quaderni del carcere (febbraio 1929), si propose di scrutare e mettere a fuoco in tutte le sue attinenze e nella sua rilevanza politica. Non a caso esso attraversa gran parte della sua meditazione carceraria. L’odierno esteso uso del termine, almeno in Italia, nel linguaggio politico, si può dire che è stato largamente influenzato dalla diffusione postuma del pensiero di Gramsci.
L’espressione «senso comune» è di origine filosofica (come ognuno può riscontrare consultando un qualsiasi Dizionario di filosofia, o una storia della filosofia moderna). Il confronto con la tradizione filosofica rimane una costante essenziale delle osservazioni di Gramsci in proposito, ma non allo scopo di proseguirla, bensì di trasformarla profondamente immettendo la nozione di «senso comu-ne» nel discorso politico, appunto; cioè costituendola in categoria della scienza politica, interpretativa della realtà sociale e in pari tempo operativa.
Gramsci osserva che famosi filosofi (per esempio Immanuel Kant o Benedetto Croce) si sforzano di far apparire le loro filosofie in accordo col cosiddetto «senso comune» (o anche «buon senso»), inteso come atteggiamento di opinione («opinione media») degli uomini, spontaneo e naturale. La prima mossa di Gramsci è di denaturalizzare quella nozione (che gli appare rozzamente naturalistica perfino in un idealista come Giovanni Gentile), cioè di storicizzarla radicalmente. La seconda mossa di Gramsci è di relativizzarla non solo diacronicamente, lungo il corso storico delle società umane (quel che ieri era «senso comune» oggi non lo è più e viceversa) ma anche sincronicamente, rispetto alle diverse stratificazioni (classi e gruppi sociali) di una medesima società: nella quale può coesistere e anche confliggere una pluralità di «sensi comuni».
La formulazione più matura di ciò si trova espressa nel Quaderno 24 (1934): «Ogni strato sociale ha il suo ‘senso comune’ e il suo ‘buon senso’, che sono in fondo la concezione della vita e dell’uomo più diffusa. Ogni corrente filosofica lascia una sedimentazione di senso comune’: è questo il documento della sua effettualità storica. Il senso comune non è qualcosa di irrigidito e di immobile, ma si trasforma continuamente, arricchendosi di nozioni scientifiche e di opinioni filosofiche entrate nel costume. Il ‘senso comune’ è il folclore della filosofia e sta sempre di mezzo tra il folclore vero e proprio (cioè come è comunemente inteso) e la filosofia, la scienza, l’economia degli scienziati».
In tale concezione si innesta quella che possiamo chiamare la terza mossa di Gramsci, per la quale la nozione di «senso comune» si fa operativa nella pratica. Gramsci prende spunto da una osservazione di Marx, in un luogo del Capitale (su cui aveva già richiamato l’attenzione il Croce), ove viene affacciata l’idea che un determinato progresso scientifico (nella fattispecie: della critica dell’economia politica, in ordine alla teoria del valore) è storicamente possibile allorché «il concetto di uguaglianza umana possegga già la solidità di un pregiudizio popolare». Gramsci generalizza questo modo di vedere proiettandolo nella sua rappresentazione dell’azione politica e rivoluzionaria. Una nuova concezione può aver resultati incisivı se riesce ad agire anche nella sfera del senso comune, «modificare l’opinione media di una certa società», addirittura produrre «nuovi
luoghi comuni».
In rapporto a ciò è da vedere anche l’ardita problematica svolta da Gramsci intorno alla nozione di «conformismo». «Esistono molti “conformismi”, molte lotte per nuovi conformismi […]». (Quaderno 15, 1933), nel quadro strategico complesso «del rinnovamento intellettuale e morale» (che non può essere «simultaneo in tutti gli strati sociali»). Tutte questioni da riportarsi ai grandi parametri gramsciani relativi al tema «spontaneità e direzione», all’interno del discorso sulla «egemonia».
da Gramsci. Le sue idee nel nostro tempo, Edizioni l’Unità, 1987.
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