Settantotto anni fa, oggi, l’attentato al Segretario del Partito Comunista Italiano. Pubblichiamo un articolo tratto dalla relazione che il compagno Lelio La Porta tenne nel corso del convegno “Il comunismo italiano e il socialismo del XXI secolo”, organizzato nel marzo 2021 da Futura Umanità in occasione del centenario del Pci (il link alla registrazione del convegno è in appendice all’articolo).
«… se il 14 luglio 1948 fossi stato meno noioso nell’esporre in aula i problemi della fornitura di carta ai giornali, Togliatti non avrebbe avuto lo stimolo ad uscire per andarsi a prendere un gelato… Fu un giorno molto triste e al limite della rivoluzione. Ma la stessa sera, appena riprese i sensi, Togliatti mandò al Viminale il dottor Spallone con un messaggio tranquillizzante. La rivoluzione non ci sarebbe stata. Almeno per il momento», così scriveva in un articolo di un Contemporaneo, datato 13 agosto 2004, del settimanale La Rinascita della sinistra, Giulio Andreotti, che, nelle elezioni del 18 aprile del 1948, era stato eletto alla Camera dei deputati. Sulla stessa pagina del settimanale, al ricordo di Andreotti, faceva seguito quello di Armando Cossutta che, all’epoca dell’attentato, era Segretario cittadino del Pci di Sesto San Giovanni, la “Stalingrado d’Italia”. Raccontava Cossutta che fu indetta una grande manifestazione e mentre il vicesindaco socialista, Cazzaniga, parlava come se il Segretario comunista fosse morto, Cossutta, prendendo la parola, disse: «No! Togliatti è vivo ed è con noi, ed ora con Togliatti occupiamo le fabbriche». Seguì uno sciopero “magistrale”, pacifico, senza atti di violenza nonostante da più parti uscissero le armi che erano state nascoste durante la Liberazione «tanto che il commissario di polizia di Sesto pensò bene di presentarsi da me – ricorda Cossutta – alla sede del Partito e mi fa: “Dottore, Io non sono dottore, lo stoppai; e lui “dottore, io sono ai suoi ordini”. Ma era solo una mossa per seguirci più da vicino e conoscere meglio le nostre intenzioni, per capire cosa bollisse nella testa dei comunisti. In quelle ore nelle teste dei comunisti bolliva di tutto, lo sciopero generale fu travolgente e paralizzò l’intero Paese». Eppure, ricordava Cossutta, nessuno, lui per primo, credeva nella possibilità della guerra civile. E il segretario milanese Alberganti, nel corso di un comizio che si tenne successivamente, affermò in modo efficace: «Il 18 aprile ci siamo contati, il 14 luglio ci siamo pesati».
Se prendiamo in considerazione il criterio, suggerito dallo stesso Togliatti, di considerare la storia del Pci come parte integrante della storia d’Italia, si può tentare di periodizzare il quadro storico entro il quale si colloca l’attentato al Segretario comunista nell’ottica della comprensione di quale sia stato il peso reale dell’azione dei comunisti italiani nei processi avviatisi subito dopo l’entrata in vigore della Costituzione.
Da un punto di vista politico la periodizzazione sembrerebbe non presentare particolari difficoltà: aprile 1945 – maggio 1947, governo di unità nazionale; maggio 1947 – giugno 1953, maggioranza centrista e direzione di De Gasperi; 7 giugno 1953 – maggio 1958, crisi del centrismo. Più complicata la periodizzazione dal punto di vista dei cicli economici.
- Dal maggio 1945 alla primavera del 1947 si manifesta un ciclo economico detto monetario, caratterizzato da una forte inflazione. Sono gli anni dell’unificazione politica ed economica del Paese, con l’applicazione delle stesse leggi, la circolazione della stessa moneta, la direzione dell’amministrazione pubblica da parte del governo dei CLN, seppure sotto controllo alleato. La diffusione delle am-lire, la moneta prodotta dalle autorità militari alleate, facilita la diffusione dell’inflazione da Sud a Nord. Sono anche gli anni dell’inizio della ricostruzione di un Paese devastato dalla guerra e dalle occupazioni. Il ciclo inflazionistico raggiunge il livello più alto nel maggio 1947 e il ministro del Tesoro Luigi Einaudi cerca di contenerlo con l’inizio di una politica deflazionistica. La svolta economica corrisponde alla svolta politica costituita dall’estromissione di comunisti e socialisti dal governo. Il periodo di deflazione che segue si chiude nella primavera del 1948 con la vittoria democristiana del 18 aprile.
- Fra la primavera del ’48 e quella del ’52 si colloca il ciclo Marshall, all’interno del quale si assiste ad una ripresa economica garantita dalla stabilizzazione della lira e dall’utilizzazione dei prestiti americani Marshall. Il culmine di questo ciclo corrisponde ad una nuova sosta recessiva.
- Dal 1952 al 1958 quello che può essere definito il ciclo coreano con la prima forte espansione del capitalismo italiano del secondo dopoguerra.
- In ultimo il ciclo definibile europeo, dal 1958 al 1963, nel corso del quale si verifica il miracolo economico e l’economia italiana raggiunge un livello di notevole espansione.
Quali sono i punti di coincidenza fra i momenti che appartengono alle due serie di eventi? Detto in altro modo: quali sono i momenti di svolta economico-politica? Di certo maggio-giugno 1947 quando l’inizio della deflazione e della recessione determina una svolta economica che ha il suo corrispettivo politico nella rottura dei governi di unità nazionale. Ancora giugno 1953 quando alla svolta impressa alla congiuntura internazionale dalla conclusione della guerra di Corea corrisponde in Italia la sconfitta della legge truffa. In ultimo la fase successiva alle elezioni del maggio 1958 che videro sconfitto l’integralismo fanfaniano e a cui corrispose un momento di recessione economica.
Il periodo all’interno del quale va collocato l’attentato a Togliatti è inaugurato dalla rottura dell’unità nazionale (maggio 1947). Quale la causa? Da un lato l’inizio della guerra fredda, con la volontà statunitense di porre solide basi in Italia (a marzo l’esposizione al congresso statunitense della dottrina Truman che si proponeva di contrastare le mire espansioniste dell’avversario comunista nel mondo; è importante sottolineare come l’Unione Sovietica fosse chiaramente al centro dei pensieri di Truman, anche se nel suo discorso tale Paese non venne mai direttamente menzionato), dall’altro la necessità da parte delle forze conservatrici ed antioperaie italiane di avere in toto il controllo del governo. Le due motivazioni, quella internazionale e quella nazionale, trovarono il momento di sutura nel viaggio di De Gasperi in Usa nel gennaio del 1947 quando la Dc ottenne il totale appoggio statunitense nell’imporre la sua direzione politica ed economica in Italia alleandosi con il cosiddetto quarto partito, il partito del denaro1. Quest’ultimo, rappresentato nella Costituente soltanto dal partito liberale, aveva alle spalle la forza del grande capitale monopolistico. Il leader, con la sua proposta di difesa della lira e di compressione dello sviluppo economico dell’Italia a beneficio di una ricostruzione capitalistica, era Luigi Einaudi. A questa linea si contrapponeva quella fissata dal congresso della CGIL del giugno 1947, sviluppata e ripresa da Di Vittorio con il Piano del Lavoro (1949), che aveva come problematiche di fondo la ricostruzione e l’occupazione, cioè un allargamento della spesa pubblica. La crisi del maggio viene letta da Togliatti come un evento da collegarsi alla situazione internazionale, ai crescenti contrasti fra le forze che diedero vita alla coalizione antifascista internazionale con un evidente ricaduta sulla politica interna.
Il Pci passava all’opposizione dopo essere cresciuto, in quanto partito nuovo, come forza dirigente nazionale. Ma non arrivò del tutto impreparato al passaggio all’opposizione visto che già nel gennaio 1947, nel corso della Conferenza di organizzazione tenutasi a Firenze, era stato dato l’avvio ad uno sforzo di inquadramento che si rivelò quanto mai appropriato nel momento del passaggio all’opposizione. Quali furono, in sintesi, le principali deliberazioni di carattere organizzativo che furono prese a Firenze? La costituzione di cellule di strada e di officina con un numero di iscritti non superiore a 70, proprio per favorire la massima attivizzazione dei militanti; all’interno delle cellule la formazione dei ‘gruppi di dieci’, guidate da un ‘collettore’ o capogruppo; il ruolo centrale del capogruppo ‘di dieci’, con funzioni di costante verifica del lavoro svolto e della qualità dello stesso (es.: la lettura della stampa del partito, l’aumento di conoscenze e di coscienza critica che ciò comportava); istituzione dei comitati regionali, dei comitati di fabbrica, comunali, di zona; la creazione delle cellule giovanili e femminili. Sempre per quanto riguarda le cellule, si stabiliva che i comitati direttivi dovessero essere composti di tre o cinque membri, che le fabbriche con più cellule creassero un comitato di coordinamento, che tutti i militanti fossero iscritti a una cellula di lavoro o di strada, che si dovesse evitare di organizzare cellule di categoria. I Comitati regionali non vennero subito ripristinati ed è da rilevare che solo agli inizi degli anni ‘60 vi fu uno sviluppo vero e proprio degli stessi come istanze di decentramento.
La prima prova che il Pci all’opposizione si trovava ad affrontare era costituita dalle elezioni politiche che seguivano l’approvazione della Costituzione, anche se la fase decisiva nella Costituente, dopo la rottura dell’unità nazionale, vide il partito in una condizione paradossale: da un lato forza di opposizione al governo, dall’altro lato forza che doveva necessariamente, come fece, proseguire una politica di collaborazione finalizzata all’elaborazione e all’approvazione della Costituzione. In maniera altrettanto significativa non va dimenticato che il Pci, già estromesso dal governo, nel luglio del 1947 si astenne dal voto per la ratifica del trattato di pace pur di non vedersi associato alle destre e, così, ne consentì l’approvazione da parte della Costituente.
Nel settembre del 1947 a Szklarska Poreba si riunirono i rappresentanti dei partiti comunisti polacco, sovietico, cecoslovacco, jugoslavo, bulgaro, romeno, ungherese, francese e italiano per dar vita al Cominform (Ufficio di informazione dei partiti comunisti con sede a Belgrado). Gli italiani furono criticati da Kardelj, supportato da Zdanov, con l’accusa di “deviazione verso l’opportunismo, il parlamentarismo” e per aver accettato l’esclusione dal governo nazionale e non aver sviluppato le possibilità esistenti per imprimere alla situazione un corso rivoluzionario. Longo difese la politica del Pci pur ammettendo un atteggiamento troppo morbido durante la crisi di maggio e riconoscendo che la situazione internazionale poneva ai comunisti italiani dei compiti nuovi.
Fra il 4 e il 10 gennaio del 1948 si svolse a Milano il VI congresso del Pci e già dalla relazione di Togliatti fu evidente il contraccolpo delle critiche del Cominform. Mentre individuava nell’incapacità di intervenire nella trasformazione democratica delle strutture economiche del Paese il limite maggiore del Partito, il Segretario valorizzava il ruolo dell’URSS nella difesa della pace e si dichiarava convinto della fine prossima del capitalismo. Manifestando le sue preoccupazioni per il pericolo di una nuova guerra e per un ritorno del fascismo, Togliatti individuava nella lotta per l’unità delle forze democratiche e lavoratrici una prima possibile soluzione ai problemi che aveva esposto. Nella sostanza si verificò un ripiegamento del partito su se stesso, una sorta di autocritica sulle «illusioni costituzionali», minimi accenni a una «via italiana al socialismo», la proposta di un’organizzazione sulla base del modello leninista del «partito di quadri». Pietro Secchia, responsabile dell’organizzazione, affiancò Longo come vicesegretario.
Ad aprile parte il piano Marshall.
Comunisti e socialisti decisero di presentarsi alle elezioni politiche indette per il 18 aprile 1948 nella lista denominata «Fronte democratico popolare» con un impianto propagandistico che voleva dimostrare il tradimento della DC nella comune battaglia antifascista e democratica affermando che la battaglia per le elezioni andava intesa come una prosecuzione di quella per la Repubblica. Nel febbraio, in piena campagna elettorale, accadono i fatti di Praga che la segnano negativamente per il Pci.
L’esito delle elezioni è noto.
| CAMERA | SENATO | |
| DC | 48,5 | 48,1 |
| PCI/PSI | 31,0 | 30.8 |
| PSDI | 7,1 | 4,2 |
| PRI | 2,5 | 2,6 |
| PLI | 3,8 | 5,4 |
| MSI | 2 | 0,7 |
| MONARCHICI | 2,8 | 1,7 |
| ALTRI | 2,3 | 4,3 |
| Insieme Pci e Psi nel Fronte democratico popolare | ||
| Pli insieme all’Uomo qualunque |
Ai primi di maggio si riunisce il Comitato Centrale per discutere i risultati del voto: preso atto della sconfitta, Togliatti conferma gli obiettivi fissati per la costruzione della democrazia progressiva nelle «riforme di struttura che costituiscono la sostanza del nostro programma» ricordando che gli obiettivi dei comunisti sono la difesa delle libertà democratiche, dell’eguaglianza e dei diritti dei cittadini, delle libertà sindacali, della libertà di coscienza, dei diritti della cultura. A giugno, a Bucarest (per il Pci sono presenti Togliatti e Secchia), la Jugoslavia è allontanata dal Cominform: Togliatti aderisce alla scomunica di Tito2. L’8 luglio, ad una settimana dall’attentato, Togliatti tiene un rapporto riservato ai quadri della Federazione romana nel quale “lascia trasparire con chiarezza il carattere reciproco che lega il Pci all’Urss”3.
Il 14 luglio 1948 Antonio Pallante attenta alla vita di Togliatti.
La mattina del 14 luglio, alle 11,30, mentre usciva dalla porta laterale di Montecitorio, in via della Missione, Palmiro Togliatti veniva raggiunto da due di quattro colpi di pistola sparati contro di lui da Antonio Pallante, un fanatico di destra, eccitato dalla violenta campagna di stampa, che seguiva la durissima campagna elettorale, contro il leader comunista e contro i comunisti.
Seguì un grande sciopero. Fabbriche occupate, piazze riempite a Roma e nelle grandi città del Nord, occupazione di pubblici edifici, scontri fra dimostranti e forze dell’ordine, morti e feriti in diverse località, in specie del Centro-Nord. Togliatti, ripresosi, invitò alla calma mentre Longo e Secchia, i vicesegretari generali del partito, ne assunsero il controllo per cui, la sera del 15, la calma era di fatto tornata grazie all’opera dei dirigenti comunisti, al loro sangue freddo e alla loro prudenza. Altra fu la posizione del governo alla guida del quale De Gasperi si avvaleva di Scelba come Ministro dell’Interno; il governo, dunque, sfruttò l’occasione, mentre si preparava a reagire militarmente alla situazione, accusando il Pci e i leader della Cgil di un tentativo di sciopero insurrezionale. Chi fece le spese di questo clima fu proprio il sindacato.
Già da un anno, ossia dal Congresso confederale di Firenze, la corrente democristiana si era dimostrata contraria agli scioperi politici e a manifestazioni di protesta contro i licenziamenti e la disoccupazione.
Lo sciopero generale di risposta all’attentato contro Togliatti fu sì politico ma ancor di più spontaneo.
L’esecutivo nazionale della Cgil si riunì nel tardo pomeriggio del 14 non per decidere lo sciopero generale, già in corso, ma per fornire direttive per la sua attuazione. Fu inoltre decisa la diffusione di un manifesto nel quale si stigmatizzava l’atteggiamento ostile del governo nei confronti dei lavoratori.
La mattina del 15 fu diffuso un comunicato governativo che accusava la Cgil di aver indetto uno sciopero generale insurrezionale. Nessun documento (sia esso verbale o altro) fa cenno ad un’opposizione della componente democristiana del sindacato alle posizioni del governo. Lo stesso giorno i membri democristiani del Comitato direttivo del sindacato indirizzarono una lettera a Di Vittorio nella quale si sosteneva che l’aggravamento della situazione del Paese era conseguenza delle decisioni prese dal sindacato e chiedeva la fine dello sciopero. Nel pomeriggio del 15, assenti i membri democristiani, fu decisa la fine dello sciopero per le 12 del giorno dopo. La scissione sindacale era ormai avvenuta.
Link alla registrazione del convegno
1 “(…) i voti non sono tutto (…). Non sono i nostri milioni di elettori che possono fornire allo Stato i miliardi e la potenza economica necessaria a dominare la situazione. Vi è in Italia un quarto Partito, che può non avere molti elettori, ma che è capace di paralizzare e di rendere vano ogni nostro sforzo, organizzando il sabotaggio del prestito e la fuga dei capitali, l’aumento dei prezzi o le campagne scandalistiche. L’esperienza mi ha convinto che non si governa oggi l’Italia senza attrarre nella nuova formazione di Governo, in una forma o nell’altra, i rappresentanti di questo quarto Partito, del partito di coloro che dispongono del denaro e della forza economica” (De Gasperi a un consiglio dei ministri dell’aprile 1947; citato in E. Sereni, Il Mezzogiorno all’opposizione, Einaudi, Torino 1948, p. 21).
2 Togliatti rivedrà la sua posizione su Tito nell’VIII Congresso del 1956 quando si esprimerà nei termini di un’”errata decisione che portò alla rottura con il movimento jugoslavo” (Gramsci, Togliatti, Longo, Berlinguer, Essere comunisti. Il ruolo del Pci nella società italiana, a cura di L. La Porta, Editori Riuniti, Roma 2020, p. 156).
3 G. Gozzini e R. Martinelli, Storia del Partito comunista italiano. Dall’attentato a Togliatti all’VIII Congresso, Einaudi, Torino 1998, p. 11.
